Ombelichi del Baltico

bamba (Lituano)
naba (Estone, Lettone)
nabel (Tedesco)
napa (Finlandese)
navle (Norvegese Nynorsk)
navel (Svedese)
navlen (Danese, Norvegese Bokmål)
pępek (Polacco)
пуп/пупок (Russo)

Sarebbe interessante se qualche lettore riuscisse a fornire le versioni in Livone e Võru.

Curiosità: in Milanese ombelico si dice bamborin (pronuncia bamburìn), che presenta un’incredibile somiglianza con il termine lituano bamba.

Aggiornamento del 1 Dicembre 2011 (10.30).

Ringrazio l’amica Gerda che mi ha fornito la (spettacolare) versione in Samogiziano: bomba.

Aggiornamento del 1 Dicembre 2011 (19.40).

Ringrazio anche Riigi Piirid che oggi ha tentato invano di inviarmi i suoi commenti ma che (me ne accorgo solo ora) è stato inspiegabilmente bloccato come spammer. Di seguito il suo contributo.

In Livone:  nabā (fonte: pagina 26 del PDF al link http://www.eraksti.lv/fetchbook.php?urlkey=1312742 – Dizionario trilingue Lettone-Livone-Inglese, nel paragrafo dove sono elencate le parti di una persona).

In Võro: naba o napa (fonte: http://www.folklore.ee/Synaraamat/n.html – Pagina dei vocaboli võro che iniziano per “n” del dizionario Võro-Estone).

Da elucubrare a to elucubrate a burning the midnight oil

Il verbo to elucubrate è entrato nell’Inglese antico dall’equivalente latino elucubrare (vedi post precedente). Oggi, tuttavia, to elucubrate è praticamente caduto in disuso: al suo posto si utilizza invece l’espressione “to burn the midnight oil”.

Post collegati (precedenti):

(30/11/2011)
Elucubrazioni al lume di una lanterna

Elucubrazioni al lume di una lanterna

Elucubrare è un termine dall’origine curiosa: al di là del suo senso attuale in passato significava “lavorare al lume di una lanterna”. Deriva infatti dal vocabolo latino lucubrum (lucerna, lanterna) da cui il verbo lucubrare (il prefisso ex funge qui da rafforzativo).

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(30/11/2011)
Da elucubrare a to elucubrate a burning the midnight oil

I ciechi (non vedenti e ipovedenti) leggono più di chi ci vede benissimo

Secondo una recente indagine condotta su un campione di 1.505 persone dall’Università Bicocca di Milano (in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori e con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) non vedenti e ipovedenti leggono più della media nazionale, e naturalmente lo fanno sfruttando al massimo la tecnologia oggi in commercio.

Sull’uso dell’aggettivo Asian in British e American English

Una curiosità piuttosto interessante che lega il diverso uso della lingua alla cultura di un Paese.

In British English: è riferito a persona proveniente da India, Pakistan e Bangladesh.
In American English: è riferito a persona proveniente da Cina, Giappone e Corea.

Logo Google dedicato a Mark Twain

Logo dedicato a Samuel Langhorne Clemens (in arte Mark Twain) in occasione dei 176 anni dalla nascita. Da notare l’ampio sviluppo in orizzontale del doodle.

Per consultare tutti i loghi del passato si veda questo link (nota: il caricamento degli ultimi doodle pubblicati potrebbe richiedere qualche giorno di tempo).

Il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte?

Il Granducato di Toscana, nel 1786, per volontà di Pietro Leopoldo.

Tecnicamente parlando Berlusca è un ipocoristico

L’ipocoristico (in Inglese hypocorism) è una trasformazione che, a partire da un nome proprio, produce una forma accorciata costituita da un diminutivo o da un vezzeggiativo. Per rendere più evidente il meccanismo cito, tra i numerosissimi esempi possibili, Simo (Simone, Simona), Lele (Gabriele, Raffaele), Gabri (Gabriele, Gabriella), Raffa (Raffaele, Raffaella), Mari (Marina), Lori (Loredana), Robi (Roberto, Roberta), Gio (Giovanni, Giovanna), Max (Massimiliano), Dede (Debora), … Gli ipocoristici sono una caratteristica ampiamente diffusa in tutte le lingue. Se dai nomi si passa ai cognomi si possono avere altri esempi celebri come Berlusca (Berlusconi), Bersa (Bersani), Mancio (Mancini), Ibra (Ibrahimović), …

Du iu spik Brituscanian?

Pochi giorni fa mia moglie mi faceva notare (e non era nemmeno la prima volta) come all’interno dell’Unione Europea i cosiddetti Italiani sono quelli che parlano il peggior Inglese, ma – contemporaneamente – sono anche quelli che abitualmente infarciscono i loro discorsi con il maggior numero di vocaboli tratti dalla lingua inglese.

Cosa parlano? Mi viene da dire Brituscanian, un termine che ritengo sufficientemente orribile, e dunque perfetto per dare l’idea dell’obbrobrio linguistico che tutti, bene o male, conosciamo e siamo costretti a sopportare.

Il pesce puzza sempre dalla testa… in Inglese

A fish always rots from the head down.

La levetta (flipper) del flipper (pinball)

È uno dei falsi amici più noti in assoluto, almeno tra coloro che conoscono un minimo di Inglese e che hanno superato i trentacinque anni. Quello che noi chiamiamo flipper in Inglese si chiama pinball (per esteso pinball machine, ma la versione lunga non la usa praticamente nessuno). Ad aiutare quelli della mia generazione ci sono stati senza dubbio gli Who, autori del classico e bellissimo “Pinball Wizard” (Il Mago del Flipper). È invece meno noto che il termine flipper (che in Inglese significa pinna, sia quella di pesci, rettili, anfibi e mammiferi marini che la calzatura dei subaquei) indica anche un componente del famoso gioco da bar: si tratta delle levette di plastica azionate dai pulsanti laterali con cui colpire le biglie di metallo; il nome deriva proprio dalla loro forma vagamente simile a quella di una pinna. Il gioco del flipper rimanda poi al concetto di tilt che, manco a dirlo, è un altro caso di falso amico. Ma di questo, forse, parlerò in un altro post.

È morta Svetlana Allilueva (Lana Peters), nata Svetlana Iosifovna Stalina, l’unica figlia di Stalin

Nata a Mosca il 28 Febbraio 1926 dalla seconda moglie di Stalin Nadežda Allilueva, era fuggita a New York nel 1967, sostando prima da Roma e  poi – per qualche settimana – in Svizzera. Naturalizzata statunitense non aveva esitato a denunciare gli orribili crimini commessi dal regime del padre. Negli anni successivi adotterà il nome di Lana Peters e scriverà tre libri (l’autobiografia “Twenty Letters To A Friend” del 1967, “Only One Year” del 1969 e “Faraway Music” del 1984). È scomparsa martedì 22 Novembre 2011 a Richland Center (Wisconsin) per un tumore al colon; aveva 85 anni.

Per una breve ma interessantissima biografia vi rimando alle pagini inglesi di Wikipedia.

Angelina Jolie impresaria delle pompe funebri (“I wanted to be funeral director”)

A rivelare la cosa è stata la stessa attrice, che si sarebbe orientata verso quel tipo di professione qualora la sua carriera di attrice non fosse decollata. Angelina Jolie avrebbe pensato a questa scelta dopo essere stata traumatizzata dalla scarsa organizzazione del funerale del nonno.

Ho colto l’occasione di questa succosa notizia per ricordare che “impresario delle pompe funebri” in Inglese si dice “funeral director”, cosa che evidenzia come il termine director è un falso amico ben più insidioso di quanto normalmente si pensa.

Recentismo: questione interessante ma neologismo orribile

Le questioni dietro al concetto di recentismo sono particolarmente interessanti e attuali, tuttavia non nascondo che il neologismo mi pare davvero brutto. L’invito, in ogni caso, è a consultare la sezione di WikiPedia dedicata a questo argomento: recentismo (si veda anche recentism sulla versione inglese).

Uccise sette anziani in una casa riposo, arrestato Angelo Stazzi, “l’angelo della morte” di Roma

Vorrei tranquillizzare i lettori di questo blog: non è mia intenzione affrontare un argomento del genere, né in questa sede né in altre; vorrei invece limitarmi (molto brevemente) a questioni che riguardano i contenuti informativi e, più in generale, il modo di fare informazione in questo Paese.

La notizia è apparsa poco fa sulle agenzie di stampa. Leggendo un titolo del genere voi cosa capireste? Credo quello che ho capito io, ovvero che tal Angelo Stazzi era libero ed è stato arrestato. Peccato che tutto ciò sia falso. Angelo Stazzi non è stato arrestato, e il motivo è piuttosto semplice: era già in cella. Tecnicamente gli è stato notificato un ordine di custodia cautelare in carcere. Da notare che la cosa è spiegata proprio nel testo della stessa nota. Mi pare evidente che venga spontaneo chiedersi se, nel mondo delle agenzie di stampa, titoli e testi siano scritti da persone diverse.

Logo Google dedicato alle elezioni in Egitto

Solito logo istituzionale che stavolta viene riciclato su Google Egitto (www.google.com.eg).

Per consultare tutti i loghi del passato si veda questo link (nota: il caricamento degli ultimi doodle pubblicati potrebbe richiedere qualche giorno di tempo).

Logo Google dedicato al vincitore del D4G Giappone

Trovo questo doodle – apparso su Google Giappone (www.google.co.jp) – particolarmente riuscito, segno che i bambini hanno sempre enormi potenzialità espressive.

Per consultare tutti i loghi del passato si veda questo link (nota: il caricamento degli ultimi doodle pubblicati potrebbe richiedere qualche giorno di tempo).

Tullio De Mauro: Analfabeti d’Italia

L’articolo che segue è stato pubblicato il su www.internazionale.it il 6 Marzo 2008.

Cinque Italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi Paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80% in entrambe le prove).

Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici.

Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in Inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in Italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia.

Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal Cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo.

In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2% della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5%).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

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(27/11/2011)
Tullio De Mauro: solo il 29% degli Italiani padroneggia la lingua, il 33% è a rischio analfabetismo di ritorno

Tullio De Mauro: solo il 29% degli Italiani padroneggia la lingua, il 33% è a rischio analfabetismo di ritorno

Secondo il linguista Tullio De Mauro (intervenuto oggi a un convegno in quel di Firenze) i dati sono questi. De Mauro aggiunge che il restante 71% della popolazione si troverebbe sotto il livello di comprensione di un testo di media difficoltà e sotto il livello minimo di lettura, il 5%, poi, non sarebbe neppure in grado di decifrare lettere e cifre mentre un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi elementari, ed è dunque a forte rischio di regressione verso l’analfabetismo.

Sulla base della mia esperienza De Mauro ha senza dubbio torto: nel fornire quei dati (tratti da due studi internazionali di cui – per ora – non ho trovato alcun riferimento) mi pare evidente che pecchi di ottimismo.

Parlando di Italia, o meglio di cosiddetta Italia, sarebbe opportuno scorporare le percentuali per regione o almeno per macro-area geografica. Se avete tempo potrebbe valere la pena consultare la voce analfabetismo su WikiPedia: i numeri riportati sono particolarmente significativi (ma anche piuttosto prevedibili).

Follow-up: è possibile (ma non certo) che De Mauro abbia citato due studi internazionali non propriamente recenti (entrambi pubblicati a cura di Vittoria Gallina): “La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione” (Franco Angeli 2000) e “Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni” (Armando Editore 2006).

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(27/11/2011)
Tullio De Mauro: Analfabeti d’Italia

Friburgo. Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) in papamobile senza cinture di sicurezza. Un cittadino tedesco (Uwe Hilsmann) lo denuncia

A riferire la curiosa notizia è stato il quotidiano Westfälische Rundschau. La denuncia è stata presentata da Uwe Hilsmann (un impiegato delle ferrovie di Dortmund di 47 anni, né cattolico, né anticlericale) che starebbe combattendo una sua personalissima crociata sulla sicurezza stradale.

Gli eventi si riferiscono alla visita del pontefice in Germania dello scorso Settembre.

Parole a tripla y

Un elenco di 28 parole con tripla y tratte dal sito More Words:

hydrodynamically
hydrolytically
hydroxytryptamine
hydroxytryptamines
hypabyssally
hypogyny
hypophysectomy
karyotypically
mystifyingly
polydactyly
polyembryony
polygyny
polyhydroxy
polyphyletically
polyrhythmically
polysyllabically
polysynaptically
psychoanalytically
psychodynamically
psychophysically
psychophysiologically
psychophysiology
pyrolytically
syndactyly
synonymity
synonymously
synonymy
syzygy

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(27/11/2011)
Parole a doppia x

Parole a doppia x

Un elenco di 16 parole con doppia x tratte dal sito More Words:

executrix
executrixes
exotoxic
exotoxin
exotoxins
extratextual
maxixe
maxixes
paxwax
paxwaxes
saxitoxin
saxitoxins
xerox
xeroxed
xeroxes
xeroxing

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(27/11/2011)
Parole a tripla y

Bog, bogroll

Bog in Inglese significa palude (o – più genericamente – pantano). Tuttavia questo termine ha anche una variante slang traducibile con il nostro “cesso”. Conseguentemente bogroll sta per “carta igienica” (o – per rimanere in tema – “carta da culo”).

It’s bloody Baltic!

Ci sono non pochi luoghi del mondo in cui le temperature dei Paesi che si affacciano sul Baltico sono considerate miti (se non altro per la presenza stessa del mare, e per latitudini non certo estreme). Eppure espressioni come “it’s bloody Baltic” sono ormai parte dello slang Inglese (anche se ancora moderatamente di nicchia) per dire che “fa dannatamente freddo”.

Inglesi, Scozzesi, Californiani, Newyorchesi, …

Chiamare Inglese uno Scozzese è un po’ come chiamare Californiano un Newyorchese, Basco un Asturiano, Vallone un Fiammingo, Alsaziano un Bretone, Campano un Lombardo, ecc. ecc. ecc.

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