È piena di buchi ma trattiene l’acqua…

La spugna.

Le sculture di carta di Peter Callesen

Guardate cosa è riuscito a fare con la carta questo giovane artista danese!

Kumi Yamashita. Materializzazioni di ombre

Kumi Yamashita è nata in Giappone e oggi vive a New York. Questa è la sua arte.

Il Visual Cliff di Eleanor J Gibson e Richard D Walk

Avere un bambino piccolo porta (o dovrebbe portare) a leggere molto materiale e documentazione di vario tipo. È questo un momento della vita in cui si ha la possibilità, come genitori, di apprendere una notevole quantità di informazioni utili, interessanti e a volte persino divertenti. Uno degli argomenti in cui mi sono imbattuto di recente è il cosidetto Visual Cliff, un esperimento concepito nel 1960 dagli psicologi statunitensi Eleanor J Gibson e Richard D Walk, finalizzato a investigare la percezione della profondità nei bambini che gattonano. Una descrizione sintetica del loro lavoro è illustrata in questa pagina di Wikipedia.

Nelle nuvole vediamo volti e figure di animali. Ma perché?

Osservare le nuvole per ore e ore è stato uno dei miei passatempi preferiti dell’infanzia. Talvolta mi piace farlo ancora oggi, nonostante la cosa qui a Milano sia impresa piuttosto ardua, visto che questo è uno dei pochi posti al mondo dove (come diceva una mia fidanzata estone) le nuvole non hanno la forma delle nuvole, anzi, non hanno nessuna forma e basta.

Le nuvole si muovono lentamente e nel loro mutare ci rivelano aspetti di volti umani e sagome di animali (anche fantastici) che in realtà non esistono. Salvo rare eccezioni, però, l’osservazione di queste forme è un fatto talmente naturale e normale che non ci chiediamo nemmeno da dove origini questa nostra capacità, quella appunto di vedere quel che non c’è. Ma a pensarci bene la spiegazione è alquanto semplice e, come potete intuire, è connessa alla nostra evoluzione. La finalità ultima è quella di riconoscere il nemico (che agli albori dell’umanità era rappresentato dagli animali feroci contro cui combattevamo per sopravvivere). In epoca moderna le insidie sono altre ma, come umani, non abbiamo perso la capacità di individuare sagome e volti a partire da un insieme minimo di elementi (e, se ci riflettete, questo è un processo rapido ed estremamente efficiente che in passato si è rivelato utile e in molti casi vitale).

Le nubi sono solo l’esempio più familiare, ma il meccanismo di cui dispone la parte più antica del nostro cervello è alla base di fenomeni simili che noi tutti conosciamo. Quel che si è detto per le nuvole vale anche per le ombre ed è la base esplicativa del perché alcune persone vedono madonne, padri pii e volti di Cristo nei posti più disparati (la superficie di un muro, una roccia, un tessuto, ecc.). E la cosa è del tutto indipendente dal fatto che uno creda o meno; io per esempio ho alcune piastrelle del bagno in cui vedo chiaramente immagini di demoni cornuti.

Erik Johansson: surrealismo, iperrealismo, impossibilità, illusione, ma sopratutto ironia

Di fronte a un nome e a un cognome così l’unica certezza è che, direttamente o indirettamente, c’è di mezzo la Svezia. Già, ma in Svezia a chiamarsi Erik Johansson sono in moltissimi (come minimo qualche migliaio). L’Erik Johansson di cui voglio parlare qui è invece un giovane fotografo scandinavo (attualmente residente a Berlino) che ha fatto della manipolazione e del fotoritocco una vera e propria arte. Per ottenere risultati come quelli che potete ammirare qui c’è bisogno di una notevole intelligenza, di una grande preparazione tecnica, ma sopratutto di ciò che potremmo chiamare capacità di visione, ovvero saper guardare a cose e situazioni comuni o antiche da un’ottica completamente diversa, innovativa e insolita. L’unico appunto che possiamo muovergli è, per il momento, un’originalità ancora troppo limitata. Nell’osservare le sue opere non è infatti difficile notare forti influenze, tra gli altri, di Escher, Magritte e Gligorov, oltre al debito nei confronti delle tecniche di costruzione delle illusioni ottiche e, in particolare, degli oggetti impossibili. Ma data la giovanissima età c’è ragione di pensare che Johansson avrà tutto il tempo di orientarsi verso uno stile proprio e più personale.

Riporto di seguito alcune tra le opere che preferisco:

Intersecting Planes
Big Laundry Day
Deep Impact
Revelation Fields
Vertical Turn
Melting Point
Roadworker’s Coffee Break
Homo Sapiens
Face vs Fist
Wet Dreams on Open Water
Häng Havet på Väggen
Go your own Road
Swedish Air House
Stryktålig
Arms Break, Vases Don’t
Kaffeslump
Nackdel med att Hacka Fort
Lazy Dogs
Arbeta på Havet
Penrose Lego
Cover Stratco, Australia
Stay in Bed, Australia

Sul sito troverete anche alcuni video che mostrano interessanti illusioni ottiche realizzate in luoghi pubblici di Stoccolma e di altre cittadine svedesi.

576 megapixel. Se l’occhio umano fosse una fotocamera digitale questa sarebbe la sua risoluzione massima

Paragonare un dispositivo analogico vecchio di qualche milione di anni, quale è l’occhio umano, a una strumentazione digitale di recentissima invenzione non è affatto cosa semplice, tuttavia chiedersi quale potrebbe essere la risoluzione del nostro occhio in termini di megapixel equivalenti è una domanda del tutto lecita, tanto che a porsela devono essere stati in molti.
A tal riguardo le fonti presenti in Rete sono abbastanza discordanti, ma i valori stimati sono quasi sempre dello stesso ordine di grandezza, e dunque tra loro comparabili. Per rispondere a questa mia curiosità ho fatto qualche ricerca e tra gli articoli trovati questo mi è sembrato il più convincente.

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