Le illustrazioni di Viive Noor

Parte dei lavori dell’artista di Tallinn sono visibili qui (in basso a destra troverete alcuni link con altre opere molto interessanti). Non so voi, ma io trovo che le illustrazioni della Noor siano stupende.

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Pisciatappeti

Dicesi pisciatappeti un cane da appartamento di piccolissima taglia.

Un pezzo di Užupis a Saronno

Quelli di Užupis è una compagnia teatrale con sede a Saronno ispirata alla Repubblica di Užupis di Vilnius. L’idea è bella… se poi cominciassero scrivendo Užupis al posto di Uzupis sarebbe anche meglio.

Saulius Paukštys. Dopo Frank Zappa Vilnius ospita un busto dedicato a John Lennon

Saulius Paukštys è il fotografo che una ventina d’anni fa ha installato a Vilnius un busto dedicato a Frank Zappa. Giovedì scorso il nostro ci ha “riprovato” con John Lennon, e questa volta la scultura è almeno un po’ più gradevole. Qui i dettagli dell’evento.

Di fronte a trovate di questo tipo personalmente rimango molto freddo; la ragione di fondo è che tra Lennon e la Lituania non risulta essere esistito alcun legame. Se infatti si volesse andare in tale direzione è bene sapere che i personaggi oggi noti al grande pubblico con almeno qualche goccia di sangue lituano sono insospettabilmente molti. Eccone alcuni: Sean Penn, Charles Bronson, Bob Dylan, John Christopher Reilly, Robert Zemeckis, Pink, Anthony Kiedis (Red Hot Chili Peppers), Brandon Flowers (The Killers), Leonard Cohen, John Candy.

Per la sua prossima opera, dunque, Saulius Paukštys non ha che l’imbarazzo della scelta (e io gli suggerisco di puntare su Anthony Kiedis).

Insatanassato

Una parola che è quasi uno scioglilingua ma che esiste per davvero: è il participio passato del verbo insatanassare.

Hvad fanden laver du her?

“Bak?! Hvad fanden laver du her?”. Questa battuta compare nelle prime pagine del romanzo “Paziente 64” (2010, titolo originale “Journal 64”, traduzione di Maria Valeria D’Avino), il quarto episodio della Sezione Q concepita dallo scrittore danese Jussi Adler-Olsen. A colpirmi è stata la traduzione della D’Avino: “Bak? ‘azzo ci fai qui?”. Mi sono chiesto: perché la scelta, molto particolare, di quel «’azzo»? Certamente non può essere stata la volontà di ammorbidire un’esclamazione un po’ forte: la medesima, infatti, è stata utilizzata già altre volte, sempre dalla D’Avino, e sempre nelle sue traduzioni dei precedenti tre romanzi della Sezione Q di Adler-Olsen. Quindi ho pensato all’originale in lingua danese; forse lo scrittore ha fatto ricorso a una qualche forma contratta, mi sono detto. Ma, dopo una breve ricerca, quel che ho trovato è ciò che leggete nel titolo di questo post: nessuna forma contratta. Il confronto con l’Inglese rende le cose inequivocabilmente semplici:

hvad = what
fanden = the fuck/hell
laver du = are you doing
her = here

Che dire? Forse la spiegazione più semplice è che ogni (bravo) traduttore sente il piacere irresistibile di lasciare un segno, un tratto personale, un po’ come quando un direttore d’orchestra aggiunge un tocco proprio a opere scritte decine o centinaia di anni prima. E, una volta tanto, se non si esagera e non si creano distorsioni, in tutto questo non ci vedo nulla di male. Se io fossi un traduttore, infatti, un bravo traduttore, probabilmente farei altrettanto. E, tra le altre cose, mi divertirei a non usare mai la parola Italia se questa è riferita alla Padania.

Dato che tra i miei lettori c’è anche qualche traduttrice sarei molto curioso di sentire un’opinione in merito (naturalmente non mi riferisco alla mia ultima frase, ma al concetto di personalizzazione in generale).

L’osso della discordia

“Bone of contention” (letteralmente: l’osso della contesa/disputa); è questa l’espressione inglese che equivale al nostro “pomo della discordia”.

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