Sønnen

In un Paese normale “Il Confessore” di Jo Nesbø (2014, titolo originale “Sønnen”, traduzione di Maria Teresa Cattaneo) si sarebbe chiamato “Il Figlio”. Ciò puntualizzato, siamo di fronte a un nuovo lavoro di rilievo del miglior autore di “krim” di tutta la Norvegia. E anche questa volta Nesbø non tradisce le attese.
Il romanzo, che si discosta dalla serie dell’ispettore Harry Hole (probabilmente giunta al termine), potrebbe essere il primo capitolo di una nuova saga, ma anche un lavoro isolato (come era già accaduto con “Il Cacciatore di Teste”/”Hodejegerne” del 2008).
Nesbø si cimenta qui con un numero di personaggi piuttosto ampio, puntando molto sull’introspezione psicologica, sui rapporti padre-figlio e sugli archetipi universali di bene e male. Non vi è ricorso, per fortuna, alle trovate spettacolari (o, se preferite, americanate*) di certe sue opere precedenti, ma ci sono tutti gli ingredienti tipici dei suoi lavori, a partire da un’abbondanza di scene violente. Certi elementi sono ai limiti del verosimile, talvolta persino poco credibili, e la trama esageratamente complessa, con alcuni elementi prevedibili nonostante i funambolici tentativi di sviamento. Eppure, nonostante ciò, la capacità narrativa dello scrittore di Oslo giganteggia su tutto il resto facendo passare in secondo piano i punti deboli. Quando Nesbø saprà trovare un’idea al tempo stesso originale e semplice, e quando potrà costruirvi intorno una struttura più lineare con dosi meno massicce di violenza, allora la perfezione sarà stata raggiunta.

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* come la mela di Leopoldo su cui ruota “Il Leopardo” (2009, titolo originale “Panserhjerte”, traduzione di Eva Kampmann)

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