Leggete a Antonio Pagliaro. Un’autointervista

Come hai conosciuto Antonio Pagliaro?

Prima del 31 Luglio di lui non sapevo assolutamente nulla, ne ignoravo l’esistenza. Il suo nome è spuntato fuori in modo abbastanza inatteso. È accaduto nel corso della mia indagine sul caso Arno Saar: grazie a una ricerca su Google Libri ero riuscito a scovare una connessione tra uno dei suoi lavori* e la città di Tallinn. E così gli ho scritto. Da lì in avanti siamo rimasti in contatto.

Quali dei suoi romanzi hai letto?

“La Notte del Gatto Nero” del 2012 e “Il Bacio della Bielorussa”** del 2015.

Perché proprio quelli e non altri?

Agli inizi di Settembre Pagliaro me li ha inviati in versione elettronica, e da quelli ho cominciato.

Che idea ti sei fatto?

Li ho letti, o per meglio dire li ho divorati, riuscendo a fatica a staccarmi dalle pagine, ma sopratutto stentando a credere a ciò che avevo per le mani.

In senso positivo immagino.

Sì, ho pensato che se fosse nato a Oslo, anziché a Palermo, oggi Antonio Pagliaro (di professione ricercatore in astrofisica) adombrerebbe una figura come quella di Jo Nesbø. Se fosse nato a Stoccolma farebbe impallidire Henning Mankell.

Perché un paragone tra uno scrittore siciliano e due autori del nord?

Al di là dei saggi scientifici, a cui dedico buona parte del mio tempo, leggo quasi esclusivamente gialli scandinavi, dunque – almeno per ora – quello è per me l’unico paragone possibile.

Cosa ti ha colpito di Pagliaro?

La prima cosa è stato il suo modo di scrivere. Il Pagliaro scrittore ha uno stile essenziale, asciutto, scorrevole, ma realmente capace di inchiodare il lettore al testo. Credo che questo sia il sogno di ogni romanziere. E tutto ciò senza dover mai ricorrere a effetti speciali, cioè a trovate che vadano oltre il limite (come invece tende spesso a fare uno come Nesbø). Stilisticamente parlando, tuttavia, mi ricorda più il danese Jussi Adler-Olsen, uno dei miei giallisti preferiti.

E poi?

Se Pagliaro non è in cima alle classifiche di vendita, cosa che senza dubbio meriterebbe, è perché i suoi lavori non fanno sconti e non accettano compromessi. La realtà che lo scrittore rappresenta è cruda, senza lieto fine e sopratutto senza vie d’uscita. Come se non bastasse, Pagliaro si dissolve, si smaterializza, lasciando il lettore solo con sé stesso e la sua coscienza, senza aiuti, senza istruzioni. L’autore non dà giudizi e non indica alcuna strada. Bene e male si sovrappongono ed è impossibile separarli. Ogni buono ha un lato cattivo, ogni cattivo ha un lato buono.

Credi che questa forma di distacco tra l’autore e le sue opere dovrebbe essere presa a modello anche da altri?

Se restiamo nell’ambito della produzione giallistica e dei noir mi verrebbe da rispondere di sì, ma la verità è che non ne sono sicuro. Quello che posso dire è che, di fronte alle tipiche trame di Pagliaro – che rappresentano ed elaborano temi importanti come la giustizia, la corruzione e il loro intreccio – questo metodo risulta estremamente efficace.

Pagliaro è siciliano, tu lombardo, hai avuto difficoltà con le ambientazioni proposte nei suoi libri?

La stessa difficoltà che avrei nel leggere un romanzo ambientato ad Atene o a Sofia, posti in cui non sono mai stato: nessuna.

E in Sicilia ci sei stato?

Solo una volta, sul finire degli anni ottanta, dalle parti di Tindari.

Ci torneresti?

Ci tornerò, ma non d’estate.

Troppo caldo?

Troppo caldo, e io non sopporto il caldo.

Ami il freddo allora, ecco il perché della tua passione per i gialli scandinavi.

Non sopportare il caldo non significa amare il freddo. Se dico che non mi piace il nero non significa che adoro il bianco o solo il bianco; magari a me piace il blu.

Pagliaro fa un uso abbondante di termini dialettali, non sempre facili da comprendere.

E per fortuna! Trovo che la cosa sia del tutto funzionale alla narrazione, che ne guadagna in spessore, credibilità e potenza; senza dubbio questo è uno dei suoi punti forti.

Se fossi in possesso delle doti narrative di Pagliaro che cosa faresti?

Mi cercherei un autore, magari Pagliaro stesso. Saper scrivere è importante, ma senza una buona idea di base, una storia e una trama forti, servirebbe a poco.

Quali differenze hai riscontrato tra “La Notte del Gatto Nero” e “Il Bacio della Bielorussa”?

Il primo in un certo senso mi pare un lavoro a sé stante. Dei due è certamente il romanzo più duro, ma allo stesso tempo dotato di una specie di potere terapeutico intrinseco. Uno di quei libri che andrebbero fatti conoscere ai ragazzi, possibilmente al di fuori dei noiosi e antiquati programmi scolastici. Il secondo, invece, è un testo più classico e più aperto, e spero tanto abbia un seguito. Ha un contenuto talmente ricco che uno scrittore medio potrebbe riassemblare alcune parti e ricavarci una mezza dozzina di romanzi.

Torniamo per un attimo ad Arno SaarPagliaro ha avuto un ruolo nella tua ricerca?

Ha avuto un ruolo, ma non è questa la sede adatta per parlarne.

Hai mai pensato di intervistarlo?

Ci ho pensato una volta e ho accantonato l’idea.

Per quale ragione?

Se volessi sapere qualche cosa gli scriverei, credo non avrebbe problemi a rispondermi. Un’intervista somiglia a un interrogatorio, e non ce n’è bisogno.

Supponiamo invece che tu abbia il compito di intervistarlo per conto di altri; quale domanda vorresti porgli?

Preferisco dirti quale domanda non gli farei: non gli chiederei mai se la sua formazione scientifica – cioè il fatto di essere un fisico – possa aver influenzato la sua produzione narrativa.

Accidenti, questo è proprio il tipo di domanda che vorrei fargli io.

Infatti tu sei un giornalista, io no.

Cosa c’è di sbagliato in una domanda del genere?

Semplicemente è una domanda prevedibile, come prevedibile sarebbe la risposta. Se chiamiamo A l’evento “Pagliaro è un fisico” e B l’evento “Pagliaro è uno scrittore” non è detto che A e B siano legati tra loro da una relazione di causa ed effetto.

Ma una relazione ci deve pur essere!

Certo che c’è, e ragionevolmente è una relazione di correlazione, più che di causalità.

Non credo di aver capito: correlazione e causalità non sono sinonimi?

Per nulla. La causalità implica correlazione, ma il viceversa non è necessariamente vero.

Continuo a non capire, fammi un esempio.

Un classico del genere è il seguente: se io affermassi che andare a letto vestiti (evento A) causa il mal di testa (evento B) direi un’idiozia. Se ti addormenti vestito è improbabile che la mattina dopo tu abbia il mal di testa. Quello che succede è che esiste una terza variabile nascosta (l’evento C) che è causa sia di A che di B. In questo esempio l’evento C è l’essersi ubriacati: vale a dire ciò che ti porta sia ad addormentarti vestito che a risvegliarti con il mal di testa. Dato che anch’io, come Pagliaro, ho una formazione scientifica (nel mio caso ingegneristica, ma molto spostata verso la matematica e la fisica) suppongo che tanto la carriera di ricercatore quanto quella letteraria molto più probabilmente, anzi, quasi certamente, siano influenzate da una qualche esigenza che si colloca nelle fasi più a monte della vita dell’autore: nell’adolescenza o forse ancora prima.

Una capacità narrativa come quella di Pagliaro è innata o frutto di grande impegno?

Questa è una domanda che andrebbe posta all’autore. In ogni caso io penso che non vi sia nulla di innato. Saper scrivere a certi livelli non può che essere il frutto di studio, rigore e disciplina. Quello che probabilmente distingue uno scrittore da un altro è il livello di consapevolezza di tale apprendimento. Non ci si sveglia una mattina sapendo suonare la chitarra come Steve Vai o Randy Rhoads. Allo stesso modo non ci si improvvisa Antonio Pagliaro da un giorno con l’altro. Prendi un romanzo come “Il Bacio della Bielorussa”, è ambientato in tre Stati diversi (Paesi Bassi, Sicilia, Lussemburgo), ha un numero molto elevato di personaggi, alcuni anche con nomi non semplici, il protagonista non è lo stesso nelle varie parti del libro, e vi sono molte espressioni dialettali. Eppure il lavoro è godibilissimo e si legge senza difficoltà. Se si arriva a questo punto è perché, a mio parere, dietro c’è un lavoro enorme. Un’altra delle caratteristiche di Pagliaro è che il livello qualitativo rimane sorprendentemente costante lungo tutta la narrazione, e anche questo non può essere ottenuto per puro caso o senza sforzo.

Mi permetto una correzione: la Sicilia è una regione, non uno Stato.

Io sono un indipendentista e ragiono da indipendentista: per me Sicilia, Lombardia, Veneto, Catalogna, Scozia, ecc. sono Stati.

Come non detto, meglio andare avanti. Quale pensi sia il maggior pregio dei lavori di Pagliaro?

Avere la capacità di scuoterti, svegliarti dal torpore dell’informazione standardizzata ed edulcorata dei TG1 e dei TG5, indurti a riflettere. E dunque, in definitiva, spingerti a essere una persona migliore e più consapevole.

Quanto c’è di vero, secondo te, nelle trame di quei romanzi?

Non so dire quanto quelle situazioni siano vere, cioè vere nel senso di realmente accadute, di certo sono verosimili, e questo è un altro dei tanti punti di forza di quei lavori.

Cosa ne pensi di certe scene di violenza descritte con abbondanza di particolari?

Non sono d’accordo sull’abbondanza dei particolari. Nei due romanzi che fin qui ho letto ho incontrato la rappresentazione di due tipi di violenza. Il primo è il livello base, quello – per capirci – delle scene di tortura dei mafiosi contro altri mafiosi, ma anche dei carcerieri e della polizia contro i detenuti. Quando prima – accostando Pagliaro a Nesbø – parlavo di assenza di effetti speciali mi riferivo proprio a questo aspetto. Questi esempi di descrizione non stupiscono né impressionano perché, per quanto esecrabili, sono nella quotidianità dei fatti e delle cose, sono – in un certo senso – cronaca. Non è la violenza improbabile o poco probabile descritta in film dell’orrore come Saw: questa è violenza vera. A questo primo livello la violenza è quella di individui contro altri individui. Poi c’è una violenza di secondo livello, più nascosta, più lontana, ma ben più orribile. È quella di un sistema contro l’individuo.

Ti riferisci alla politica?

Di certo alla politica, ma – ed è ancora peggio – sopratutto alla giustizia. Questo per quanto riguarda Pagliaro, ma certe considerazioni, almeno per quel che mi riguarda, potrebbero essere estese all’economia e alla religione.

Quando ti sei appassionato ai temi della giustizia?

Quando sei giovane sono cose a cui non dài peso, anni luce lontane dalle tue preoccupazioni giornaliere, poi – è inevitabile – viene un momento in cui non puoi fare a meno di pensare a cose del tipo: spero in vita mia di non aver mai a che fare con la giustizia italiana. Sopratutto se si è innocenti. Non mi sono mai realmente appassionato a questo tema, solo fa parte delle riflessioni che un uomo adulto non può non fare.

Cose ne pensi della situazione carceraria italiana?

Con gli anni ho maturato una posizione che in gioventù avrei ritenuto impensabile. Sono contrario al carcere. Il carcere è una scatola sociale che funziona come un depuratore al contrario: esci sempre peggio di come sei entrato. In Norvegia si stanno sperimentando forme di detenzione alternativa, dove esistono strutture in cui le guardie vivono a stretto contatto con i detenuti e non sono nemmeno armate. Questo è certamente meglio di nulla. Ma è uno scrittore danese che, molti anni fa, ha fatto maturare in me questa contrarietà al carcere. A colpirmi è stato un passo contenuto nel libro “Il Senso di Smilla per la Neve” di Peter Høeg, quando la protagonista Smilla Jaspersen afferma che per un Groenlandese l’idea di essere chiuso in una prigione non è nemmeno concepibile.

In chiusura, cosa augureresti all’autore?

Di trovare un regista che creda in lui e osi proporre una trasposizione dei suoi lavori.

E se il regista fossi tu?

Quasi sempre le trasposizioni cinematografiche o deludono in parte o deludono in toto. Non colgono lo spirito dell’autore, non sanno rendere le atmosfere, omettono particolari importanti, ne alterano altri, ne creano addirittura di inesistenti, non sono fedeli alle descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi, devono piegarsi a logiche editoriali, di produzione, ecc. Quindi se io fossi quel regista prima di tutto affiderei allo scrittore l’incarico della supervisione. Poi prenderei un testo come “La Notte del Gatto Nero”, cercherei di dare risalto alle parti più dure e disturbanti, e da ultimo lo porterei nelle scuole.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Quello che ho scritto nella prima parte del titolo di questo post.

_____
* si tratta di un breve passo contenuto nel romanzo d’esordio “Il Sangue degli Altri” (2007, Sironi Editore)

** usciti entrambi per Guanda

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