La Fratellanza Viennese

“La Fratellanza Viennese” (2015) è il romanzo d’esordio di Ingar Johnsrud, giallista di Oslo già molto quotato in patria e apprezzato dalla critica scandinava in generale. Questo almeno è il titolo originale (Wienerbrorskapet), perché qui da noi (così come nella vicina Italia) è uscito con uno scialbo “Gli Adepti”, poco comprensibile forzatura – suppongo – da parte dell’editore.

Chi legge questo blog sa che i thriller norvegesi, assieme a quelli danesi, sono i miei preferiti. Dopo un digiuno durato l’intero periodo estivo (in cui mi sono sopratutto dedicato alla soluzione del caso Arno Saar) ho deciso di riprendere le care vecchie abitudini.
Di Ingar Johnsrud, però, non avevo sentito nulla. Questo nome è saltato fuori un po’ per caso. Un paio di settimane fa Eva Kampmann, traduttrice di alcuni romanzi di Jo Nesbø, ha lasciato un commento sul blog, così ho deciso di dare un’occhiata agli ultimi suoi lavori. Detto, fatto. Nel giro di un quarto d’ora ho ordinato quattro libri di autori scandinavi a me non noti, il primo dei quali è stato proprio Johnsrud.

Che dire di questo romanzo? Mentre ero tra pagina 20 e pagina 30 sono stato più volte sul punto di abbandonare. Johnsrud ha un modo di usare avverbi e sopratutto aggettivi che definirei fastidioso. Semplicemente troppi. A volte la presenza di una concatenazione degli stessi in un’unica frase porta a domandarsi se il loro ordine sia quello corretto. La Kampmann deve aver avuto il suo bel da fare questa volta. Sembra che lo scrittore non riesca a fare a meno di caricare le descrizioni, di qualificare gli oggetti, specialmente per quanto riguarda il loro colore. Un modo di scrivere pesante, che per fortuna va in parte attenuandosi man mano che la trama si sviluppa.
Ne “La Fratellanza Viennese” c’è tutto quello che in un thriller non vorrei trovare: il fondamentalismo religioso (qui addirittura doppio: cristiano e islamico), il nazismo, l’eugenetica, il ricorso ai flashback, l’eccessiva violenza di alcune scene (l’unica cosa che di Nesbø sarebbe stato saggio non copiare). Eppure alla fine si tratta di un buon lavoro, tra l’altro non solo opera prima, ma anche primo capitolo di una trilogia.
Siamo lontani, a mio avviso, dal capolavoro, ma senza dubbio sopra la media.
Ne vedrei bene una trasposizione cinematografica, in cui il regista dovrebbe sopratutto “togliere”, lasciando ben poco all’interpretazione. In fondo i temi che a me non piacciono, e che ho ricordato poco sopra, sono gli stessi che risultano graditi al grande pubblico; il successo è praticamente assicurato.

Ora non resta che attendere il seguito.

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