L’arte di ricevere una critica nella vita di coppia

La ricezione di una critica o di un’osservazione relativa a banali questioni quotidiane dà luogo a effetti molto diversi a seconda che, all’interno di una coppia, il destinatario sia l’uomo o la donna. Di seguito un esempio chiarificatore.

moglie/fidanzata al marito/fidanzato:
hai dimenticato di spegnere la luce in camera

risposta del marito/fidanzato:
ah (= cercherò di essere più attento la prossima volta)

marito/fidanzato alla moglie/fidanzata:
hai dimenticato di spegnere la luce in camera

risposta della moglie/fidanzata:
sì, ma tu nel Giugno del 1997 hai dimenticato un calzino nel frigorifero e a Pasqua dell’anno prima hai lasciato aperto lo sportello del micro-onde, per non parlare delle porte, dimentichi sempre di chiudere le porte; e le ciabatte sotto il tavolo? e la spazzatura? dimentichi sempre di portare giù il sacchetto dell’umido, che se non ci fossi io a ricordartelo tutte le volte uscirebbero i vermi; e il giorno di Santo Stefano del 2004 non hai messo il sottobicchiere e hai macchiato la tovaglia di vino rosso, che poi è difficilissimo togliere quelle macchie, ma che ne sai tu di come si tolgono le macchie, che non sai nemmeno accendere la lavatrice; non è possibile che mi critichi in continuazione e mi fai sentire a un livello così basso solo perché una volta ho dimenticato quella fottutissima luce, che poi tu la dimentichi più spesso di me; e io che sono qui a cucinare e a pulire la casa dalla mattina alla sera, dovresti solo ringraziarmi invece di criticarmi; e chi cura i bambini, chi gioca con loro quando tu sei al lavoro? e vogliamo parlare di tua madre che mi scrive e mi telefona per ogni piccola cosa?

Osservazione: il testo sopra è stato tagliato per esigenze editoriali.

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As the old saying goes: I know my chicken

Questa mattina l’amica Emanuela Cardetta mi invitato alla lettura dell’articolo “Quiz sull’inglese: milanesi promossi con voto 6/7“, pubblicato lo scorso 28 Gennaio 2017 sulla versione online de Il Giorno (sezione Cronaca di Milano).

Dopo qualche riga ho sùbito pensato a uno scherzo; purtroppo ho dovuto ricredermi con altrettanta velocità.

La prima cosa che salta all’occhio è il detto “I know my chicken”, ovviamente inesistente in lingua inglese. Non solo, ma mentre il “nostro pollo” è una persona poco sveglia, dunque incline alle fregature, il “pollo inglese” rappresenta i codardi, i paurosi e i fifoni; il “pollo inglese” è cioè l’equivalente del “nostro coniglio”.

Vi sono poi dubbi piuttosto consistenti sulla scientificità del test, sia per quanto riguarda la scelta del campione di individui sia per la ridotta dimensione dello stesso. Per non parlare del campione che costituisce il test; se è limitato unicamente alle domande esposte nell’articolo è certamente non rappresentativo.

Infine il titolo dell’articolo (ma qui ci sono di mezzo i giornalisti, e conoscete già quel che penso io di loro); cosa significa una media del 6/7? Sono 6 punti su 7, cioè un valore di 85,71% (altissimo), oppure 6/7 indica un voto compreso tra 6 e 7 in una scala da 1 a 10? Nel secondo caso la percentuale, appunto oscillante tra il 60% e il 70%, è decisamente più bassa.

Per tornare ad “I know my chicken” conosco alcune persone (a partire da mia sorella) che talvolta fanno ricorso – volutamente e scherzosamente – a questa espressione, ben sapendo che si tratta di una anglicizzazione di un detto nostrano. Evidentemente questo modo di dire si è diffuso al punto tale che alcuni hanno finito per conferirgli una specie di vita propria, credendo che per davvero si tratti di un detto di origine inglese.

Droneboarding in Latvia

In Lettonia hanno la neve, ma non le montagne. Sciare dunque, se si esclude il fondo, non è impresa facile. A sopperire a tutto ciò ci hanno pensato alcuni giovani ingegneri dell’azienda Aerones. Guardate qui. Geniale, no?

Allright, Mr. Nesser

Nelle ultime tre settimane ho letto due romanzi dello scrittore svedese Håkan Nesser: “L’Uomo Senza un Cane”* (2006) e “Era tutta un’altra Storia”** (2007). Ieri sera ho inoltre iniziato le prime pagine de “L’uomo con due Vite”*** (2008), terzo capitolo dedicato alla fortunata serie dell’ispettore Gunnar Barbarotti.
In tutti e tre i lavori (ma – dalle mie ricerche – anche nei molti altri libri dell’autore) numerosi personaggi ricorrono in continuazione (e fastidiosamente!) all’espressione “allright”.
Cosa, come minimo, piuttosto singolare. Innanzitutto nei miei viaggi in Svezia (Stoccolma, Malmö, Luleå, Kiruna e una dozzina di località minori) non ricordo di averla mai sentita (né l’ho mai sentita nominare dagli Svedesi incontrati qui a Milano). In Svezia è diffuso quella specie di ibrido linguistico chiamato Swenglish, ma non è questo il nostro caso. In secondo luogo il termine “allright” non esiste; nel mondo anglosassone, infatti, le grafie possibili sono solo due****: “all right” e “alright”; dunque non c’è spazio per “allright”, che verrebbe considerata forma errata.
Da qui l’idea di avviare una piccola indagine personale per andare fino in fondo alla questione.

Possiamo considerarlo un nuovo post dinamico sulla scia di quello che – la scorsa estate – mi ha portato a scoprire la vera identità di Arno Saar. Ottenere di parlare della cosa con Håkan Nesser dovrebbe richiedere molto meno tempo, tuttavia non vi è alcuna garanzia che – una volta raggiunto – lo scrittore sia disposto a discuterne con me. In ogni caso tentar non nuoce.

La prima cosa che ho fatto è stata la consultazione delle fonti originali. L’espressione “allright” è presente anche lì, pertanto è evidente che la traduttrice non ha avuto molta scelta. Ho comunque deciso di contattare ugualmente Carmen Giorgetti Cima (27/01/2017). Per il momento non mi ha risposto. È possibile che non abbia ancora letto la mia mail, oppure non ha avuto tempo di replicare. Più probabilmente, tuttavia, Carmen Giorgetti Cima non ha ben compreso come io possa essere risalito (al primo tentativo) al suo indirizzo mail, che non è pubblico e non compare su nessun sito internet.

Da qui in avanti comincerà una serie di tentativi per giungere sino all’autore. Le prime persone a cui ho scritto (28/01/2017) sono la pittrice Erika Bengtsdotter, l’attrice-regista Lo Kauppi, le attrici Emma Kristina Sahlén e Åsa Karlin.

Oggi, domenica 29/01/2017, è stato il turno della designer e scultrice Elena Berg Österdahl, della giornalista Ulrika Palmcrantz, della scrittrice Johanna Lindbäck, della giornalista e critica letteraria Maria Schottenius e della giornalista freelance Sara Skriver.

Lunedì 30/01/2017. In attesa che qualcuno dei nomi sopra dia un cenno di vita ho scritto alla casa editrice Albert Bonniers Förlag.

Martedì 31/01/2017. La moglie di Nesser lavora come dottoressa a Stoccolma. Il suo indirizzo è pubblico, ma mi sono ripromesso di non utilizzarlo. Ho invece scritto al giornalista Mats Pettersson dello Hela Gotland.

Giovedì 02/02/2017. Erika Bengtsdotter è la prima, e per ora l’unica, a rispondere al mio messaggio. Purtroppo da alcuni anni non è più in contatto con lo scrittore. Nesser ha comprato alcuni dei suoi dipinti e ha lasciato questa nota molto toccante sul suo sito. Anche Erika Bengtsdotter ha trovato strano l’uso di “allright”, ma ha aggiunto qualcosa in più. Nello Svedese di oggi, come in molte altre lingue, è diffuso l’utilizzo di OK, tuttavia – questa la cosa che non sapevo – molti anni fa al posto di OK si usava proprio “alright”.

Giovedì 09/02/2017. Ho iniziato la lettura de “L’uomo che Odiava i Martedì”***** (2010); con un certa sorpresa ho notato che la traduttrice non è Carmen Giorgietti Cima, ma Barbara Fagnoni; lo ho scritto: anche il quarto volume della serie è infarcito di “allright”.

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* titolo originale “Människa utan hund”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

** titolo originale “En helt annan historia”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

*** titolo originale “Berättelse om herr Roos”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

**** per quanto “alright” abbia la stessa genesi di “altogether” e “already” (e sia dunque del tutto lecito), sono ancora in molti a raccomandare l’uso in forma scritta della variante estesa “all right” al posto di “alright”

***** titolo originale “De ensamma”

Questo mese forcasto a 52.000 euro

Non avevo fatto in tempo a riferire del verbo appuntamentare quand’ecco che ho dovuto fare i conti, ieri via telefono, con qualcosa di peggio: il verbo forcastare. Curioso il fatto che la stessa persona che ho sentito dire forcastare pronunci il sostantivo corrispondente (forecast) con la “e”.

En helt annan historia

“Era tutta un’altra Storia” (2007, titolo originale “En helt annan historia”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) è il secondo libro di Håkan Nesser che ha per protagonista l’ispettore Gunnar Barbarotti. Rispetto al lavoro precedente (L’Uomo Senza un Cane) si notano alcune differenze importanti, in particolare due, di segno opposto tra loro. La prima è la trama. Le vicende descritte in “Era tutta un’altra Storia” sono senza dubbio molto più originali e più interessanti, tanto che Nesser vi dedica – con grande gusto e maestria – almeno i primi quattro quinti del suo romanzo. La seconda, a mio avviso negativa e deludente, è rappresentata invece dal finale. O meglio, non tanto la conclusione in sé, quanto la quasi totale mancanza di raccordo tra questa e la prima parte del lavoro. Il passaggio appare eccessivamente brusco, persino poco curato, come se lo scrittore avesse fatto (o dovuto fare) le cose con fretta improvvisa; cosa che contrasta ancor di più con la pazienza e la dedizione dimostrata nella preparazione delle prima 450 pagine. Peccato.

L’algebra dell’acquavite

acquavite + acquadado = acquabullone

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