23 giorni da solo con la lituosuocera. Pirma diena – Giorno 1

Alle 8:00 di questa mattina mia moglie è tornata a Vilnius. Domani prenderà l’autobus per Kaunas (che questi geni di Lituani le piste dell’aeroporto della capitale mica le rifanno a Maggio o a Settembre, ma a Luglio!) e da lì un velivolo della Wizzair la riporterà a Orio al Serio. Voluto trovarsi un lavoro? Bene, io me ne resto al fresco qui in Lituania e lei in una Milano più torrida del solito.

Comunque, da questa mattina appunto sono rimasto solo con mia suocera. Cioè, non è che sono proprio solo, ci sono anche mia figlia di cinque anni e mezzo e la nonna Milda di 90, ma loro non mi danno sui nervi, mia suocera sì.
Non so se ci siamo capiti, 23 giorni sono 552 ore o, se preferite, 33.120 minuti o ancora 1.987.200 secondi, mica una passeggiata o una roba che fai un pisolino e passa. Quasi due milioni di secondi con mia suocera. Mi viene già male.

Stamattina abbiamo subito cominciato col piede sbagliato. Mi ha mandato a prendere l’acqua al pozzo (qui in campagna – pochi km dal confine con la Bielorussia – l’acqua potabile non ce l’abbiamo*, ma va bene lo stesso). Ho preso l’acqua, tra l’altro in due pozzi diversi perché nel primo, dato che in questi giorni ha piovuto parecchio, l’acqua era sporca (praticamente giallo-ruggine). Mica è la prima volta che vado al pozzo, lo faccio sempre, questa mattina, però, la nostra ha voluto insegnarmi che in Lituano pozzo si dice “šulinys”, marcando bene l’accento sulla “y” (che equivale a una “i” lunga). Quando pensavo di aver finito mi chiede come si dice šulinys in Toscano. Le dico “pozzo”, e penso di essermela sbolognata, e invece vuole che le faccia vedere come si scrive. Così prendo un foglio di carta e le scrivo pozzo. Fine del discorso? Ma neanche per sogno. Mentre sono intento a controllare le numerose mail di lavoro eccola che mi ronza intorno e che continua a ripetere pozzo con aria ebete e interrogativa. E poi: ma perché se si dice pozzo non si scrive “poco”**? Per chi non è avvezzo alla più meridionale delle due lingue baltiche va detto che in Lituano la “c” si pronuncia “z”, e infatti loro scrivono “pica”, non “pizza”, “mocarela” e non “mozzarella”, con una “l” sola perché non hanno nemmeno le doppie. Proprio prendendo spunto da pica e mocarela le spiego (nel mio protolituano minimale) l’equivalenza di suono tra le nostre “z” e “zz” (aspre/sorde***) e la loro “c”. Ho anche aperto internet per controllare che Wikipedia avesse una pagina sia in Lituano che in Toscano dedicata ai pozzi. E ce l’aveva. Non l’avessi mai fatto! I dieci (giuro dieci) minuti successivi li ha passati a tentare di estorcermi il perché io avessi scritto le due zeta di pozzo con le stanghette orizzontali, mentre le zeta di Wikipedia erano “lisce” (senza stanghette). Cosa che, per la mia scarsissima conoscenza della lingua, ovviamente non ho potuto spiegarle. Alla fine mi sono liberato di lei con un imperioso “dabar turiu dirbti” (adesso devo lavorare).

Che poi mica è una persona cattiva, è che non gliene viene bene una. Una specie di miscuglio tra Fantozzi, Mr. Bean e la legge di Murphy. Per esempio, a un certo punto oggi pomeriggio mi sono preso dieci minuti di pausa e sono andato a giocare con mia figlia sulla “batutas” che abbiamo in giardino. Dopo un po’ arriva mia suocera con delle tartine al caviale. Caviale vero, di vero storione del Volga, mica come quello che si trova da noi al supermercato (e vi garantisco che la differenza si nota alla vista e sopratutto al palato). È stato un gesto inatteso e molto carino, ma… dico, un filo di burro ci voleva tanto a metterlo? C’hai messo l’aneto, fa niente che non c’hai messo una squirtatina di succo di limone, ma il burro?
Mia suocera, il burro e io non andiamo d’accordo nemmeno per sbaglio. Lei ne usa in quantità industriali, io – che invece ho il colesterolo molto alto di mio – lo limito alla mantecatura del risotto alla milanese e alle tartine al salmone.
Pur sapendo che io non voglio il burro (che – per inciso – mi piace moltissimo) cerca sempre di infilarmelo dappertutto (idem con la panna acida, di fatto onnipresente). L’altro giorno, per esempio, quando è venuto da noi il Pucci lituano, ha preparato il kugelis al tacchino (un pasticcio di patate tipico della cucina casalinga di qui) e ne ha usato quasi un panetto. Ma, porca vacca, oggi non mi puoi preparare le tartine al caviale e non mettercelo! Secondo me lo fa apposta.

Come quando fa il tè. Vale per stamattina e per tutte le altre volte, comprese quelle future che devono ancora venire. Cosa spinge un essere umano (sempre che una suocera si possa definire tale) a riempire una tazza di tè bollente fino all’orlo? Proprio lei, poi, che per la sua iperattività incontrollata le cade tutto dalle mani.

E ora me ne vado a dormire, con un po’ di felicità in più, sapendo che le 552 ore iniziali sono scese a 537. Wow!

_____
* l’acqua del nostro pozzo ve bene solo per lavarsi, quella per far da mangiare è quella che andiamo a prendere nei pozzi di un paio di vicini (le cui analisi chimiche periodiche – dei pozzi non dei vicini – ne certificano la qualità), mentre per bere si usa l’acqua imbottigliata acquistata al supermercato (questo noi, perché mia suocera – e solo lei – beve anche quella del pozzo dei vicini; ma lei può, perché sono eventuali batteri che finiscono nel suo organismo a morire, e non il viceversa)

** l’equivalente lituano del nostro avverbio “poco” è “mažai” e devo star lì a spiegarle anche ‘sta roba

*** nell’alfabeto IPA si rendono con t͡s e non si capisce perché quelli dell’Accademia della Crusca, anziché star lì a far le pulci su questioni spesso ridicole o di interesse nullo, non propongono di scrivere “s” per la esse aspra/sorda, “z” per la esse dolce/sonora, “ts” per la zeta aspra/sorda e “ds” per la zeta dolce/sonora

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