23 giorni da solo con la lituosuocera. Trečia diena – Giorno 3

Non so quanti di voi hanno avuto la fortuna di seguire un corso di robotica; probabilmente non molti. Per programmare un braccio robotico – la dico molto ma molto alla buona – occorre impostare una traiettoria, ad esempio della mano-pinza, e associarvi una funzione che in ogni punto ne descriva la variazione di velocità nel tempo (la variazione di velocità nel tempo è quella cosa chiamata accelerazione). Non è che serva poi molto, e oggi – grazie ai progressi della meccatronica – è anche molto più semplice che in passato.
Anche se non ce ne rendiamo conto un braccio umano funziona più o meno allo stesso modo (sì sì, è più sofisticato ovviamente, ma ci siamo capiti). I movimenti che facciamo sono dovuti a un gioco di accelerazioni e decelerazioni che i muscoli – guidati dal nostro cervello – compiono in modo il più delle volte involontario.
Ora, immaginate di essere seduti, di prendere un bicchiere di birra posato sul tavolo e di portarlo alla bocca per bere. La vostra mano, con sublime armonia ed eleganza, esegue prima un’accelerazione e poi una decelerazione, in modo che voi riusciate a bere senza che il boccale vi rovini il corredo di incisivi. Allo stesso modo, quando è il momento di riporre il bicchiere sul tavolo, entra in gioco lo stesso tipo di meccanismo: prima un’accelerazione e poi una decelerazione fanno sì che lo stesso non sbatta sul piano.
Direte voi, cosa c’entra tutto ciò con mia suocera? C’entra eccome, rispondo io. Se infatti ella, essa, lei (o quello che volete) è in grado di far compiere alla propria mano il percorso di andata dalla tavola alla bocca, non così si può dire per l’operazione inversa. E infatti ogni volta che, dopo aver bevuto, posa un bicchiere sul tavolo lo fa con un sonoro quanto imbarazzante sbang. Però, quasi sempre (ho detto quasi) ha imparato a non rovesciare il contenuto.
Nella città di Kaunas, la seconda della Lituania, esiste un ottimo politecnico: la KTU (Kauno Technologijos Universitetas). Potrebbero anche portarsela via un paio di settimane per farci degli esperimenti. Potrei anche pagarli!

Lezioni di bon ton. Le modalità di apprendimento – vale in tutti i campi – sono fondamentalmente due: si può fare un elenco delle cose che si devono fare oppure un elenco delle cose da evitare. In fatto di galateo (e qui ci limitiamo alla versione “for dummies”), specie per quel che riguarda il comportamento a tavola, mia suocera è un manuale vivente del secondo tipo. Basta guadarla e poi non fare nulla di ciò che fa lei. Sta seduta a mezzo metro dal tavolo (finendo per assumere una innaturale postura arcuata, tra l’altro orribile a vedersi), quando va bene tiene una mano (la sinistra) in grembo, quando va male la usa per sorreggere la testa (d’altra parte con tutto quel cervello chissà che peso), afferra forchette, coltelli e cucchiai come se fossero spade (mia figlia di cinque anni e mezzo sembra già un membro dell’alta società), beve col risucchio (probabilmente la cosa che in assoluto mi dà più fastidio), anziché portare le posate alla bocca quasi infila il grugno nel piatto, apparecchia a caso (quando apparecchia), se ne sta spesso con la mano (la destra, che la sinistra è sotto il tavolo o sotto il mento, ricordate?) sul bicchiere mentre lo stesso giace sul tavolo (come se qualcuno volesse rubarglielo), posiziona bicchieri e forchette tirando i dadi, eccetera eccetera eccetera. Molte di queste cose le ho già raccontate sul blog, anche più volte, e non ho voglia di ripetermi.

Piuttosto ecco qualche pillola.

Mia suocera ha sempre l’abitudine di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’altro giorno, che stavo lavorando, si è messa in testa che doveva appendere a tutti i costi un quadro (raffigurante delle onde, e solo quelle) proprio sopra il tavolo dove c’è il mio portatile. Mai appeso un quadro in oltre dieci anni e lo vuole fare proprio mentre sto per fare un collegamento di lavoro via Skype. Conoscendo la sua attitudine a fare danni (ne parlerò nel post di domani o dopodomani) l’ho assecondata e le ho appeso l’inestimabile capolavoro baltico.

Igiene in cucina. Ieri mia figlia ha fatto cadere per terra un agurco (un cetriolo – in Lituano si chiama agurkas, e a noi piace questa versione toscanizzata) e mia suocera lo ha sciacquato sotto l’acqua corrente (che come vi ho già raccontato non è potabile) e glielo ha rimesso nel piatto. Intercettato l’ortaggio per tempo l’ho spedito dritto dritto in pattumiera. Che non è nemmeno caduto per terra, ma su un polverosissimo tappeto.

La cena di stasera. Mia figlia ha chiesto le farfalle con gli amaretti, io invece mi sono sacrificato per finire l’ignobile pesto Agnesi di ieri. Questo noi, invece loro (cioè la lituosuocera e la nonna Milda) si sono fatti una zuppa di latte. Ecco in cosa consiste la schifezza: spaghetti spezzati in bastoncini di circa 3 centimetri di lunghezza poi cotti (per un numero casuale di minuti) nel latte, il tutto accompagnato da un bicchiere di… latte. E probabilmente, prima o dopo la cottura, ci avranno infilato dentro anche del burro e della panna acida. Roba da provocare un orgasmo a uno come Carlo Cracco.

Infilarsi sempre a sproposito nelle altrui conversazioni. In parte ne ho già parlato ieri nell’episodio dello “strappo di mano” del telefono, ma ritorno sull’argomento perché è di validità più generale. L’altro giorno mia figlia si dondolava allegramente sull’altalena e io le stavo facendo sentire (da Youtube) il video di Occidentali’s Karma. Da circa un mese è la sua canzone preferita (ha scalzato dal podio persino Mr. Crowley di nonno Ozzy, Immigrant Song dei Led Zep e Frozen); la sa tutta a memoria e quando arriva il momento giusto si diverte a urlare a squarciagola Namasté-Alé. Comunque, tempo un minuto scarso ed ecco che compare mia suocera e si mette a intonare una canzone lituana probabilmente vecchia di una decina di lustri. Mia figlia l’ha fortunatamente ignorata, e dire che le due vanno di solito molto d’accordo.

Ah, a un certo punto oggi mia suocera mi ha detto: “jei supranti mane sakyk taip” (se mi capisci dimmi di sì). Ma cos’è sta storia? Io sono lombardo, mica che parlo a caso. Se ti capisco faccio quello che mi dici di fare e sto zitto, non è che ti devo dare una conferma a parole; se vedi eseguo i compiti dovrebbe bastarti. E non è una questione di lingua, noi Lombardi funzioniamo così, sempre: ottimizziamo le energie.

Il countdown? Sono le 23:00, dunque -489 ore.

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