23 giorni da solo con la lituosuocera. Septinta diena – Giorno 7

Questa mattina ero lì nel letto, già sveglio, ma ancora un po’ pigro per alzarmi. E ogni due per tre mi dicevo: bene, adesso vado in bagno che devo fare pipì. Sono quei momenti che puoi ancora resistere ma sai che il limite si avvicina inesorabile. Poi, come ogni volta – sì perché questa cosa capita praticamente ogni volta – non appena ho messo un mezzo piede giù dal letto ecco che il bagno, fulminea, me lo ha occupato mia suocera. E per fortuna che almeno è veloce.
Il fatto, tra l’altro di una certa rilevanza scientifica, è che non importa in quale momento io faccia per alzarmi dal letto; qualunque sia il momento mia suocera riesce a infilarsi in bagno una frazione di secondo prima di me.

Fatalità sincroniche. Come quando, durante il giorno, magari capita che mi devo cambiare. Cioè, ad esempio togliermi i calzoni lunghi e mettere quelli corti, oppure il viceversa. Mia suocera, che fino a un attimo prima era dall’altra parte del mondo a raccogliere barbabietole e patate nell’orto, compare nella stanza proprio nell’attimo in cui sono biotto biotto.

E sempre a proposito di coincidenze. È il momento di lavare i piatti e allora cerco di raccogliere tutte le stoviglie che vedo in giro e le porto fuori nel lavello che abbiamo in giardino. Poi inizio a lavare. Puntuale come un orologio atomico, tempo un paio di minuti e si presenta mia suocera che magicamente ha trovato un’altra mezza dozzina di piatti e di posate. Li accatasta sopra gli altri (di solito facendo cadere qualcosa) e mi fa un risolino idiota che la strozzerei come un tacchino baltico.
Questa però è una cosa tipica delle donne. Che anche mia moglie ogni tanto fa così. Non con i piatti, perché abbiamo la lavastoviglie, però quando sto per andare giù a portare la spazzatura, cioè vetro, carta, plastica e indifferenziata – che sono quattro sacchetti in due mani – ti senti questa vocina con l’effetto Doppler che ti dice: hey, non dimenticare l’umido, che lo sai che l’umido è la cosa più importante.
Saremmo anche uomini, mica piovre o aracnidi.

Comunque tra ieri e oggi ho passato un po’ di tempo a coniugare una trentina di verbi lituani che mi ha dato da studiare la Tati. E allora, tra una pausa di lavoro e l’altra, sono andato in giardino a fare questi esercizi. Parlavo ad alta voce, o da solo o con mia figlia o con la nonna Milda. Io ero lì a coniugare i verbi e mia suocera si infilava dentro e faceva a gara a dirli prima di me. Cioè, capito, mi precedeva. Ma come, mica sei tu che devi esercitarti, tu devi solo dirmi se faccio giusto o se sbaglio.
E infatti a un certo punto mi ha corretto un verbo. Non ho fatto in tempo a dire la prima persona singolare di “sustoti” (fermarsi), che secondo lei questo verbo come lo coniugavo io era sbagliato, perché non era un verbo della prima, ma della terza. E siccome ero scettico, e lei insisteva, alla fine mi ha detto: oggi chiedi alla Tati. Così ho chiesto alla Tati ed è finita 1-0 per la Tati.

Niente, sono un paio di giorni che mia suocera si comporta quasi normale, che poi normale nel suo caso significa che funziona in PHM, dove PHM è l’acronimo di Proto-Human Mode. Cioè, consueta iperattività, cassetti e mobiletti lasciati semi-aperti, roba che le cade dalle mani, posate tenute come capita, zuppe e bevande sorbite col risucchio, bicchieri riempiti fino all’orlo, coltelli appoggiati sul manico con la lama all’insù, inciampamenti nei tappeti (che qui, poi, ce ne sono pochissimi), e tutto il resto del suo ormai celebre campionario.
Però mia moglie ultimamente l’ha un po’ cazziata per il sale e così adesso mi fa assaggiare le cose e mi chiede se per caso non ne ha messo troppo.

Ah, ieri che stavo cucinando la pasta per mia figlia è riuscita a dirmi che nella pentola avevo messo troppa acqua. Chissà, magari la prossima settimana proverà a dirmi anche come si prepara il risotto alla milanese.

Stavo cercando dei video su come si impugnano correttamente le posate, ma non è che ce ne siano molti. Ad esempio ho trovato questo (che però potevano farlo anche un po’ meglio).
Comunque, quando si prende la forchetta con la mano destra (con la sinistra per i mancini) la posata deve funzionare un po’ come il remo di una barca, e il modo corretto di farlo è quello di tenerla tra l’indice e il medio, e di usare il pollice per dare la rotazione.
Questa cosa che a noi sembra del tutto naturale mia suocera non riesce a farla, però nella sua scala evolutiva ci sta andando vicino. Infatti ha sviluppato un’impugnatura che assomiglia alla precedente, ma non è ancora equivalente.
Quello che fa è alternare la “modalità spada” a quella “simil-remo”, dove – in quest’ultimo caso – anziché tenere la forchetta tra l’indice e il medio la tiene tra il medio e l’anulare.
Se ci provate (in caso non abbiate una posata a portata di mano basta un penna) osserverete che la difficoltà aumenta. Sopratutto noterete che, tenendo la forchetta tra indice e medio, vi sono sufficienti solo queste due dita (oltre al pollice) per compiere tutti i movimenti necessari; viceversa, impugnando la forchetta tra medio e anulare, servono tutte e cinque le dita; questo perché si creano due coppie che funzionano all’unisono: indice e medio, da una parte, e anulare e mignolo dall’altra, che si comportano ciascuna come fossero un solo dito.
Abbiamo dunque la conferma che mia suocera si trova nella già citata fase proto-umana, che comunque è già un bel passo avanti rispetto al precedente stadio pre-umano.

Aggiornamento: -392 ore.

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