23 giorni da solo con la lituosuocera. Aštunta diena – Giorno 8

Ieri mi sono dimenticato di dire che a un certo punto mi serviva uno stuzzicadenti, così sono andato su Google Translate e ho trovato che stuzzicadenti (al plurale) si dice “dantų krapštukai” (qualcosa tipo “bastoncini per i denti”). Quindi ho fatto prima il nominativo singolare e poi l’accusativo, e alla fine ho chiesto a mia suocera se ne avesse uno.
Domanda semplice e lineare, direi, di quelle a cui si può solo rispondere con un sì o con un no. Invece mia suocera mi ha fatto a sua volta una domanda, usando ovviamente una parola che non conoscevo, e sopratutto inutillima. Il vocabolo in questione era “mediniai”, cioè – come ho scoperto più tardi – “di legno”. Eh sì, perché – in quel momento – sapere se gli stuzzicadenti li volevo di legno o di plastica era di importanza vitale. Che poi di plastica nemmeno ce li aveva (e nemmeno io li ho mai usati in vita mia).

Una caratteristica di mia suocera è che vive in cucine a geometria variabile. Uso “cucine” al posto di “cucina” perché la cosa vale qui in campagna, nella casa di Vilnius, come (purtroppo) nella nostra a Milano (naturalmente solo quando è presente lei in qualità di uninvited guest).
Cioè, normalmente nei cassetti e negli armadietti gli oggetti hanno un posto fisso, che non è un vezzo recente introdotto dopo il crollo del muro di Berlino, ma un atavico schema mentale di auto-organizzazione che risponde a un’esigenza ben precisa: se una cosa la metti nello stesso posto saprai sempre dove trovarla la volta successiva. Nel caso di mia suocera, invece, questa conquista della specie homo sapiens è ancora di là da venire. E non riguarda solo i su menzionati cassetti e armadietti, ma anche il frigorifero. Se infatti uno, ad esempio, apre il frigo per cercare il burro o il formaggio (o qualunque altra cosa) va a colpo sicuro, non è che deve mettersi lì a fare una ricerca. Invece mia suocera quando apre il frigo si ferma un attimo in contemplazione e, dopo uno sguardo di insieme (di solito tra l’ebete e il perplesso), si lancia in una intensa attività di ravanamento. Che se potessi vi manderei un video perché altrimenti rischiate anche di non credermi.

Oggi a pranzo ha fatto di nuovo i sumuštiniai e, una volta pronti, mi ha chiamato perché la aiutassi a portarli in tavola. Così ha aperto il forno, ha tirato via la tovaglia dalla tavola e con quella ha estratto una teglia che sembrava essere uscita da una fonderia, tanto era alta la temperatura. Qualche anno fa mia moglie le ha portato delle presine, ma sembra che ancora non abbia ben capito come funzionino e sopratutto a cosa servano. Infatti quando la teglia l’ho presa io, afferrandola appunto con le presine, ha esclamato stupita: ah!
Comunque quello che voleva da me è che portassi la teglia arroventata in tavola e che servissi i panini. Chiaro che le ho detto subito di no senza nemmeno pensarci un attimo. Invece sono andato a prendere i piatti dal tavolino della sala (dove tra l’altro era già accomodata mia figlia) e i panini ce li ho messi dentro in cucina, per poi riportare gli stessi piatti, ma pieni, in sala. Niente, anche in questo caso non riesce a capire qual è la sequenza logica delle operazioni. E come sempre il suo sistema è quello che massimizza la probabilità di fare danni, ad esempio di provocare una bella scottatura a qualcuno. Tanto più che quando lei ha in mano qualcosa è del tutto incapace di gestirne l’interazione con l’ambiente circostante.
Al termine del pranzo, poi, ha raccolto i piatti e mi ha passato la pila, visto che – come già sapete – del lavaggio me ne occupo insindacabilmente io. Nel fare ciò –
ça va sans dire – ha fatto cadere il solito paio di posate (che se poi ti atterra un coltello sul piede non è proprio una gran festa).

In mattinata, invece, era finita l’acqua per cucinare, così sono andato a prenderla al pozzo con un paio di secchi, e nel mentre ho anche imparato che in Lituano secchio si dice “kibiras”. Allora sono andato da mia suocera e ho provato a declinarlo. Passando dal nominativo, al genitivo, al dativo mi aveva già interrotto. Io elencavo i casi della prima declinazione al singolare e lei pensava che volessi fare nominativo singolare e plurale. Come sempre non aveva capito una mazza. A differenza della nonna Milda che invece sapeva perfettamente cosa stavo facendo.

Il file Excel che ho messo in piedi per il countdown stasera mi dice che le ore mancanti sono 368 e che il tempo trascorso ha toccato quota 33,33% periodico. Wow, sono a un terzo esatto dalla conclusione dell’impresa.

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