Come riformerei la lingua toscana: i, j

Allo stato attuale la “i” è utilizzata sia per la vocale, sia per la semiconsonante, sia per la semivocale. Dato che il suono semiconsonantico (a differenza di quello semivocalico) è molto caratteristico* la mia idea è quella di renderlo con la “j”, mentre per la vocale e per la semivocale si può mantenere la “i”.

Una semiconsonante è un suono a metà strada tra una vocale e una consonante e si trova esclusivamente nei dittonghi ascendenti**, quelli cioè in cui abbiamo una semiconsonante (che è sempre atona) e una vocale (che può essere tonica o atona). I dittonghi in questione sono ia, ie, io, iu che dunque si renderebbero con “ja” (jarda, pjanø), “je/jɛ” (jeri, pjede, bjɛlla), “jo/jø” (jonøsfera, pjoddža), “ju” (juta, pjuma).

C’è anche il caso dei trittonghi, come per l’aggettivo possessivo “mjɛi” (semiconso­nante + vocale + semivocale).

In presenza di iato la “i” è tonica e dunque resta “i” (via, viale, šiare).

A fine parola la “i” può essere accentata. Nel Toscano contemporaneo in questi casi si utilizza l’accento grave “ì” al posto del più corretto accento acuto “í”; paradossalmente quest’ultima è considerata una grafia ricercata e non diffusa, quando invece dovrebbe essere il contrario, dal momento che la “i” (come la “u”) può essere solo chiusa.
Nel sistema da me ipotizzato i grafemi per le vocali sono sette (non cinque), dunque il problema non si pone. Si può usare l’accento aperto in quanto non è più necessaria la distinzione grafica tra accento acuto e grave.

La “j” resterebbe poi in essere nei termini di origine straniera (jogging).

Per l’uso di “o” e “ø” si veda oltre.

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* è un problema esclusivamente di suono, non di coppie minime; le coppie minime di questo tipo sono infatti pochissime; per esempio “spjanti” (seconda persona singolare del presente indicativo del verbo spiantare) e “spianti” (participio presente plurale del verbo spiare)

** le semivocali sono invece presenti nei dittonghi discendenti (ai, ei, oi, ui)

Che classe fai? La prima primaria!

C’era una volta la scuola elementare e i bambini che andavano in prima dicevano che facevano la prima elementare. Ma oggi la scuola elementare è diventata la scuola primaria. Quindi cosa dicono i primini adesso? Che fanno la prima primaria?

Qualcosa non quadra… oppure qualquadra non cosa

Citata da Mauro. Che sia lui o meno il primo ad averlo creato si tratta comunque di un gioco di parole davvero originale.

La questione catalana in nano-pillole

Come credo tutti sanno la Catalogna ha indetto per il prossimo 1 Ottobre 2017 un referendum per l’indipendenza dalla Spagna. In base alla costituzione spagnola Madrid ha definito questo referendum illegale, ha bloccato le finanze catalane e arrestato (e poi rilasciato) alcuni funzionari delle istituzioni locali.
Chi ha ragione? Nel perimetro definito dalla costituzione spagnola ha ragione Madrid.

E il diritto di autodeterminazione della Catalogna? La normativa giuridica internazionale prevede la possibilità di autodeterminazione solo in tre casi: quando si è in presenza di un regime coloniale, quando è in atto un’occupazione straniera con la forza, quando lo Stato da cui si vuole secedere pratica l’apartheid. Ergo, anche da questo punto di vista Barcellona ha torto.

E quindi? Quindi la Catalogna ha di fronte a sé due sole possibilità: riformare la costituzione o infilarsi lungo un percorso che potrebbe portare a manifestazioni violente. La prima opzione è impraticabile (all’interno della Spagna la Catalogna non avrà mai i numeri per cambiare la costituzione), la seconda è deprecabile.

A questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma come, non eri tu un accanito sostenitore dell’indipendenza catalana? Traditore! Com’è che hai cambiato idea? Certo che lo sono, e non ho affatto cambiato idea. Dirò di più: il mio indipendentismo è nato a metà anni 80 nel sud dell’Inghilterra, quando – durante una vacanza-studio – per circa un mese mi sono trovato a condividere la stanza proprio con un quindicenne catalano. È da lì che tutto ha avuto origine.

Allora ricapitoliamo. Da una parte abbiamo in primo luogo una costituzione che vieta il referendum catalano e in secondo luogo abbiamo una normativa internazionale che esclude la possibilità di secessione in un caso come questo. Ma cosa abbiamo dall’altra parte? Dall’altra parte abbiamo un diritto naturale (l’aspirazione dei Catalani a staccarsi dalla Spagna e a costituire uno Stato indipendente) che, proprio in quanto diritto naturale, viene e verrà sempre prima di qualunque legge. Quindi, la soluzione più saggia è che la Spagna riconosca questo diritto e “allarghi” il perimetro scongiurando inutili violenze.

La storia insegna, tra le altre cose, che non è molto saggio governare con il popolo (o una parte consistente di esso) contro. Madrid deve concedere il referendum. Perché la storia insegna anche che, quando non si può cambiare pacificamente o nel rispetto della legge, non rimane che la rivoluzione.

In questo contesto vale anche la pena osservare come la comunità internazionale farebbe bene a stare zitta. Zitta perché già in un  recente passato ha mostrato (con il caso della Crimea) di non sapersi imporre quando dall’altra parte c’è qualcuno di grosso (la Russia di Putin). Quindi, visti i precedenti in fatto di codardia, meglio evitare di fare ora la voce grossa con la piccola Catalogna.

Un’ultima osservazione. Il diritto naturale all’autodeterminazione deve valere sempre, anche quando possiamo non condividerne le ragioni. La Catalogna ha la sua lingua, le sue tradizioni e la sua cultura, ma dovrebbe potersi autodeterminare anche se volesse lasciare la Spagna per mere ragioni economiche.

Quando due coniugi non si amano più e sono costretti a una convivenza forzata non fanno altro che litigare dalla mattina alla sera. Dopo la separazione, invece, non è infrequente che i toni si ammorbidiscano, che ritorni il rispetto reciproco, che si instauri un’amicizia e, qualche volta, che ritorni persino l’amore. L’indipendenza della Catalogna potrà, nel medio periodo, sanare gli attuali contrasti tra Madrid e Barcellona, che sono inutili e antistorici. A volte basta poco, come fare un piccolo passo indietro. La Spagna senza la Catalogna non smetterà di essere grande e la Catalogna da sola avrà la sua dignità di Stato indipendente. Con una nazione in più mi pare di poter dire che l’Europa sarebbe più bella. E, ancora più bella, se domani ci fossero anche Veneto e Lombardia.

Come riformerei la lingua toscana: h

La h muta non serve, quindi la eliminerei, lasciandola solo nei vocaboli di origine straniera come hotel. Non serve per il verbo avere, dove è possibile scrivere “à” al posto di “ha”, “ànno” al posto di “hanno”, ecc., e non serve nei digrammi “ch” e “gh”, sostituiti rispettivamente da “k” e “g”.

A coloro che dovessero trovare stramba l’idea di eliminare la “h” consiglio la lettura di questa pagina tratta dal sito dell’Accademia della Crusca. Scopriranno, costoro, che già oggi le forme senza acca del verbo avere – per quanto rare – sono corrette.

Come riformerei la lingua toscana: g, gh, gi

Discorso parallelo a quello fatto qui. La soluzione che propongo è però diversa. La “g dura” si può rendere con l’attuale “g”, mentre la “g dolce” con il digramma “dž”.

Tratterò in un post specifico i casi “gl” e “gn”.

Patrick HP Siegert da Mannheim

Ringrazio l’amico Daniele, che al momento si trova a Mannheim, per avermi inviato questo manifesto elettorale di quel buontempone di Patrick HP Siegert del Die PARTEI.

Per saperne di più sul Die PARTEI potete dare un’occhiata a questa pagina di Wikipedia.

Come riformerei la lingua toscana: e

In Toscano abbiamo un solo simbolo (e) per due suoni: “e” (e chiusa) e “ɛ” (e aperta). Quindi tanto vale usare direttamente questi due simboli. E se vanno accentati a fine parola? Gli si mette un accento come quello che oggi è usato per le vocali aperte. Questo perché nella mia proposta di riforma (che prevede sette simboli per altrettante vocali) la distinzione tra accento acuto e grave perde di importanza; usare l’accento delle attuali vocali aperte è cioè un fatto di pura convenzione.
Ritornerò su questo argomento quando parlerò delle vocali “i” e “u”.

Nota: a chi obietta che il simbolo “ɛ” non fa parte dell’alfabeto latino rispondo dicendo che si può sempre inserire in modo da ottenere un alfabeto latino esteso. D’altra parte in epoca classica (antica Roma) “j”, “u” e “w” non erano presenti, oggi invece lo sono. Di certo il simbolo “ɛ” si può migliorare in modo che assuma un aspetto a noi più familiare.

Il test dei poligoni, delle banane e degli orologi

Il test è questo. Qual è il risultato?
Notate bene le categorie in cui ho inserito questo post.

Come riformerei la lingua toscana: c, ch, ci

È il caso della “c dolce” e della “c dura”.

La “c dolce” si ha quando “c” è seguita da “e + consonante/vocale” (es. cento/ceiba), da “i + consonante” (es. cinta) o da “i + vocale” (es. cialda/cielo/ciocca/ciucco).
In questo caso “c” può essere sostituita dal digramma “tš”. Una parola come “ciao” verrebbe dunque scritta “tšao” (non c’è bisogno della “i” in quanto non accentata), mentre “farmacia” si scriverebbe “farmatšia” (in questo frangente, molto più raro del precedente, la “i” è invece necessaria).

La “c dura” si ha quando “c” è seguita da “a”, “o” e “u” e nel digramma “ch”. Qui è sufficiente sostituirla con “k”.

Per quanto riguarda le doppie avremmo “ttš” e “kk”.

Si comprende, dunque, che – a fronte di quanto sopra – la “c” diviene un grafema inutile.

Fàbbricamicene, come fabbricare parole quadrisdrucciole

È definita quadrisdrucciola una parola con accento tonico sulla sestultima sillaba. In Toscano parole di questo tipo si possono formare solo con delle particelle enclitiche.

Quando si chiede un esempio di quadrisdrucciola quasi tutti si affidano a “fàbbricamicene”, e così sembra che parole di questo tipo siano rarissime; tra poco vedremo che non è così. Per tornare a “fàbbricamicene” innanzitutto va capito il suo significato, perché di primo acchito esso può non essere così immediato. Facciamo allora il seguente esempio: A è il direttore di produzione di un determinato reparto e B è un suo operaio. A va da B, vede che B ha realizzato una serie di prodotti, indica a B dei nuovi componenti e gli chiedere di fabbricargli altri prodotti dello stesso tipo a partire da quei componenti. A potrebbe dire a B (immaginatevi una persona con parlata fiorentina, che viene più semplice): molto bene, per favore fàbbricamicene altri venti entro venerdì.

Ma oltre a “fàbbricamicene” si possono costruire (molti) altri esempi. Il verbo fabbricare è composto da quattro sillabe (fab-bri-cà-re) e la seconda persona singolare dell’imperativo “fabbrica” ha l’accento sulla prima sillaba (fàb-bri-ca). Dunque basta cercare verbi (transitivi) di quattro sillabe con questa caratteristica. Per esempio “applicare”, “caricare”, “collocare”, da cui possiamo costruire “àpplicamicene”, “càricamicene”, “còllocamicene”.

Tuttavia si può costruire una quadrisdrucciola anche in altri modi, per esempio partendo da un verbo transitivo di cinque sillabe che all’imperativo abbia l’accento sulla seconda sillaba. Un caso è “affumicare”, da cui possiamo trarre “affùmicamicene”. In maniere simile si possono prendere verbi di sei sillabe con imperativo accentato sulla terza sillaba, ecc.

Come riformerei la lingua toscana: b, d, f, l, m, p, r, t, v

Queste sono le consonanti che lascerei invariate. Idem per le loro doppie. Il raddoppio, così come è oggi, è a mio avviso graficamente efficace rispetto ad altre soluzioni possibili (due punti dopo la consonante, trattino superiore, gancetto inferiore, ecc.).

Quanti passeggeri ci sono su un volo Ryanair?

In questi giorni è stata diffusa la notizia in base alla quale Ryanair cancellerà 2.000 voli lasciando a terra 400.000 passeggeri. E visto che si parla di numeri facciamo qualche conto.

Cominciamo da questo articolo de La Stampa. Nel titolo si parla di 2.000 voli e 400.000 passeggeri. Se così fosse un volo trasporterebbe in media 200 passeggeri. Nel corpo del pezzo, invece, si parla di “oltre” 2.000 voli e “circa” 400.000 passeggeri, ma con gli “oltre” e i “circa” i calcoli non si fanno. Poi, però, più avanti nel medesimo articolo vengono menzionati “fino a” 50 voli al giorno per sei settimane. Bene, se trascuriamo quel “fino a” i conti ci dicono che i passeggeri per volo sarebbero 190,48. Gli stessi numeri sono stati forniti da Repubblica (qui).
Il Sole 24 Ore parla di una media di 40-50 voli in sei settimane (qui), che come media appare ben strana (cioè esageratamente generica). Figure identiche per ADN Kronos (qui).
Il Mattino di Napoli è più preciso nelle date e ci dice (qui) che il periodo delle cancellazioni andrà dal 21 Settembre al 31 Ottobre 2017, dunque 41 giorni. Se usassimo questo dato, i 50 voli al giorno e i 400.000 passeggeri, ne risulterebbe una media di 195,12 passeggeri/volo.
Il Secolo XIX riferisce (qui) di una media di 48 voli al giorno per sei settimane, che ci poterebbe a 198,41 passeggeri/volo.

Più o meno gli altri quotidiani si inseriscono nelle casistiche esposte sopra. E i quotidiani stranieri? I numeri sono gli stessi visto che i giornalisti italioti e padanioti non hanno fatto altro che copiare (come spesso accade) dalla stampa estera.

Non convinto sono andato sul sito della Ryanair, ho scaricato i PDF con la lista dei voli cancellati e ho rifatto i conti. Da notare che la pagina in questione si apre con «Up to 50 flights per day (less than 2% of flights) have been cancelled for the next six weeks». Cominciamo dalle numeriche sui voli.

18 Settembre 2017: 56
19 Settembre 2017: 55
20 Settembre 2017: 53
21 Settembre 2017: 84
22 Settembre 2017: 50
23 Settembre 2017: 50
24 Settembre 2017: 50
25 Settembre 2017: 50
26 Settembre 2017: 42
27 Settembre 2017: 38
28 Settembre 2017: 48
29 Settembre 2017: 54
30 Settembre 2017: 48
01 Ottobre 2017: 54
02 Ottobre 2017: 50
03 Ottobre 2017: 42
04 Ottobre 2017: 38
05 Ottobre 2017: 48
06 Ottobre 2017: 54
07 Ottobre 2017: 48
08 Ottobre 2017: 54
09 Ottobre 2017: 50
10 Ottobre 2017: 42
11 Ottobre 2017: 38
12 Ottobre 2017: 48
13 Ottobre 2017: 54
14 Ottobre 2017: 48
15 Ottobre 2017: 54
16 Ottobre 2017: 50
17 Ottobre 2017: 42
18 Ottobre 2017: 38
19 Ottobre 2017: 48
20 Ottobre 2017: 54
21 Ottobre 2017: 48
22 Ottobre 2017: 54
23 Ottobre 2017: 50
24 Ottobre 2017: 42
25 Ottobre 2017: 38
26 Ottobre 2017: 48
27 Ottobre 2017: 54
28 Ottobre 2017: 48

I giorni sono 41 (come correttamente riportato dal Il Mattino di Napoli, che però ha sbagliato le date, traslandole – chissà perché – di tre giorni in avanti), i voli cancellati sono 2.014, con una media di 49,12 al giorno. Quindi le informazioni di Ryanair sono corrette.
Per nostra fortuna Ryanair usa un solo tipo di velivolo (fonte), il Boeing 737-800, che dispone di 189 posti (fonte). Ne consegue che – al massimo – i passeggeri che resteranno a terra sono 2.014*189 = 380.646.

Conclusione: l’approssimazione di 400.000 è un po’ eccessiva (380.000 è pur sempre un buon numero da presentare ai lettori), sopratutto perché – dal momento che le cancellazioni di voli, specie se di massa, sono una notizia molto negativa per gli utenti, 380.000 avrebbe avuto un impatto leggermente meno nefasto. Resta il fatto che Ryanair non parla mai del numero di passeggeri che resteranno a terra, questa è piuttosto è una deduzione giornalistica (e, visti gli svarioni a cui siamo abituati, questa volta non sono andati nemmeno troppo lontani, sbagliando “solo” del 5,3%).

Ciò detto, questo non è un post a favore di Ryanair (compagnia con cui ho smesso di volare da anni perché da me e da mia moglie ritenuta insoddisfacente); questo è un post a favore della correttezza dei numeri in ambito giornalistico. E se il numero da dare è 380.646 si scrive “circa” 380.000 o “poco più di” 380.000, non 400.000.

Come riformerei la lingua toscana: a

Sulla vocale “a” c’è poco da dire.

La sua lunghezza può essere diversa (anche all’interno della stessa parola), ma in Toscano la quantità non è un elemento distintivo, pertanto la cosa non ha implicazioni a livello grafico. Non così in altre lingue come il Neerlandese, ma sopratutto l’Ungherese, il Finlandese e l’Estone* (e – con la probabile sorpresa dei più – il dialetto Romanesco**).

Dal punto di vista dell’accentazione “a” può essere solo aperta, dunque “à” è l’unica grafia possibile. Sono favorevole alla regola per cui si accentano solo le vocali a fine parola, ma introdurrei l’obbligatorietà di accentazione per i vocaboli omografi nel caso di omografia legata ad accento su vocali diverse, per esempio àncora/ancóra, àrbitri/arbìtri, àmbito/ambìto, … Per i vocaboli in cui l’omografia è dovuta all’apertura o chiusura di una medesima vocale (caso di “e” e “o”) farò un discorso a parte quando tratterò l’argomento nello specifico.

_____
* in Estone la lunghezza delle vocali è addirittura tripla; per esempio, per quanto riguarda la “a”, questa può essere breve, lunga o molto lunga

** un esempio tipico è la differenza tra /toddetto/ (t’ho detto) e /to:ddetto/ (te l’ho detto)

La mia farmacia è differente

La farmacia del mio paese ogni tanto mi manda degli SMS informativi. Vi riporto quello che ho ricevuto alle 9:32 di questa mattina: «l’omeopatia può aiutarvi a prevenire e combattere sindromi influenzali e simil-influenzali, virosi in genere (otiti, rino-faringiti, herpes). Fate prevenzione!».

Che poi il testo non era mica scritto così, l’ho sistemato io per decenza e nel rispetto di chi mi legge. Il messaggio originale era tutto in maiuscolo, con gli apostrofi al posto degli accenti, senza i giusti spazi tra le parole, con una punteggiatura traballante.

Ho scritto loro una mail in cui ho chiesto la cancellazione del servizio, specificando inoltre che – dipendesse da me – una farmacia che fa cose di questo genere verrebbe chiusa.

Il Toscano si legge come si scrive. Eh sì, ciao

In molti sono convinti che il Toscano (impropriamente chiamato Italiano) sia una lingua che si legge come si scrive. Se facciamo un paragone con l’Inglese si può anche pensare che sia così, ma ci sono molte altre lingue, qui in Europa, che davvero o quasi si leggono come si scrivono, e da questo punto di vista sono molto meglio della nostra.

Nei prossimi giorni scriverò una serie di post per spiegare come mi piacerebbe venisse modificata la grafia della nostra lingua.

Ci sono quelli che poi… la nostra è la lingua migliore del mondo, la nostra è la costituzione migliore del mondo, abbiamo il patrimonio artistico più ricco del pianeta, abbiamo la migliore cucina di tutti, abbiamo la miglior moda, ecc.
Alcune di queste cose sono certamente vere e dipendono da noi (per esempio la cucina o certe produzioni manifatturiere locali di altissimo livello), altre sono un lascito dei nostri antenati (per esempio il patrimonio artistico, che dovremmo almeno tutelare e valorizzare, ma spesso non ci riusciamo nemmeno), altre, infine, sono delle pure idiozie (lingua, costituzione, paesaggi naturalistici, …).
Quelli che, ad esempio, dicono che quella italiana è la miglior costituzione del mondo l’hanno letta per davvero? E si sono letti tutte le altre costituzioni? O sanno che esistono nazioni (come il Regno Unito) che una costituzione scritta non ce l’hanno neppure? Non credo proprio.
Questo tipo di atteggiamento è tuttavia pericoloso; pericoloso perché parte da un presupposto di superiorità che, da un lato, è infondato e, dall’altro, genera – come conseguenza – un improduttivo immobilismo di fondo. Gli “altri” infatti, proprio perché si rendono conto che eccelliamo in alcuni ambiti, si sono da tempo attrezzati non solo per copiarci, ma anche per fare meglio di noi.
Invece si dovrebbe tenere un profilo umile, viaggiare molto, giudicare meno e apprezzare le altrui culture. E copiare quel che di buono c’è al di fuori dei nostri confini, perché di cose ottime ce ne sono ovunque, solo che se si pensa di essere i migliori nemmeno le si vede, e anno dopo anno il divario con alcuni Stati (magari piccoli e giovani) si fa sempre più grande.

Se torniamo alla lingua questo atteggiamento di chiusura e ottusità fa sì che ogni discussione volta a proporre una riforma della grafia del Toscano sia di fatto considerata tabù. Eppure, basta andare indietro nel tempo per scoprire che, in questi secoli, di regole e convenzioni ne sono cambiate moltissime. Giusto per fare un esempio, la acca muta è un’invenzione tutto sommato recente (e a mio parere inutile).

Il mio amico Alessandro propone da tempo di adottare l’IPA, l’alfabetico fonetico internazionale. Forse l’adozione integrale dell’IPA è un po’ eccessiva, ma senza dubbio da lì possono giungere spunti interessanti. Nei prossimi giorni esporrò alcune delle mie idee.

No TAV… ernello

Sicuramente arriverò in ritardo su questa cosa, ma è la prima volta che la sento.
Scritta vista questa mattina in quel di Lodi, quartiere Revellino, nei pressi della Cattedrale Vegetale di Giuliano Mauri.

Iato ha uno iato o un dittongo?

Dipende. C’è chi sostiene che iato si debba pronunciare /i’ato/, e quindi in effetti contiene uno iato, e chi invece propende per la pronuncia /’jato/, dove abbiamo un dittongo. Io pronuncio con il dittongo.

Sinistra catalana, sinistra italiana

In Catalogna il sostegno all’indipendenza è trasversale a tutti i partiti, ma i più impegnati sul fronte del referendum del 1 Ottobre 2017 sono i partiti di sinistra.
Nella cosidetta Italia, invece, la sinistra – da qualche decennio a questa parte – vede i temi dell’indipendenza come il fumo negli occhi e la sinistra estrema –
con il suo carico di intransigenza ideologica – se potesse vieterebbe addirittura di discuterne.
L’autodeterminazione dei popoli, al di là del significato tecnico e limitativo che questo principio ha nel diritto internazionale, è prima di tutto un diritto naturale, dunque superiore a qualunque legge di uno Stato.
Il fatto è che in Catalogna la sinistra fa la sinistra, mentre nella cosidetta Italia la sinistra nessuno ha ben capito cosa faccia.

O come otel

Se facessimo lo spelling in base alla pronuncia potremmo anche dire “o come otel”.

Gödel, botti piene e mogli ubriache

Una costruzione assiomatica (potente almeno quanto l’aritmetica elementare) non può essere contemporaneamente coerente e completa.
Cioè, ad esempio, se vogliamo che a partire dagli assiomi si possa dedurre l’intera aritmetica (completezza) allora da qualche parte ci sarà almeno una proposizione contradditoria. Viceversa se vogliamo evitare proposizioni contradditorie (coerenza) allora vi sarà almeno una proposizione di cui – all’interno di quella costruzione assiomatica – non si potrà dire se è vera o falsa (la cosidetta indecidibilità).
Questo è, tradotto in modo semplice, quanto dice il primo e fondamentale Teorema di Gödel. Un risultato notevolissimo a cui mi capita di pensare molto spesso.
Tuttavia ieri sera, poco prima di addormentarmi, per un istante ho visto le cose in un modo leggermente diverso: ho cioè pensato che coerenza e completezza stanno tra loro nella stessa relazione della botte piena e della moglie ubriaca nel famoso detto.

Sì lo so, ho scritto “contradditoria/e” con una sola “t”, ma – come per “cosidetto” al posto di “cosiddetto” – su questo blog io uso fare così.

La Neve sotto la Neve

La scorsa estate la pubblicazione de “Il Treno per Tallinn” di Arno Saar aveva suscitato un notevole interesse. Dopo pochi giorni ne parlavano quasi tutti i siti e i blog specializzati in recensioni di gialli, thriller, noir, ecc.
La stessa cosa, invece, non si può dire per il seguito (“La Neve sotto la Neve”). Con l’aggravante che Arno Saar ora ha un nome, tra l’altro di prestigio: Alessandro Perissinotto.
Della seconda indagine del commissario Marko Kurismaa, per il momento, sembra non parlare nessuno.

Nell’ultimo anno hanno provato in molti a dare un’identità al misterioso scrittore dallo pseudonimo estone, ma i tentativi sono stati vani. Chi segue questo blog sa bene come sono andate le cose e conosce questo post. Se i giornalisti fossero meno superficiali e un filo meno supponenti di quello che in realtà sono, da quelle righe il nome di Perissinotto lo avrebbero estratto subito.

Tuttavia, dopo qualche mese, anche l’interesse per Arno Saar è andato scemando. Lo scorso Luglio il quotidiano La Stampa annuncia un incontro pubblico in quel di Torino con la presenza contemporanea di Alessandro Perissinotto e Arno Saar (ne ho parlato qui), ma dell’esito di quella serata non v’è traccia. E il 29 Agosto 2017 Perissinotto rilascia questa intervistaIl Fatto Quotidiano in cui rivela di essere Arno Saar (con una punta polemica di cui ho riferito in questo breve post). Intervista che, però, stranamente nessun altro riprende.

Peccato, perché “La Neve sotto la Neve” è un lavoro nettamente superiore al suo acclamato esordio; è più omogeneo, più equilibrato, scritto molto meglio e con grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi. Tutte cose in cui l’autore – quando si prende i tempi giusti (senza inseguire le tecniche di scrittura di Simenon) – riesce benissimo.
Manca anche quell’eccesso di citazioni colte che – a mio giudizio – avevano costituito una stonatura ne “Il Treno per Tallinn”.
E se la prima indagine di Kurismaa aveva avuto il merito di far conoscere al grande pubblico la tragedia dell’affondamento del traghetto Estonia, qui Perissinotto ci parla con coraggio del campo di concentramento di Klooga.
“La Neve sotto la Neve” è anche una specie di piccola miniera d’oro per gli appassionati, come me, di musica estone. Perissinotto ha seminato un po’ ovunque riferimenti espliciti (e in parte velati) a diversi autori estoni, sopratutto in ambito jazz.

Fin qui le luci; ci sono però anche alcune ombre. Prime fra tutte la scarsa solidità della trama e la sua ordinarietà. Viste le abilità dello scrittore, in vista del terzo episodio, Perissinotto dovrebbe puntare sopratutto sulla ricerca di una storia forte (non nel senso di cruenta, ma di valida) e originale.
Poi dopo due romanzi ambientati entrambi in inverno ed entrambi con sviluppi sulla direttrice Tallinn-Narva è il caso di guardare altrove, climaticamente e geograficamente.
Anche qualche sentimentalismo in meno non guasterebbe, altrimenti si ha l’impressione di trovarsi di fronte più a un prodotto per casalinghe che a un giallo vero e proprio.
Infine, mancano alcuni degli elementi portanti di un vero giallo; qui possiamo essere più indulgenti perché Perissinotto – nonostante lo sterminato amore per Simenon – ha dimostrato di essere più a suo agio con altri generi. Quello che infatti servirebbe è una minore linearità nel racconto degli avvenimenti e, per contro, maggiore tensione. Il lettore di gialli ha bisogno di essere depistato, stupito (meglio senza iperbolici eccessi a la Jo Nesbø), coinvolto. Il lettore deve sentirsi partecipe, identificarsi con il buono o con il cattivo, non essere spettatore. Su questi fronti ci sono sicuramente margini di miglioramento. E a proposito di buoni e cattivi, mi pare di poter dire che – sin qui – Perissinotto si sia dimostrato più abile con la descrizione dei primi.

Suonatore di ringhiere

Ho una passione enorme per la musica, ma non so suonare nessuno strumento; proprio non ci sono portato. Però non posso fare a meno di tamburellare per interminabili minuti su qualunque ringhiera mi capiti a tiro, immaginando di essere Cozy Powell, Vinnie Colaiuta, Billy Cobham o Carl Palmer.

Klooga koonduslaager

Ho da poco iniziato la lettura de “La Neve sotto la Neve” di Alessandro Perissinotto – Arno Saar. Oltre a essere scritto molto meglio dell’esordio “Il Treno per Tallinn”, questo libro ha il merito di menzionare in più di un’occasione il campo di concentramento di Klooga, di cui alle nostre latitudini ben pochi sanno. E allora chi volesse approfondire può cominciare da queste pagine in Toscano e Inglese che Wikipedia dedica all’argomento.

Ozzy, the Brummie

Il post precedente mi ha portato a scoprire alcuni demonimi inglesi di città di cui ignoravo totalmente l’esistenza.

Aberdonians (Aberdeen)
Amsterdammers (Amsterdam)
Austinites (Austin)
Bathonians (Bath)
Bucharesters (Bucharest)
Budapesters (Budapest)
Brummies (Birmingham)
Cairenes (Cairo)
Cantabrigians (Cambridge)
Corkonians (Cork)
Dallasites (Dallas)
Denverites (Denver)
Glaswegians/Weegies (Glasgow)
Haligonians (Halifax)
Hannoveraners (Hannover)
Istanbulites (Istanbul)
Jerusalemites (Jerusalem)
Leopolitans (Lviv)
Liverpudlians (Liverpool)
Loiners/Leodensians/Leodiensians (Leeds)
Mancunians (Manchester)
Mentonasques (Menton)
Montrealers (Montreal)
Novocastrians (Newcastle)
Odessites (Odessa)
Oxonians (Oxford)
Readingites (Reading)
Rotterdammers (Rotterdam)
Seattleites (Seattle)
Tokyoites (Tokyo)
Vancouverite (Vancouver)
Warsovians (Warsaw)
Waterluvians (Waterloo, Canada)

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