Come riformerei la lingua toscana: i, j

Allo stato attuale la “i” è utilizzata sia per la vocale, sia per la semiconsonante, sia per la semivocale. Dato che il suono semiconsonantico (a differenza di quello semivocalico) è molto caratteristico* la mia idea è quella di renderlo con la “j”, mentre per la vocale e per la semivocale si può mantenere la “i”.

Una semiconsonante è un suono a metà strada tra una vocale e una consonante e si trova esclusivamente nei dittonghi ascendenti**, quelli cioè in cui abbiamo una semiconsonante (che è sempre atona) e una vocale (che può essere tonica o atona). I dittonghi in questione sono ia, ie, io, iu che dunque si renderebbero con “ja” (jarda, pjanø), “je/jɛ” (jeri, pjede, bjɛlla), “jo/jø” (jonøsfera, pjoddža), “ju” (juta, pjuma).

C’è anche il caso dei trittonghi, come per l’aggettivo possessivo “mjɛi” (semiconso­nante + vocale + semivocale).

In presenza di iato la “i” è tonica e dunque resta “i” (via, viale, šiare).

A fine parola la “i” può essere accentata. Nel Toscano contemporaneo in questi casi si utilizza l’accento grave “ì” al posto del più corretto accento acuto “í”; paradossalmente quest’ultima è considerata una grafia ricercata e non diffusa, quando invece dovrebbe essere il contrario, dal momento che la “i” (come la “u”) può essere solo chiusa.
Nel sistema da me ipotizzato i grafemi per le vocali sono sette (non cinque), dunque il problema non si pone. Si può usare l’accento aperto in quanto non è più necessaria la distinzione grafica tra accento acuto e grave.

La “j” resterebbe poi in essere nei termini di origine straniera (jogging).

Per l’uso di “o” e “ø” si veda oltre.

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* è un problema esclusivamente di suono, non di coppie minime; le coppie minime di questo tipo sono infatti pochissime; per esempio “spjanti” (seconda persona singolare del presente indicativo del verbo spiantare) e “spianti” (participio presente plurale del verbo spiare)

** le semivocali sono invece presenti nei dittonghi discendenti (ai, ei, oi, ui)

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Che classe fai? La prima primaria!

C’era una volta la scuola elementare e i bambini che andavano in prima dicevano che facevano la prima elementare. Ma oggi la scuola elementare è diventata la scuola primaria. Quindi cosa dicono i primini adesso? Che fanno la prima primaria?

Qualcosa non quadra… oppure qualquadra non cosa

Citata da Mauro. Che sia lui o meno il primo ad averlo creato si tratta comunque di un gioco di parole davvero originale.

La questione catalana in nano-pillole

Come credo tutti sanno la Catalogna ha indetto per il prossimo 1 Ottobre 2017 un referendum per l’indipendenza dalla Spagna. In base alla costituzione spagnola Madrid ha definito questo referendum illegale, ha bloccato le finanze catalane e arrestato (e poi rilasciato) alcuni funzionari delle istituzioni locali.
Chi ha ragione? Nel perimetro definito dalla costituzione spagnola ha ragione Madrid.

E il diritto di autodeterminazione della Catalogna? La normativa giuridica internazionale prevede la possibilità di autodeterminazione solo in tre casi: quando si è in presenza di un regime coloniale, quando è in atto un’occupazione straniera con la forza, quando lo Stato da cui si vuole secedere pratica l’apartheid. Ergo, anche da questo punto di vista Barcellona ha torto.

E quindi? Quindi la Catalogna ha di fronte a sé due sole possibilità: riformare la costituzione o infilarsi lungo un percorso che potrebbe portare a manifestazioni violente. La prima opzione è impraticabile (all’interno della Spagna la Catalogna non avrà mai i numeri per cambiare la costituzione), la seconda è deprecabile.

A questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma come, non eri tu un accanito sostenitore dell’indipendenza catalana? Traditore! Com’è che hai cambiato idea? Certo che lo sono, e non ho affatto cambiato idea. Dirò di più: il mio indipendentismo è nato a metà anni 80 nel sud dell’Inghilterra, quando – durante una vacanza-studio – per circa un mese mi sono trovato a condividere la stanza proprio con un quindicenne catalano. È da lì che tutto ha avuto origine.

Allora ricapitoliamo. Da una parte abbiamo in primo luogo una costituzione che vieta il referendum catalano e in secondo luogo abbiamo una normativa internazionale che esclude la possibilità di secessione in un caso come questo. Ma cosa abbiamo dall’altra parte? Dall’altra parte abbiamo un diritto naturale (l’aspirazione dei Catalani a staccarsi dalla Spagna e a costituire uno Stato indipendente) che, proprio in quanto diritto naturale, viene e verrà sempre prima di qualunque legge. Quindi, la soluzione più saggia è che la Spagna riconosca questo diritto e “allarghi” il perimetro scongiurando inutili violenze.

La storia insegna, tra le altre cose, che non è molto saggio governare con il popolo (o una parte consistente di esso) contro. Madrid deve concedere il referendum. Perché la storia insegna anche che, quando non si può cambiare pacificamente o nel rispetto della legge, non rimane che la rivoluzione.

In questo contesto vale anche la pena osservare come la comunità internazionale farebbe bene a stare zitta. Zitta perché già in un  recente passato ha mostrato (con il caso della Crimea) di non sapersi imporre quando dall’altra parte c’è qualcuno di grosso (la Russia di Putin). Quindi, visti i precedenti in fatto di codardia, meglio evitare di fare ora la voce grossa con la piccola Catalogna.

Un’ultima osservazione. Il diritto naturale all’autodeterminazione deve valere sempre, anche quando possiamo non condividerne le ragioni. La Catalogna ha la sua lingua, le sue tradizioni e la sua cultura, ma dovrebbe potersi autodeterminare anche se volesse lasciare la Spagna per mere ragioni economiche.

Quando due coniugi non si amano più e sono costretti a una convivenza forzata non fanno altro che litigare dalla mattina alla sera. Dopo la separazione, invece, non è infrequente che i toni si ammorbidiscano, che ritorni il rispetto reciproco, che si instauri un’amicizia e, qualche volta, che ritorni persino l’amore. L’indipendenza della Catalogna potrà, nel medio periodo, sanare gli attuali contrasti tra Madrid e Barcellona, che sono inutili e antistorici. A volte basta poco, come fare un piccolo passo indietro. La Spagna senza la Catalogna non smetterà di essere grande e la Catalogna da sola avrà la sua dignità di Stato indipendente. Con una nazione in più mi pare di poter dire che l’Europa sarebbe più bella. E, ancora più bella, se domani ci fossero anche Veneto e Lombardia.

Come riformerei la lingua toscana: h

La h muta non serve, quindi la eliminerei, lasciandola solo nei vocaboli di origine straniera come hotel. Non serve per il verbo avere, dove è possibile scrivere “à” al posto di “ha”, “ànno” al posto di “hanno”, ecc., e non serve nei digrammi “ch” e “gh”, sostituiti rispettivamente da “k” e “g”.

A coloro che dovessero trovare stramba l’idea di eliminare la “h” consiglio la lettura di questa pagina tratta dal sito dell’Accademia della Crusca. Scopriranno, costoro, che già oggi le forme senza acca del verbo avere – per quanto rare – sono corrette.

Come riformerei la lingua toscana: g, gh, gi

Discorso parallelo a quello fatto qui. La soluzione che propongo è però diversa. La “g dura” si può rendere con l’attuale “g”, mentre la “g dolce” con il digramma “dž”.

Tratterò in un post specifico i casi “gl” e “gn”.

Patrick HP Siegert da Mannheim

Ringrazio l’amico Daniele, che al momento si trova a Mannheim, per avermi inviato questo manifesto elettorale di quel buontempone di Patrick HP Siegert del Die PARTEI.

Per saperne di più sul Die PARTEI potete dare un’occhiata a questa pagina di Wikipedia.

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