Come riformerei la lingua toscana: h

La h muta non serve, quindi la eliminerei, lasciandola solo nei vocaboli di origine straniera come hotel. Non serve per il verbo avere, dove è possibile scrivere “à” al posto di “ha”, “ànno” al posto di “hanno”, ecc., e non serve nei digrammi “ch” e “gh”, sostituiti rispettivamente da “k” e “g”.

A coloro che dovessero trovare stramba l’idea di eliminare la “h” consiglio la lettura di questa pagina tratta dal sito dell’Accademia della Crusca. Scopriranno, costoro, che già oggi le forme senza acca del verbo avere – per quanto rare – sono corrette.

5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. zoppaz
    Ott 13, 2017 @ 11:00:03

    sapevo che la riforma ortografica della sostituzione h/accento è stata proposta in passato, e che non ha preso piede, e ho qualche dubbio sulla sua proponibilità oggi. se la lingua fosse l’espressione della razionalità io proporrei l’abolizione delle lettere maiuscole (non so però se hai già trattato un argomento del genere). in ogni caso, credo che molte delle tue proposte piacerebbero a raymond queneau.

  2. Nautilus
    Ott 13, 2017 @ 12:06:22

    @ zoppas

    Bene, prendo l’ultima parte come un complimento 🙂

    Quando dici “ho qualche dubbio sulla sua proponibilità oggi” tocchi un elemento per me fondamentale. Quello che ritengo importante è che si possa discutere apertamente, tranquillamente e civilmente di riforma della lingua (come di riforma della costituzione, di indipendentismo, ecc.). Quindi apprezzo il tuo commento. Per capirci, non sopporto l’idea del tabù, di chi dice: stai dicendo delle idiozie, la nostra lingua è la più bella del mondo e non si tocca. Io ho alcune idee, magari sono di difficile applicazione, ma sono argomentate, non è che non se ne possa parlare.

    Invece mi interessa molto la tua idea dell’abolizione delle maiuscole. Non ho mai trattato un argomento del genere perché non ci ho mai pensato, cioè non mi sono mai posto un problema di questo tipo. Cosa ti fa propendere per l’abolizione?

  3. zoppaz
    Ott 13, 2017 @ 14:13:34

    trovo i tuoi articoli ottimamente documentati, non penso affatto che siano idiozie. la riforma ortografica di queneu che in parte ha messo in pratica per esempio nell’incipit di “zazie nel metro” era una provocazione che, pur inascoltata, aveva il suo perché, e non si sarebbe certo scandalizzato per esempio dei linguaggi (ormai datati e in declino) da sms e chat che prevedono le k e via dicendo.

    considero la lingua un fatto storico che si evolve, che ci piaccia o no, con le sue dinamiche che non tengono conto di razinalità, grammatiche e regole prescrittive. ci sono due spinte all’interno di una lingua viva, l’evoluzione spontanea e la regola (che storicamente viene DOPO la costituzione spontanea di una lingua). i grammatici, come scienziati, studiano quanto esiste alla ricerca di leggi, norme e regole che descrivono quanto c’è, e il risultato è che per ogni regola ci sono innumerevoli eccezioni. una volta affermata, una regola diviene prescrittiva per ciò che avviene esuccessivamente, dunque, per capirci, i verbi in -are coniati per esempio da parole nuove sono di certo tutti regolari, al contrario di verbi antichi come “andare” che seguono nella flessione non un modello rigoroso ma l’evoluzione linguistica che di fatto si è affermata con l’uso.
    credo che proporre delle riforme ortografiche che seguono dei canoni razionali e semplici (che non mi scandalizzano né mi paiono tabù) sia un’utopia, a meno di inventare una lingua come per esempio l’esperanto che però non ha mai preso piede.
    in passato mi avevano colpito molto le riforme ortografiche proposte da trissino, che perlopiù non hanno trovato accoglimento. in tempi recenti mi ha colpito il cambiamento a proposito di se stesso o sé stesso: nel devoto oli del ’90 tutte le occorrenze erano senza accento, e si consigliava questo uso anche sotto il lemma sè. dopo la morte di oli, con serianni e trifone, la situazione si è ribaltata e ora le occorrenze sono con il sé accentato e si sconsiglia l’uso alternativo in quanto non ha un perché razionale (e non si capisce bene quando, come e perché sia stato introdotto, anche se per mezzo secolo ha dettato legge, nelle grammatiche e nelle norme editoriali delle case editrici). ecco uno dei pochi di “riforma ortografica” in sordina che ha portato i suoi frutti.

    tutta questa prolissità per arrivare al punto: in questo contesto di seguire la razionalità non vedo nell’uso delle maiuscole un perché razionale (se non quello di evidenziare qualcosa e di marcare per esempio i punti fermi, le pause o i nomi propri) e mi paiono degli orpelli estetici di cui non colgo il senso razionale, ma solo l’uso. la mia è una provocazione e una boutade, non ne farei una battaglia, perché non credo all’applicabilità delle riforme ortografiche, è solo un gusto estetico moderno. nelle norme editoriali recenti le maiuscole sono sempre meno di moda e in calo. non si usano per i mesi, le formule come dottore, e anche sempre meno per evidenziare la differenza tra paese =nazione e paese generico, o nei nomi dei popoli.

    nei contesti informali mi firmo sempre tutto in minuscolo, e a questo proposito ti segnalo che la ricercatrice americana danah boyd, ha ottenuto che il suo nome venisse registrato all’anagrafe tutto in minuscolo, creando un precedente: non si può più conisderare “errore” il mancato utilizzo delle maiuscole nel suo nome proprio, anzi…

  4. Nautilus
    Ott 15, 2017 @ 12:26:13

    @ zoppas

    A questa cosa delle maiuscole e minuscole, come detto, non avevo mai pensato. Quindi ho colto l’occasione del tuo commento per fare un po’ di ricerche sulla nascita e sull’evoluzione delle scritture maiuscole e minuscole, tra l’altro imbattendomi in cose che non avevo mai sentito prima (per esempio l’onciale).
    Questi scambi di idee sono sempre interessantissimi perché, se usati nel modo giusto, permettono di ampliare la propria conoscenza. Lo dico con vena fortemente polemica nei confronti di coloro che dicono che si stava meglio prima, cioè quando non c’era internet. Col cavolo!
    Ho compreso il tuo punto di vista, tuttavia non è una di quelle cose per cui personalmente farei una battaglia. Mi spiego: vedo nelle maiuscole un fatto puramente estetico e mi piace che nella lingua ci siano anche elementi estetici. Il mio modo di usare le maiuscole è abbastanza classico: a inizio periodo, dopo il punto fermo, dopo i punti interrogativo ed esclamativo (ma non sempre), come elemento distintivo (Stato/stato, Comune/comune, …), per i nomi dei mesi. Quest’ultimo è un mio vezzo. Non uso mai, invece, la maiuscola reverenziale. E quando dico mai significa anche nelle occasioni formali e nelle comunicazioni ufficiali di lavoro. Anzi, dal momento che nel mio mondo (quello delle telecomunicazioni) è praticamente d’obbligo il tu, non uso nemmeno quasi mai il lei, nemmeno se parlo con degli sconosciuti (insomma, seguo un po’ lo stile scandinavo da questo punto di vista).
    Tornando alle maiuscole, mi infastidisce molto quando queste sono riservate solo al primo vocabolo di certe locuzioni; per esempio non sopporto chi scrive “Consiglio dei ministri”; o scrivi “Consiglio dei Ministri” oppure “consiglio dei ministri”; e io seguo la seconda (solo minuscole).
    Altra cosa che non sopporto sono gli acronimi in cui solo la prima lettera è maiuscola (Ue al posto di UE).
    A tale proposito non posso non chiederti come coniugheresti la tua abolizione delle maiuscole con gli acronimi.

    Per il resto condivido molte delle cose che hai scritto.

    Non sono invece d’accordo quando parli di “provocazione”. In generale non mi piace l’idea stessa di provocazione perché mi fa pensare che se qualcosa è una provocazione significa che tu per primo non ci credi fino in fondo.

    Altro elemento su cui mi trovo in disaccordo è quando dici che non credi nell’applicabilità delle riforme ortografiche, che ti sembrano un’utopia. Per farti un esempio, tre o quattro anni fa in Lituania è stata decisa una riforma ortografica volta a bandire le consonanti che non fanno parte del Lituano (come la “x” e la “w”, per capirci). Se ne è discusso per un po’ (un po’ significa qualche mese, non decenni) e poi la riforma è entrata in vigore. Anni addietro c’era stata anche una riforma della lingua tedesca, se non ricordo male. Quindi, volendo (volendo), la riforma si può fare. Poi è vero che il nostro è il Paese delle discussioni infinite, dove nulla cambia, ma ‘sta tendenza prima o poi la dobbiamo invertire, altrimenti rimaniamo un Paese perennemente diviso e perennemente impantanato. Bisogna invece promuovere (con esempi, idee e azioni concrete) la cultura del coraggio a cambiare quando è il caso di farlo. A me piace sempre ricordare la celebre frase di Ezra Pound: if a man isn’t willing to take some risk for his opinions, either his opinions are no good or he’s no good.

    Bene, e ora è il momento di augurarti buon pranzo e buona domenica. Un piacere averti tra i miei commentatori!

  5. zoppaz
    Ott 16, 2017 @ 15:22:57

    Sì hai ragione, la mia è una provocazione e non ci credo fino in fondo. In Italia ci scanniamo dai tempi di Dante sulla questione della lingua e non lo so quanto sia possibile una riforma, ma tutto può essere e tra l’altro nell’accezione filosofica di utopia, non luogo, non c’è il concetto di irrealizzabile, è un’accezione successiva! Io lavoro nell’editoria e sulle maiuscole le norme editoriali prevedono che, poichè la sigla tutta maiuscola “buca lo schermo, almeno per quelle più comuni è in uso mettere solo la prima lettera maiuscola. E non si usa nei nomi dei mesi. Ma queste sono norme editoriali interne delle case editrici, come l’eliminazine delle d eufoniche, e alla fine credo che fuori da questi contesti è bene che uno scriva come vuole. Un saluto.

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