Quando i Corleonesi venivano dalla Padania

Il titolo di questo post è il titolo di questo articolo pubblicato oggi su Il Tirreno da Vittorio Emiliani. Non conosco il giornalista, non ho capito il vero senso dell’articolo e quindi non faccio commenti.

6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Lele
    Nov 24, 2017 @ 03:50:22

    Come diceva De Gregori “e non c’è niente da capire…”.
    Secondo me hai letto la parola Padania, sei andato in brodo di giuggiole e non hai più capito niente. 😉

    A parte gli scherzi, forse hai cercato di leggere tra le righe qualche messaggio che non credo ci sia. A me sembra semplicemente una curiosità relativa a Corleone.

  2. Nautilus
    Nov 24, 2017 @ 10:41:09

    @ Lele

    In realtà ho attivi una trentina di Google Alert che ogni giorno mi fanno arrivare qualche centinaio di articoli prelevati qua e là da tutto lo spazio web. Padania è uno di questi alert, gli altri riguardano prevalentemente i Paesi baltici.

    L’articolo cita una curiosità che non conoscevo, ma il titolo è inappropriato perché otto secoli fa il nome Padania non esisteva, mentre Lombardia (nelle sue forme più arcaiche come Longobardia) sì.

    Essendo tu tra i lettori del mio blog sai che ci sono tre categorie di persone per le quali noto una stima infima: giornalisti, giudici, insegnanti. Professioni fondamentali, che ritengo importantissime, ma che sono dequalificate dal livello medio dei loro esponenti.

    Tornando alla Padania di solito gli atteggiamenti della stampa sono due: o si dice che la Padania non esiste o la si fa esistere con il preciso intento di delegittimarla.
    Nel caso in esempio accostare Corleone alla Padania, e quindi la mafia alla Padania (c’è la foto della cattura di Bernardo Provenzano), non mi pare un modo professionale di comportarsi. In Padania la mafia c’è eccome, ma è importata dall’Italia e dalla Sicilia (e da altri Paesi situati geograficamente a est). Non è che adesso la Padania è diventata la culla storica della mafia. C’è un limite al senso del ridicolo. La mafia (nello specifico la ‘ndrangheta), anni fa, l’hanno trovata persino alle isole Svalbard, dove hanno beccato due pescatori calabresi a dare la caccia illegale alle balene. Per dire. Calabresi, mica Lombardi.

    Su questo blog ho spiegato più volte il mio pensiero. La Padania esiste ed è una macroarea geografica (cito sempre i paragoni con Svevia e Scandinavia), quindi non vedo perché non si dovrebbe utilizzare il termine o demonizzarlo. Poi io sono un indipendentista, ma non sogno uno Stato padano, almeno non nell’immediato, ma uno Stato lombardo. Questo perché la Padania, specie se estesa a Toscana, Umbria e Marche, sarebbe a mio avviso una realtà istituzionale troppo ampia da gestire in modo efficiente. Una volta creati degli Stati indipendenti, in futuro, si potrebbe anche pensare di confederarli. Oppure no.

    Riporto un episodio personale che non ho mai trattato sul blog. Quando avevo 19 anni il preside della scuola media privata che avevo frequentato in passato mi ha chiamato per fare delle lezioni di matematica e fisica nel neonato liceo. L’insegnante di ruolo esercitava la mattina, io mi occupavo del doposcuola, nel pomeriggio. Alla fine me ne sono andato per incompatibilità con il tizio della mattina. Un giorno i ragazzi mi hanno chiesto un approfondimento sulle disequazioni radicali e io ho spiegato loro come risolverle. Dopo la lezione ho scoperto il motivo per il quale i risultati dei ragazzi non tornavano con le soluzione del libro. L’insegnante di ruolo né aveva insegnato loro a mettere le “condizioni” né (anche se la via non è certo raffinata) a provare le soluzioni alla fine, in modo da scartare quelle che tali non erano. Sono andato dall’insegnante a chiedere lumi, ma questi ha voluto far valere il principio d’autorità, al che me ne sono andato.
    Questo episodio non è da leggersi nel senso di “caro Nautilus, hai trovato la mela marcia in mezzo a tante mele sane” (cosa forse probabile), ma è per far capire quanto reputo importate l’insegnamento.

  3. Lele
    Nov 26, 2017 @ 04:35:48

    Ribadisco: non c’è niente da capire. E non credo abbia senso in questo contesto la critica agli atteggiamenti della stampa.
    Il termine “Padania” compare solo una volta, probabilmente frutto dell’estro di un abile anonimo titolista.

  4. Nautilus
    Nov 26, 2017 @ 19:21:19

    @ Lele

    Il mio blog non funziona con i “ribadisco” e/o i principi di autorità. Il termine Padania compare nel titolo (e che giornalista è uno che si fa fare i titoli dagli altri?) e il sostantivo “padani” compare nel testo. E questo, a mio parere, non è un modo corretto di fare giornalismo. Concetto che vale sempre e dovunque, anche per coloro che dovessero definire Magna Grecia la Sicilia di oggi.

  5. Lele
    Nov 27, 2017 @ 03:00:20

    Nautilus,
    non ho voluto esprimere nessun principio di autorità, che non possiedo. Ho semplicemente voluto ribadire una mia personale opinione.
    Sulla base della mia, se pur limitata, esperienza giornalistica (cartacea, non so come funzioni sui siti web dei quotidiani) posso testimoniare che non sono un’eccezione i giornalisti che non si occupano di occhiello, titolo o sommario, ma lasciano che se ne occupino i redattori.
    Il sostantivo padani non mi sembra in questo caso riferibile al concetto di Padania, ma di abitanti della pianura Padana.
    Tutto ciò per esprimere il concetto che, secondo me, Vittorio Emiliani non merita la critica che fai del suo articolo, visto che è basata su un uso dell’espressione “padano” diverso da quello che tu consideri.

    Su una cosa sono d’accordo con te: che quelle di giornalista, giudice e insegnante sono professioni di grandissima responsabilità (anche se non in quest’ordine).

  6. Nautilus
    Nov 27, 2017 @ 11:19:37

    @ Lele

    Su questo blog si può scrivere più o meno quello che si vuole, purché lo si faccia in modo educato, ma l’importante è che i pensieri vengano argomentati. E nel tuo penultimo intervento (quello che ho criticato) l’argomentazione non c’è. C’è invece nell’ultimo intervento, in particolare quando scrivi “Il sostantivo padani non mi sembra in questo caso riferibile al concetto di Padania, ma di abitanti della pianura Padana”.
    Per capirci: ovviamente quando scrivo “educato” non mi sto riferendo a te: se tu non fossi educato i tuoi commenti non verrebbero pubblicati (e fortunatamente sono molto pochi i commenti che in questi anni ho censurato perché contenenti volgarità o bestemmie).

    Hai argomentato la tua posizione e io – che non sono d’accordo – te la contro-argomento (vedi poco oltre). Questo è il metodo dialettico che si usa qui. La cosa importante non è un italico “volemose bene”, ma uno scambio di idee che accresca la conoscenza.

    Ora ti dico perché non sono d’accordo. Perché il sostantivo “padano” – che pure esiste, nonostante sia recente e minoritario rispetto all’aggettivo – non è riferito agli abitanti della pianura padana (ho consultato un po’ di dizionari al riguardo), ma a coloro che credono o combattono per ottenere l’indipendenza della Padania, la quale, anche nella sua forma ristretta (cioè senza Toscana, Umbria e Marche) è ben più estesa della pianura padana.

    Quindi penso che il giornalista nello scrivere quel pezzo un po’ di malizia ce l’abbia voluta mettere. Vittorio Emiliani è un signore del 1935. Di solito mi piace interloquire con le persone, ma dubito che a quell’età il nostro sia particolarmente attivo nel mondo di internet.

    Altro passaggio: “posso testimoniare che non sono un’eccezione i giornalisti che non si occupano di occhiello, titolo o sommario, ma lasciano che se ne occupino i redattori”. Qui non ho esperienza diretta, quindi non so dire. Se io fossi un giornalista e qualcuno volesse mettere il titolo a un mio pezzo penso lo manderei a quel paese. So invece che, ogni tanto, gli scrittori di romanzi devono subire le pressioni dell’editore affinché sia quest’ultimo a scegliere il titolo. Qui parlo per certo. Nell’estate del 2016 uno scrittore palermitano mi ha dato una grossa mano per la risoluzione del caso Arno Saar. Almeno in un caso il titolo di uno dei suoi libri gli è stato cambiato d’imperio dall’editore (di Milano).

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