L’Impiccatore di Vilnius

Come spesso avviene in casi come questi colui che la logica bollerebbe quale atroce criminale è invece esaltato come eroe nazionale dalla propaganda russa.

Siamo nel 1863, in piena epoca zarista; Michail Muravjov (1796-1866), governatore di Vilnius (allora parte del Krai nordoccidentale, un territorio a cavallo tra le attuali Lituania e Bielorussia) si trova a gestire la “Rivolta di Gennaio”.
In quell’occasione si distingue per: messa al bando dell’alfabeto latino e della lingua lituana nelle pubblicazioni scritte (bando rimosso solo nel 1904), deportazione in Siberia di circa 9.000 rivoltosi (eh, sì certi “vizi” sono cominciati ben prima di quel che si è portati a credere) e impiccagione “dimostrativa” di 127 ribelli (che gli valgono il soprannome di “Impiccatore di Vilnius”).
Già in precedenza si era fortemente impegnato nella chiusura dell’università della città e nell’opposizione alla chiesa cattolica a favore di quella ortodossa (opposizione che – tra le altre cose – è consistita nel divieto di costruzione di nuove chiese cattoliche e nella conversione di parte di quelle esistenti, oltre che in riforme economiche e scolastiche a beneficio di preti e contadini ortodossi a danno di quelli cattolici).

Muravjov è stato all’epoca il principale perpetratore delle durissime politiche di russificazione, depolonizzazione e delituanizzazione di territori abitati da secoli da popolazioni non russe.

Tra le sue frasi più celebri: “tra un secolo non esisteranno più né la Lituania né i Lituani” e “laddove non ci sono riusciti i fucili russi ci riusciranno le scuole russe”.

Un eroe nazionale. Appunto.

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