23 giorni da solo con la lituosuocera. Devynta diena – Giorno 9

Post brevissimo visto che stasera e stanotte qui in camera (che poi è anche la sala da pranzo) non sarò solo. In mattinata è sopraggiunto il fratello di mia moglie, che si è tirato dietro una coppia di amici con relative figlie al seguito (due). Mia suocera ha dovuto lavorare extra, e per fortuna mi ha rotto un po’ meno del solito. Ma comunque ha rotto lo stesso.

Tipica giornata lituana caratterizzata da un altrettanto tipico disordine alimentare. Non tanto per quello che si è mangiato, quanto per la cultura degli orari dei pasti, o meglio, per la totale assenza di una tale cultura. E infatti si è pranzato alle 16:30 (con il solito kugelis) e cenato verso le 21:00 (šaltibarščiai e poi carpa, spigola e un terzo pesce che non mi ricordo, comunque tutti e tre buoni, che poi lasciamo stare che qui la gente mangia con le mani).

345 ore alla fine.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Aštunta diena – Giorno 8

Ieri mi sono dimenticato di dire che a un certo punto mi serviva uno stuzzicadenti, così sono andato su Google Translate e ho trovato che stuzzicadenti (al plurale) si dice “dantų krapštukai” (qualcosa tipo “bastoncini per i denti”). Quindi ho fatto prima il nominativo singolare e poi l’accusativo, e alla fine ho chiesto a mia suocera se ne avesse uno.
Domanda semplice e lineare, direi, di quelle a cui si può solo rispondere con un sì o con un no. Invece mia suocera mi ha fatto a sua volta una domanda, usando ovviamente una parola che non conoscevo, e sopratutto inutillima. Il vocabolo in questione era “mediniai”, cioè – come ho scoperto più tardi – “di legno”. Eh sì, perché – in quel momento – sapere se gli stuzzicadenti li volevo di legno o di plastica era di importanza vitale. Che poi di plastica nemmeno ce li aveva (e nemmeno io li ho mai usati in vita mia).

Una caratteristica di mia suocera è che vive in cucine a geometria variabile. Uso “cucine” al posto di “cucina” perché la cosa vale qui in campagna, nella casa di Vilnius, come (purtroppo) nella nostra a Milano (naturalmente solo quando è presente lei in qualità di uninvited guest).
Cioè, normalmente nei cassetti e negli armadietti gli oggetti hanno un posto fisso, che non è un vezzo recente introdotto dopo il crollo del muro di Berlino, ma un atavico schema mentale di auto-organizzazione che risponde a un’esigenza ben precisa: se una cosa la metti nello stesso posto saprai sempre dove trovarla la volta successiva. Nel caso di mia suocera, invece, questa conquista della specie homo sapiens è ancora di là da venire. E non riguarda solo i su menzionati cassetti e armadietti, ma anche il frigorifero. Se infatti uno, ad esempio, apre il frigo per cercare il burro o il formaggio (o qualunque altra cosa) va a colpo sicuro, non è che deve mettersi lì a fare una ricerca. Invece mia suocera quando apre il frigo si ferma un attimo in contemplazione e, dopo uno sguardo di insieme (di solito tra l’ebete e il perplesso), si lancia in una intensa attività di ravanamento. Che se potessi vi manderei un video perché altrimenti rischiate anche di non credermi.

Oggi a pranzo ha fatto di nuovo i sumuštiniai e, una volta pronti, mi ha chiamato perché la aiutassi a portarli in tavola. Così ha aperto il forno, ha tirato via la tovaglia dalla tavola e con quella ha estratto una teglia che sembrava essere uscita da una fonderia, tanto era alta la temperatura. Qualche anno fa mia moglie le ha portato delle presine, ma sembra che ancora non abbia ben capito come funzionino e sopratutto a cosa servano. Infatti quando la teglia l’ho presa io, afferrandola appunto con le presine, ha esclamato stupita: ah!
Comunque quello che voleva da me è che portassi la teglia arroventata in tavola e che servissi i panini. Chiaro che le ho detto subito di no senza nemmeno pensarci un attimo. Invece sono andato a prendere i piatti dal tavolino della sala (dove tra l’altro era già accomodata mia figlia) e i panini ce li ho messi dentro in cucina, per poi riportare gli stessi piatti, ma pieni, in sala. Niente, anche in questo caso non riesce a capire qual è la sequenza logica delle operazioni. E come sempre il suo sistema è quello che massimizza la probabilità di fare danni, ad esempio di provocare una bella scottatura a qualcuno. Tanto più che quando lei ha in mano qualcosa è del tutto incapace di gestirne l’interazione con l’ambiente circostante.
Al termine del pranzo, poi, ha raccolto i piatti e mi ha passato la pila, visto che – come già sapete – del lavaggio me ne occupo insindacabilmente io. Nel fare ciò –
ça va sans dire – ha fatto cadere il solito paio di posate (che se poi ti atterra un coltello sul piede non è proprio una gran festa).

In mattinata, invece, era finita l’acqua per cucinare, così sono andato a prenderla al pozzo con un paio di secchi, e nel mentre ho anche imparato che in Lituano secchio si dice “kibiras”. Allora sono andato da mia suocera e ho provato a declinarlo. Passando dal nominativo, al genitivo, al dativo mi aveva già interrotto. Io elencavo i casi della prima declinazione al singolare e lei pensava che volessi fare nominativo singolare e plurale. Come sempre non aveva capito una mazza. A differenza della nonna Milda che invece sapeva perfettamente cosa stavo facendo.

Il file Excel che ho messo in piedi per il countdown stasera mi dice che le ore mancanti sono 368 e che il tempo trascorso ha toccato quota 33,33% periodico. Wow, sono a un terzo esatto dalla conclusione dell’impresa.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Septinta diena – Giorno 7

Questa mattina ero lì nel letto, già sveglio, ma ancora un po’ pigro per alzarmi. E ogni due per tre mi dicevo: bene, adesso vado in bagno che devo fare pipì. Sono quei momenti che puoi ancora resistere ma sai che il limite si avvicina inesorabile. Poi, come ogni volta – sì perché questa cosa capita praticamente ogni volta – non appena ho messo un mezzo piede giù dal letto ecco che il bagno, fulminea, me lo ha occupato mia suocera. E per fortuna che almeno è veloce.
Il fatto, tra l’altro di una certa rilevanza scientifica, è che non importa in quale momento io faccia per alzarmi dal letto; qualunque sia il momento mia suocera riesce a infilarsi in bagno una frazione di secondo prima di me.

Fatalità sincroniche. Come quando, durante il giorno, magari capita che mi devo cambiare. Cioè, ad esempio togliermi i calzoni lunghi e mettere quelli corti, oppure il viceversa. Mia suocera, che fino a un attimo prima era dall’altra parte del mondo a raccogliere barbabietole e patate nell’orto, compare nella stanza proprio nell’attimo in cui sono biotto biotto.

E sempre a proposito di coincidenze. È il momento di lavare i piatti e allora cerco di raccogliere tutte le stoviglie che vedo in giro e le porto fuori nel lavello che abbiamo in giardino. Poi inizio a lavare. Puntuale come un orologio atomico, tempo un paio di minuti e si presenta mia suocera che magicamente ha trovato un’altra mezza dozzina di piatti e di posate. Li accatasta sopra gli altri (di solito facendo cadere qualcosa) e mi fa un risolino idiota che la strozzerei come un tacchino baltico.
Questa però è una cosa tipica delle donne. Che anche mia moglie ogni tanto fa così. Non con i piatti, perché abbiamo la lavastoviglie, però quando sto per andare giù a portare la spazzatura, cioè vetro, carta, plastica e indifferenziata – che sono quattro sacchetti in due mani – ti senti questa vocina con l’effetto Doppler che ti dice: hey, non dimenticare l’umido, che lo sai che l’umido è la cosa più importante.
Saremmo anche uomini, mica piovre o aracnidi.

Comunque tra ieri e oggi ho passato un po’ di tempo a coniugare una trentina di verbi lituani che mi ha dato da studiare la Tati. E allora, tra una pausa di lavoro e l’altra, sono andato in giardino a fare questi esercizi. Parlavo ad alta voce, o da solo o con mia figlia o con la nonna Milda. Io ero lì a coniugare i verbi e mia suocera si infilava dentro e faceva a gara a dirli prima di me. Cioè, capito, mi precedeva. Ma come, mica sei tu che devi esercitarti, tu devi solo dirmi se faccio giusto o se sbaglio.
E infatti a un certo punto mi ha corretto un verbo. Non ho fatto in tempo a dire la prima persona singolare di “sustoti” (fermarsi), che secondo lei questo verbo come lo coniugavo io era sbagliato, perché non era un verbo della prima, ma della terza. E siccome ero scettico, e lei insisteva, alla fine mi ha detto: oggi chiedi alla Tati. Così ho chiesto alla Tati ed è finita 1-0 per la Tati.

Niente, sono un paio di giorni che mia suocera si comporta quasi normale, che poi normale nel suo caso significa che funziona in PHM, dove PHM è l’acronimo di Proto-Human Mode. Cioè, consueta iperattività, cassetti e mobiletti lasciati semi-aperti, roba che le cade dalle mani, posate tenute come capita, zuppe e bevande sorbite col risucchio, bicchieri riempiti fino all’orlo, coltelli appoggiati sul manico con la lama all’insù, inciampamenti nei tappeti (che qui, poi, ce ne sono pochissimi), e tutto il resto del suo ormai celebre campionario.
Però mia moglie ultimamente l’ha un po’ cazziata per il sale e così adesso mi fa assaggiare le cose e mi chiede se per caso non ne ha messo troppo.

Ah, ieri che stavo cucinando la pasta per mia figlia è riuscita a dirmi che nella pentola avevo messo troppa acqua. Chissà, magari la prossima settimana proverà a dirmi anche come si prepara il risotto alla milanese.

Stavo cercando dei video su come si impugnano correttamente le posate, ma non è che ce ne siano molti. Ad esempio ho trovato questo (che però potevano farlo anche un po’ meglio).
Comunque, quando si prende la forchetta con la mano destra (con la sinistra per i mancini) la posata deve funzionare un po’ come il remo di una barca, e il modo corretto di farlo è quello di tenerla tra l’indice e il medio, e di usare il pollice per dare la rotazione.
Questa cosa che a noi sembra del tutto naturale mia suocera non riesce a farla, però nella sua scala evolutiva ci sta andando vicino. Infatti ha sviluppato un’impugnatura che assomiglia alla precedente, ma non è ancora equivalente.
Quello che fa è alternare la “modalità spada” a quella “simil-remo”, dove – in quest’ultimo caso – anziché tenere la forchetta tra l’indice e il medio la tiene tra il medio e l’anulare.
Se ci provate (in caso non abbiate una posata a portata di mano basta un penna) osserverete che la difficoltà aumenta. Sopratutto noterete che, tenendo la forchetta tra indice e medio, vi sono sufficienti solo queste due dita (oltre al pollice) per compiere tutti i movimenti necessari; viceversa, impugnando la forchetta tra medio e anulare, servono tutte e cinque le dita; questo perché si creano due coppie che funzionano all’unisono: indice e medio, da una parte, e anulare e mignolo dall’altra, che si comportano ciascuna come fossero un solo dito.
Abbiamo dunque la conferma che mia suocera si trova nella già citata fase proto-umana, che comunque è già un bel passo avanti rispetto al precedente stadio pre-umano.

Aggiornamento: -392 ore.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Šešta diena – Giorno 6

Ieri osservavo mia suocera di spalle fuori dal supermercato Maxima di Švenčionys mentre era in piedi davanti al bancomat intenta a prelevare. E mi sono reso conto che aveva la stessa postura di quando è in cucina davanti ai fornelli. Gambe larghe e leggermente piegate, quasi come se fosse pronta per affrontare un pericolo o a lottare contro un avversario. Detta così non rende molto bene, ma vi assicuro che non è un modo molto naturale di stare in piedi.
Questa storia delle gambe divaricate e piegate, poi, fa sì che quando cammina ha delle oscillazioni in senso verticale molto più pronunciate di noi altri umani. Cioè, se – come si fa in alcune animazioni computerizzate – immaginate di cancellare il corpo e sostituire la testa con un puntino luminoso che scorre su uno sfondo nero, vedreste questo puntino muoversi, oltre che in orizzontale, anche su e giù con dei movimenti piuttosto ampi. E così mi sono detto che una come mia suocera io riuscirei a riconoscerla ovunque anche senza vederla in faccia.

Mia suocera se deve comunicarmi un concetto semplice usa tremila parole, e questo ve l’ho già raccontato. Oggi, però, ho capito una cosa. Mia moglie mi ha spiegato che fa così perché se non capisco la prima volta prova a ridirmi quello che voleva dirmi con parole diverse. Il punto è che magari la prima volta qualcosina riesco ad afferrare, ma le successive è quasi sempre buio totale.
Il perché è presto detto: a ogni ripetizione usa vocaboli sempre più difficili e frasi sempre più lunghe e contorte. Un po’ come se uno vi chiede se avete il mal di denti, voi non capite e allora ci riprova con un “non è che magari risenti di un’odontalgia all’arcata superiore sinistra?”.
L’altra giorno, per esempio, mi ha detto qualcosa che conteneva la parola “salotos” (insalata), ma non avendo compreso il senso della frase sono rimasto muto e con uno sguardo inequivocabilmente interrogativo. Allora lei ha ricominciato a parlare ma a quel punto la parola “salotos” non è più ricomparsa.

Anche oggi, comunque, è stata una giornata abbastanza tranquilla, quindi il post lo faccio breve che così riesco a recuperare qualche ora di sonno.

Il primo quarto di avventura, intanto, se ne è quasi andato: 417 ore al termine.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Penkta diena – Giorno 5

Che ci crediate o no oggi ero seriamente intenzionato a parlar bene di mia suocera. Poi sono successe delle cose, ma non sono cose poi così negative. Però ve le racconto perché sono divertenti.

Verso mezzogiorno siamo andati al supermercato Maxima di Švenčionys, che era finita la birra (per me) e il pane e l’acqua (per tutti), e lei ha detto che non le serviva niente, invece poi ha comprato roba per una quarantina di euro (che per ricambiare l’ospitalità ho pagato io). Comunque, come ormai sapete mia suocera ha questa forma di iperattività che le fa fare sempre tutto di fretta e poi le cadono le cose dalle mani. Bene, quando siamo usciti dal supermercato c’erano quelle porte automatiche che si aprono e chiudono da sole, però il tempo di aprirsi glielo devi dare, altrimenti ci sbatti contro con il carrello e finisce che la gente ride (e vi giuro che vedere un Lituano ridere da sobrio non è cosa che capita tutti le settimane). E infatti è proprio quello che è successo oggi.

Quando poi siamo tornati a casa ha preparato i bulviniai blynai* per mia figlia e per noi patate bollite e aringa (che di solito la fa meglio, l’aringa, ma stavolta era di fretta più di una partoriente a cui si sono appena rotte le acque). Fretta per cosa poi? Fretta perché la sua telenovela preferita era già iniziata e si era resa conto di aver perso i primi dieci minuti (si noti che questa vaccata galattica dura la bellezza di tre ore, dalle 13:30 alle 16:30).
Ora, avete presente quei film porno girati prevalentemente in California (che qui in Europa abbiamo un po’ più classe e fantasia) dove c’è un manager seduto alla scrivania del suo ufficio intento a lavorare o a telefonare e a un certo punto entra la segretaria neoassunta (sei volte su dieci è Lisa Ann) che è una strafiga in minigonna con tanto di camicetta apri-e-gusta? Quello che succede è che, dopo qualche attimo di smarrimento, il nostro dirigente rovescia con una manata tutto quello che fino a un secondo prima era poggiato sulla scrivania, ci carica sopra la bionda o la bruna di turno (in qualche caso anche tutte e due) e poi dà inizio al rito del ciulamento.
E mia suocera? Mia suocera quando appunto ha capito che la sua telenovela era già iniziata è venuta qui in sala e con la sua manata sghemba ha rovesciato tutti i libri di mia figlia che occupavano il tavolino rotondo dove di solito mangiamo. Poi ci ha piazzato su una tovaglia alla bell’e meglio e con la leggiadria di un orango in pigiama ci ha sbattuto sopra piatti e posate (i bicchieri no, perché qui durate i pasti o non si beve niente oppure si bevono vodka e brandy). La cosa è stata talmente surreale che quando l’ho raccontata a mia moglie non finiva più di ridere.

Però mia suocera sa fare un sacco di cose. Ha 76 o 77 anni (nessuno sa esattamente la sua età, nemmeno mia moglie, perché quando una volta si nasceva in campagna – e lei è nata proprio qui a Misiūnai – contava il giorno in cui ti registravano all’anagrafe, e questo non coincideva quasi mai con la data del parto**), ma fisicamente ne dimostra dieci di meno. Per tutto il resto, invece, gli anni che dimostra in meno sono venti o venticinque. Se restasse da sola in mezzo a una foresta potrebbe tirare avanti per settimane, mentre io durerei ore o al massimo un paio di giorni. Come tutti i Baltici (ci metto dentro anche Lettoni ed Estoni) ha una manualità che ti lascia a bocca aperta. Conosce i nomi di decine di piante e fiori, coltiva la terra (qui abbiamo pomodori, zucchine, cetrioli, patate, carote, cipolle, aglio, mele, fragole, bacche di ogni tipo, aneto, rosmarino, basilico, origano, ecc.), sa riconoscere i funghi e li raccoglie, sa lavare, fare piccole riparazioni, tagliare l’erba, potare il giardino, e moltissime altre cose.

Siccome oggi mi ha rotto meno del solito (questo è il migliore di questi primi cinque giorni), mi è sembrato giusto parlarne anche in termini positivi. Perché i lati positivi ci sono sempre.

-440 ore alla fine.

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* frittelline di patate che si accompagnano con marmellata e la solita panna acida

** l’anagrafe poteva essere anche a 20 km di distanza e l’unico modo di andarci era di andarci a piedi

23 giorni da solo con la lituosuocera. Ketvirta diena – Giorno 4

Cioè, io arrivo a quest’ora della sera con un grande problema. Mia suocera in un giorno ne combina talmente tante che non riesco a ricordarmi tutto quello che devo scrivere.

Allora partiamo dalla fine. Poco fa siamo andati a prendere il latte appena munto in un villaggio qui vicino, dove c’è una sciura con un foulard in testa che ha una mucca (una di numero, ma qui è lo standard).
Per gli amanti di Google Maps, da Misiūnai (dove siamo noi) ci siamo diretti a Nevieriškė.
Al ritorno, poco dopo essere entrata in auto, mia suocera ha avvistato una mosca (oh, musė!) e ha cercato di colpirla tre volte col il dorso della mano. Poi ha esclamato: ah, laukė! (ah, è fuori!). Chiaro? La mosca era sulla parte esterna del vetro. Come si fa a non ridere?
Però mia suocera è una “human tʃapamusk” (human è inglese, tʃapamusk milanese scritto in IPA). Mi sa che non avete capito bene: significa che è in grado di acchiappare le mosche con le mani. Ed è l’unica persona al mondo che ho ripetutamente visto fare una cosa del genere. Roba da circo Barnum insomma.

Invece una ventina di minuti prima che uscissimo ha chiamato mia moglie (mia moglie è il soggetto della frase, non il complemento oggetto). Mia suocera ha preso il telefono per rispondere, ha azionato il vivavoce e si è portata il cellulare all’orecchio. È andata avanti così per circa dieci minuti, poi si è resa conto della situazione è lo ha appoggiato sul tavolo. A quel punto mia figlia ha allungato la mano e gliel’ha rubato (tjè!).

A proposito, questa sera per cena ha fatto le zucchine grigliate. Che poi non ha la griglia ma le ha fatte in padella e sono venute buone lo stesso. Lei sa che io adoro l’aglio, e infatti non ce l’ha messo. Però in compenso ha messo l’olio d’oliva, che quando lo usa viene quasi voglia di chiamare il capo dello Stato e proclamare tre giorni di festa nazionale.
Comunque le zucchine erano tante e quindi ne è avanzata qualcuna. Coprirle con la pellicola trasparente o di alluminio e metterle in frigo? Ma perché mai? Lasciamole scoperte sul tavolo che tanto qui, in piena campagna, è solo il paradiso delle mosche.
Per pranzo invece ha preparato una dozzina di sumuštiniai (fette di pancarré scaldate al forno con sopra formaggio, pomodoro, prosciutto e prezzemolo, che se ti dimentichi dello strato di burro e del fatto che formaggio e prosciutto non sono proprio ciò a cui si è abituati in Padania sono anche buoni). Be’, alla fine ne è avanzato uno, ed è rimasto a prendere aria e mosche per almeno un paio d’ore.
Non muore nessuno, ovvio, ma siamo pur sempre nel 2017 e un minimo di igiene in più non guasterebbe.
Poi è solo che forse non ci stava in frigo, che se vedete il frigo di mia suocera viene fuori un altro manuale di cose da evitare accuratamente.
E ve l’ho già detto ieri che mia suocera non è una persona sporca, è che si dimentica di fare le cose, ad esempio quando in TV c’è la sua telenovela preferita. Ma questa delle telenovelas ve la racconto un’altra volta.

A pranzo invece abbiamo litigato. Adesso ha questa fissa che durante i pasti è meglio non bere e così non ha voluto far bere mia figlia. Io ero rimasto che durante i pasti è meglio bere poca acqua perché troppa diluisce i succhi gastrici e crea gonfiore, così sono andato su internet a fare qualche ricerca e alla fine ho scoperto che continuano a valere le stesse regole che mi hanno insegnato una quarantina e più di anni fa: al pasto non più di due bicchieri d’acqua, fuori pasto quanta ne vuoi.
Le ho fatto arrivare il messaggio tramite mia moglie (durante la telefonata di cui ho parlato sopra), ma morire che ammette di aver detto pirlaggini.

Invece il mio risveglio è stato come segue. Al solito ho aperto gli occhi poco prima delle 8:00, ma stamattina me ne sono rimasto a letto a controllare un po’ di mail – di lavoro e non – che tanto dormivano ancora anche mia suocera e mia figlia. E poi a Milano sono un’ora indietro e la mattina me la posso prendere più comoda.
Verso le 9:00 è arrivata mia suocera, che ha bussato, non mi ha dato nemmeno un femptosecondo* di tempo per aprir bocca, è entrata e ha aperto tende e finestre.
Ma perché? Che senso ha bussare se poi non aspetti nemmeno la risposta e fai comunque quel che vuoi? La buona educazione (anche senza “buona”: l’educazione e basta) impone che quando bussi si deve attendere una risposta dall’altra parte. Aspetti un po’ e poi bussi di nuovo, e se nessuno risponde entri. Che uno ha quattro motivi per non rispondere: (a) non c’è, (b) c’è ma dorme, (c) c’è, è sveglio, ma ha le cuffie e non sente, (d) è morto.

Ma voi come le aprite le porte? Vi ricordate quei cartoni animati che davano in TV quando eravamo piccoli, tipo Tom e Jerry e simili, dove spesso uno era davanti a una porta e l’altro l’apriva con una tale delicatezza da stampare il primo contro il muro? Ecco, nella finzione le porte compiono una rotazione di 180º, nella realtà un po’ meno, ma mia suocera le porte le apre spesso così.

Colazione. Grano saraceno come base e un’altra roba per mia figlia, ma adesso non mi ricordo il nome del cereale, che probabilmente è di importazione sudamericana, o così almeno credo.
Mia suocera si rivolge alla nonna Milda e le dice: tieni, assaggia anche questo. A parte il fatto che non ha nemmeno sentito la risposta, che magari la nonna Milda nemmeno voleva assaggiarlo quel secondo tipo di porridge, ma sentite qua.
Cosa fa una persona normale? Una persona normale prende il piatto della nonna Milda, lo avvicina al piano cottura della cucina dove c’è il porridge che cuoce, ci travasa dentro un po’ di cibo e riporge il piatto alla nonna Milda. Cosa fa una persona non normale? Una persona non normale fa l’opposto, cioè porta il pentolino con il porridge caldo fino al tavolo e il travaso lo fa lì. Col rischio di scottare qualcuno. Cosa fa invece mia suocera? Mia suocera prende un cucchiaio, lo infila nel pentolino con il porridge sudamericano (o presunto tale), lo riempie all’inverosimile, ruota su se stessa verso il tavolo e rovescia il cucchiaio nel piatto della nonna Milda. Ora, una cosa del genere la potrei fare io, che mi muovo con cautela e non mi cade tutto dalle mani. Ma io non farei mai così. Invece mia suocera sì. Risultato? Un terzo di porridge caduto sul tavolo, un altro terzo rovesciato sul braccio della nonna Milda e un ultimo terzo finito (probabilmente per sbaglio o per miracolo, fate voi) nel piatto. Rendimento dell’operazione: un miserrimo 33,3%.

Oggi però è stata anche una giornata dai risvolti positivi. Ho fatto il mio primo corso di Lituano. Un’ora con Tatjana, che è sì un nome russo ma lei è lituana per davvero. Sì lo so che Tatjana è un nome che fa un po’ pena, infatti io dentro di me la chiamo Tati, fuori di me invece non la chiamo.
Il corso è interessante. Come risvolto secondario c’è quello che imparo anche qualcosa. Quello primario è che – compreso il viaggio di andata e ritorno – mi allontano un’ora e mezza da mia suocera.

Tempo residuo: 464 ore.

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* un milionesimo di miliardesimo di secondo

23 giorni da solo con la lituosuocera. Trečia diena – Giorno 3

Non so quanti di voi hanno avuto la fortuna di seguire un corso di robotica; probabilmente non molti. Per programmare un braccio robotico – la dico molto ma molto alla buona – occorre impostare una traiettoria, ad esempio della mano-pinza, e associarvi una funzione che in ogni punto ne descriva la variazione di velocità nel tempo (la variazione di velocità nel tempo è quella cosa chiamata accelerazione). Non è che serva poi molto, e oggi – grazie ai progressi della meccatronica – è anche molto più semplice che in passato.
Anche se non ce ne rendiamo conto un braccio umano funziona più o meno allo stesso modo (sì sì, è più sofisticato ovviamente, ma ci siamo capiti). I movimenti che facciamo sono dovuti a un gioco di accelerazioni e decelerazioni che i muscoli – guidati dal nostro cervello – compiono in modo il più delle volte involontario.
Ora, immaginate di essere seduti, di prendere un bicchiere di birra posato sul tavolo e di portarlo alla bocca per bere. La vostra mano, con sublime armonia ed eleganza, esegue prima un’accelerazione e poi una decelerazione, in modo che voi riusciate a bere senza che il boccale vi rovini il corredo di incisivi. Allo stesso modo, quando è il momento di riporre il bicchiere sul tavolo, entra in gioco lo stesso tipo di meccanismo: prima un’accelerazione e poi una decelerazione fanno sì che lo stesso non sbatta sul piano.
Direte voi, cosa c’entra tutto ciò con mia suocera? C’entra eccome, rispondo io. Se infatti ella, essa, lei (o quello che volete) è in grado di far compiere alla propria mano il percorso di andata dalla tavola alla bocca, non così si può dire per l’operazione inversa. E infatti ogni volta che, dopo aver bevuto, posa un bicchiere sul tavolo lo fa con un sonoro quanto imbarazzante sbang. Però, quasi sempre (ho detto quasi) ha imparato a non rovesciare il contenuto.
Nella città di Kaunas, la seconda della Lituania, esiste un ottimo politecnico: la KTU (Kauno Technologijos Universitetas). Potrebbero anche portarsela via un paio di settimane per farci degli esperimenti. Potrei anche pagarli!

Lezioni di bon ton. Le modalità di apprendimento – vale in tutti i campi – sono fondamentalmente due: si può fare un elenco delle cose che si devono fare oppure un elenco delle cose da evitare. In fatto di galateo (e qui ci limitiamo alla versione “for dummies”), specie per quel che riguarda il comportamento a tavola, mia suocera è un manuale vivente del secondo tipo. Basta guadarla e poi non fare nulla di ciò che fa lei. Sta seduta a mezzo metro dal tavolo (finendo per assumere una innaturale postura arcuata, tra l’altro orribile a vedersi), quando va bene tiene una mano (la sinistra) in grembo, quando va male la usa per sorreggere la testa (d’altra parte con tutto quel cervello chissà che peso), afferra forchette, coltelli e cucchiai come se fossero spade (mia figlia di cinque anni e mezzo sembra già un membro dell’alta società), beve col risucchio (probabilmente la cosa che in assoluto mi dà più fastidio), anziché portare le posate alla bocca quasi infila il grugno nel piatto, apparecchia a caso (quando apparecchia), se ne sta spesso con la mano (la destra, che la sinistra è sotto il tavolo o sotto il mento, ricordate?) sul bicchiere mentre lo stesso giace sul tavolo (come se qualcuno volesse rubarglielo), posiziona bicchieri e forchette tirando i dadi, eccetera eccetera eccetera. Molte di queste cose le ho già raccontate sul blog, anche più volte, e non ho voglia di ripetermi.

Piuttosto ecco qualche pillola.

Mia suocera ha sempre l’abitudine di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’altro giorno, che stavo lavorando, si è messa in testa che doveva appendere a tutti i costi un quadro (raffigurante delle onde, e solo quelle) proprio sopra il tavolo dove c’è il mio portatile. Mai appeso un quadro in oltre dieci anni e lo vuole fare proprio mentre sto per fare un collegamento di lavoro via Skype. Conoscendo la sua attitudine a fare danni (ne parlerò nel post di domani o dopodomani) l’ho assecondata e le ho appeso l’inestimabile capolavoro baltico.

Igiene in cucina. Ieri mia figlia ha fatto cadere per terra un agurco (un cetriolo – in Lituano si chiama agurkas, e a noi piace questa versione toscanizzata) e mia suocera lo ha sciacquato sotto l’acqua corrente (che come vi ho già raccontato non è potabile) e glielo ha rimesso nel piatto. Intercettato l’ortaggio per tempo l’ho spedito dritto dritto in pattumiera. Che non è nemmeno caduto per terra, ma su un polverosissimo tappeto.

La cena di stasera. Mia figlia ha chiesto le farfalle con gli amaretti, io invece mi sono sacrificato per finire l’ignobile pesto Agnesi di ieri. Questo noi, invece loro (cioè la lituosuocera e la nonna Milda) si sono fatti una zuppa di latte. Ecco in cosa consiste la schifezza: spaghetti spezzati in bastoncini di circa 3 centimetri di lunghezza poi cotti (per un numero casuale di minuti) nel latte, il tutto accompagnato da un bicchiere di… latte. E probabilmente, prima o dopo la cottura, ci avranno infilato dentro anche del burro e della panna acida. Roba da provocare un orgasmo a uno come Carlo Cracco.

Infilarsi sempre a sproposito nelle altrui conversazioni. In parte ne ho già parlato ieri nell’episodio dello “strappo di mano” del telefono, ma ritorno sull’argomento perché è di validità più generale. L’altro giorno mia figlia si dondolava allegramente sull’altalena e io le stavo facendo sentire (da Youtube) il video di Occidentali’s Karma. Da circa un mese è la sua canzone preferita (ha scalzato dal podio persino Mr. Crowley di nonno Ozzy, Immigrant Song dei Led Zep e Frozen); la sa tutta a memoria e quando arriva il momento giusto si diverte a urlare a squarciagola Namasté-Alé. Comunque, tempo un minuto scarso ed ecco che compare mia suocera e si mette a intonare una canzone lituana probabilmente vecchia di una decina di lustri. Mia figlia l’ha fortunatamente ignorata, e dire che le due vanno di solito molto d’accordo.

Ah, a un certo punto oggi mia suocera mi ha detto: “jei supranti mane sakyk taip” (se mi capisci dimmi di sì). Ma cos’è sta storia? Io sono lombardo, mica che parlo a caso. Se ti capisco faccio quello che mi dici di fare e sto zitto, non è che ti devo dare una conferma a parole; se vedi eseguo i compiti dovrebbe bastarti. E non è una questione di lingua, noi Lombardi funzioniamo così, sempre: ottimizziamo le energie.

Il countdown? Sono le 23:00, dunque -489 ore.

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