La Neve sotto la Neve

La scorsa estate la pubblicazione de “Il Treno per Tallinn” di Arno Saar aveva suscitato un notevole interesse. Dopo pochi giorni ne parlavano quasi tutti i siti e i blog specializzati in recensioni di gialli, thriller, noir, ecc.
La stessa cosa, invece, non si può dire per il seguito (“La Neve sotto la Neve”). Con l’aggravante che Arno Saar ora ha un nome, tra l’altro di prestigio: Alessandro Perissinotto.
Della seconda indagine del commissario Marko Kurismaa, per il momento, sembra non parlare nessuno.

Nell’ultimo anno hanno provato in molti a dare un’identità al misterioso scrittore dallo pseudonimo estone, ma i tentativi sono stati vani. Chi segue questo blog sa bene come sono andate le cose e conosce questo post. Se i giornalisti fossero meno superficiali e un filo meno supponenti di quello che in realtà sono, da quelle righe il nome di Perissinotto lo avrebbero estratto subito.

Tuttavia, dopo qualche mese, anche l’interesse per Arno Saar è andato scemando. Lo scorso Luglio il quotidiano La Stampa annuncia un incontro pubblico in quel di Torino con la presenza contemporanea di Alessandro Perissinotto e Arno Saar (ne ho parlato qui), ma dell’esito di quella serata non v’è traccia. E il 29 Agosto 2017 Perissinotto rilascia questa intervistaIl Fatto Quotidiano in cui rivela di essere Arno Saar (con una punta polemica di cui ho riferito in questo breve post). Intervista che, però, stranamente nessun altro riprende.

Peccato, perché “La Neve sotto la Neve” è un lavoro nettamente superiore al suo acclamato esordio; è più omogeneo, più equilibrato, scritto molto meglio e con grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi. Tutte cose in cui l’autore – quando si prende i tempi giusti (senza inseguire le tecniche di scrittura di Simenon) – riesce benissimo.
Manca anche quell’eccesso di citazioni colte che – a mio giudizio – avevano costituito una stonatura ne “Il Treno per Tallinn”.
E se la prima indagine di Kurismaa aveva avuto il merito di far conoscere al grande pubblico la tragedia dell’affondamento del traghetto Estonia, qui Perissinotto ci parla con coraggio del campo di concentramento di Klooga.
“La Neve sotto la Neve” è anche una specie di piccola miniera d’oro per gli appassionati, come me, di musica estone. Perissinotto ha seminato un po’ ovunque riferimenti espliciti (e in parte velati) a diversi autori estoni, sopratutto in ambito jazz.

Fin qui le luci; ci sono però anche alcune ombre. Prime fra tutte la scarsa solidità della trama e la sua ordinarietà. Viste le abilità dello scrittore, in vista del terzo episodio, Perissinotto dovrebbe puntare sopratutto sulla ricerca di una storia forte (non nel senso di cruenta, ma di valida) e originale.
Poi dopo due romanzi ambientati entrambi in inverno ed entrambi con sviluppi sulla direttrice Tallinn-Narva è il caso di guardare altrove, climaticamente e geograficamente.
Anche qualche sentimentalismo in meno non guasterebbe, altrimenti si ha l’impressione di trovarsi di fronte più a un prodotto per casalinghe che a un giallo vero e proprio.
Infine, mancano alcuni degli elementi portanti di un vero giallo; qui possiamo essere più indulgenti perché Perissinotto – nonostante lo sterminato amore per Simenon – ha dimostrato di essere più a suo agio con altri generi. Quello che infatti servirebbe è una minore linearità nel racconto degli avvenimenti e, per contro, maggiore tensione. Il lettore di gialli ha bisogno di essere depistato, stupito (meglio senza iperbolici eccessi a la Jo Nesbø), coinvolto. Il lettore deve sentirsi partecipe, identificarsi con il buono o con il cattivo, non essere spettatore. Su questi fronti ci sono sicuramente margini di miglioramento. E a proposito di buoni e cattivi, mi pare di poter dire che – sin qui – Perissinotto si sia dimostrato più abile con la descrizione dei primi.

Klooga koonduslaager

Ho da poco iniziato la lettura de “La Neve sotto la Neve” di Alessandro Perissinotto – Arno Saar. Oltre a essere scritto molto meglio dell’esordio “Il Treno per Tallinn”, questo libro ha il merito di menzionare in più di un’occasione il campo di concentramento di Klooga, di cui alle nostre latitudini ben pochi sanno. E allora chi volesse approfondire può cominciare da queste pagine in Toscano e Inglese che Wikipedia dedica all’argomento.

Did you spot Rūta Šepetys?

Dopo aver letto “L’Angelo di Neve”, romanzo d’esordio del giallista islandese Ragnar Jónasson, e dopo aver scritto questo breve post, ho inviato una mail* alla traduttrice Roberta Scarabelli.
Nella sua simpatica risposta, tra le altre cose, mi consigliava i lavori della scrittrice statunitense di origini lituane Rūta Šepetys, di cui ha curato la traduzione in lingua toscana. Il tutto è nato dal fatto che, nella parte introduttiva della mia mail, facevo menzione di trovarmi in Lituania.
Ora, la prima volta che ho controllato il sito della Scarabelli ero così concentrato sulla ricerca del libro di Jónasson che le tre traduzioni dei romanzi della Šepetys mi sono passate davanti agli occhi senza che nemmeno me ne accorgessi, e probabilmente sarebbe accaduto lo stesso anche se vi fossero state le versioni tradotte delle biografie dei Led Zeppelin o di Silvia Saint.
È ciò che si chiama attenzione selettiva. Su questo tema sono stati condotti numerosi studi e poco meno di una ventina d’anni fa due ricercatori – Daniel J Simons e Christopher Chabris – hanno elaborato un test divenuto celeberrimo. Chi se lo fosse perso lo può sperimentare qui (vi consiglio caldamente di provarlo).

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* nel sito della Scarabelli di questa traduzione non vi è traccia, e da qui l’idea è nata l’idea di scrivere una mail; nella risposta la traduttrice mi ha fatto sapere che era solo un problema di mancato aggiornamento della sua pagina web

Perissinotto: sono io Arno Saar; in Padania è impossibile tenere un segreto

In questa intervista a Camilla Tagliabue (giornalista de Il Fatto QuotidianoAlessandro Perissinotto ha svelato (ma lo aveva già fatto prima) di essere il (non più) misterioso Arno Saar. Ha anche aggiunto che lo avrebbe fatto perché “in Italia è impossibile tenere un segreto”.

Errore. In Italia, vedi il caso Elena Ferrante, i segreti si riescono a mantenere benissimo. Caso mai il problema è qui in Padania, dove Perissinotto vive. In effetti qualcosa deve essere andato storto, visto che già a fine Giugno 2016, quando ho iniziato la mia indagine (qui e qui) per scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo estone dello scrittore piemontese, un sito internet (www.unilibro.it) aveva messo online (anche se solo per qualche ora) la curiosa associazione Arno Saar – Alessandro Perissinotto.

Detta così (“in Italia è impossibile tenere un segreto”) sembra che sia colpa degli altri. Invece penso che la colpa questa volta sia di Perissinotto, che forse avrebbe dovuto tutelare meglio il suo anonimato. E si noti che, come promesso allo stesso Perissinotto, io l’associazione esplicita tra lui e Saar non l’ho mai fatta. Né ho trovato in giro giornalisti sufficientemente svegli da dedurla dal mio post, dove – dietro le righe – era tutto molto chiaro.

La Neve sotto la Neve. Alessandro Perissinotto sotto Arno Saar

Per buona parte della scorsa estate, da svariati luoghi della Lituania, mi sono occupato del “caso” Arno Saar, lo pseudonimo estone scelto dall’autore del romanzo giallo “Il Treno per Tallinn”.

Da quell’esperienza sono nati due post: “Aga kes on Arno Saar?” (in cui, passo dopo passo e in rigorosa sequenza cronologica, ho raccontato gli eventi che mi hanno permesso di giungere alla soluzione dell’enigma) e “Autointervista. Come ho scoperto chi è Arno Saar“.
In quest’ultimo davo anche conto della scelta di non svelare in modo esplicito il nome dello scrittore.

Lo scorso 15 Maggio 2017 in questo breve post spiegavo invece come alcuni siti, tramite i quali era possibile pre-ordinare il seguito de “Il Treno per Tallinn”, rivelavano il vero nome dell’autore.

L’ultimo tassello è stato un articolo pubblicato da La Stampa il 5 Luglio 2017 in cui si annunciava (per martedì 11 Luglio, ore 20:30, Corso Francia 192, Torino) quanto segue: “…Nell’ambito del festival Evergreeen Alessandro Perissinotto e Arno Saar presentano le inchieste del commissario Kurismaa della polizia di Tallinn…”.

E poi ci sono siti come questo che, nel presentare il secondo episodio della serie incentrata sul commissario Marko Kurismaa, scrivono espressamente: “Alessandro Perissinotto, dopo essersi nascosto dietro il misterioso Arno Saar per raccontare la prima indagine del commissario Kurismaa, in questo secondo volume della sua serie estone esce allo scoperto, accompagnandoci, con scrittura elegante e avvolgente, nell’intrico di un giallo ad alta tensione, ma anche nella complessa psicologia di un commissario brillante e ruvido, dall’animo gentile ma pieno di spigoli…”.

Il nuovo “La Neve sotto la Neve”, che dovrebbe uscire il 31 Agosto 2017, ha 252 pagine. Spero che ciò si di buon auspicio, perché “Il Treno per Tallinn”, che di pagine ne aveva poco meno di 170, con il suo tentativo poco riuscito di ispirarsi alla tecnica di scrittura di Simenon, mi aveva lasciato con molto amaro in bocca. Mi auguro dunque che il nuovo lavoro sia più ragionato, meno frettoloso e di maggior spessore. In ogni caso sono sopratutto in attesa del terzo episodio, visto che lo stesso Perissinotto nel Settembre dello scorso anno mi ha rivelato che sarà ambientato non lontano da dove gli avevo suggerito di ambientarlo.

Quasi blu

Il caso ha voluto che, dopo la lettura de “L’Angelo di Neve” di Ragnar Jónasson (di cui ho parlato nel post precedente), mi sia imbattuto in “Almost Blue” (1997) di Carlo Lucarelli. E questo è anche il primo romanzo di Lucarelli che leggo.

Per certi versi si tratta di due lavori antitetici. Jónasson crea una trama molto classica, totalmente realistica, ma scrive con una lentezza e una linearità quasi esasperanti; per contro le vicende di “Almost Blue” sono quasi surreali, tuttavia accompagnate da uno stile narrativo veloce e moderno.

Pare che questo modo di scrivere – asciutto, secco, nervoso, a tratti sincopato – sia tipico di Lucarelli e – se è così – col senno di poi mi fanno sorridere coloro che, lo scorsa estate, dietro l’allora misterioso Arno Saar de “Il Treno per Tallinn” (qui e qui) avevano visto la mano dello scrittore di Parma.

Almost Blue” è un lavoro del 1997 e in vent’anni immagino che di recensioni ne siano state scritte a centinaia, anzi, a migliaia visto che lo scrittore è tradotto in varie lingue. Quindi lungi da me inserirmi in questo solco. Volutamente, poi, le recensioni non le ho nemmeno lette. Posso però dire che nel complesso questo libro non mi è piaciuto.

Se leggi un libro di fantascienza certe cose te le aspetti, ma le vicende di “Almost Blue” sono ambientate nel mondo reale di una città come Bologna, e allora l’aderenza alla realtà (e alle leggi della fisica) ci deve essere. Invece abbiamo un protagonista (un assassino seriale detto l’Iguana) che dopo ogni omicidio si “reincarna” nell’ultima vittima e con essa si porta dietro le di lui o le di lei impronte digitali. Sì, ma come? Suggestivo certo, ma o lo spieghi o questa cosa non sta in piedi.

La trama, inoltre, pur essendo piuttosto semplice, finisce non di rado per avvilupparsi su sé stessa creando una sgradita sensazione di confusione. E poi, sempre a proposito di trama, c’è il fatto che il perimetro delle vicende è davvero troppo stretto: pochi personaggi, scarsamente caratterizzati (specie dal punto di vista psicologico) che operano in un contesto chiuso, quasi si trovassero in una scatola tagliata fuori dalla realtà del mondo esterno.

Lucarelli, invece, ha lavorato molto e bene sul personaggio di Simone, il ragazzo cieco che aiuterà la poliziotta Grazia a risolvere l’indagine. Lo scrittore ci fa “vedere” il mondo dalla prospettiva di chi vedere non può attraverso un uso sinestetico di suoni, odori e colori.

Gli amanti della musica avranno poi colto i numerosi riferimenti contenuti nel libro. Sia quelli diretti (Chet Baker, Nine Inch Nails, AC/DC, ma anche altri appena accennati come Miles Davis, Coleman Hawkins, Ron Carter), sia quelli nascosti: l’iguana e la nudità rimandano a Iggy Pop. Io però non avrei mai mischiato il calore di Hell’s Bells degli AC/DC alla freddezza dei Nine Inch Nails.
Per restare in ambito, leggendo questo romanzo ho pensato allo stile di scrittura di Lucarelli (che ho descritto sopra come asciutto, secco, nervoso, a tratti sincopato) come a certo techno-trash di fine anni ’80; gruppi come Watchtower, Control Denied, Hades, Deathrow, Tourniquet, Xentrix, Anacrusis, Sadus, Mekong Delta e ovviamente i Death di Chuck Schuldiner. Tutto molto bello, sì, ma dopo un po’ ti stanchi di tutto quel prevalere della ritmica sulla melodia e alla fine metti su un pezzo dei Metallica, dei Queen, dei Led Zeppelin, dei Pink Floyd…

Infine ho trovato molto deludente il finale, perché ti dà quell’idea di conclusione frettolosa che un buon libro non dovrebbe mai sollevare.

Insomma questo “Almost Blue” mi è sembrato un po’ troppo disomogeneo e disorganico, come un dolce a più strati, alcuni dei quali ottimi e altri pessimi. Solo che il dolce uno non lo mangia a strati, ma tutto insieme. E tutto insieme “Almost Blue” non mi è piaciuto.

Snjóblinda

Il mio primo giallo islandese, terminato di leggere nei giorni scorsi, è stato “L’Angelo di Neve” di Ragnar Jónasson (2010, titolo originale Snjóblinda, traduzione di Roberta Scarabelli). Descritto da molti come un capolavoro mi è invece sembrato un esordio piuttosto debole. Un lavoro che si ispira ai vecchi classici del genere, con una trama anche interessante, ma sviluppato con estrema lentezza e scarso entusiasmo.

Il significato del titolo originale potete leggerlo qui.

The Sinking of the Estonia: The CIA Knew

Segnalo la recente uscita di “The Sinking of the Estonia: The CIA Knew”, nuovo libro di Hugh Hammond, un insegnante di Inglese ora in pensione che all’epoca dell’affondamento dell’Estonia era in forze proprio nel Paese baltico. Anzi, come egli stesso ha raccontato, è stata proprio la morte di due dei suoi studenti (che quella notte si trovavano sul traghetto in viaggio da Tallinn a Stoccolma), a spingerlo a pubblicare questo lavoro.

Si tratta di una ricostruzione dichiaratamente romanzata degli avvenimenti del 1994 con il preciso intento di evidenziare i tentativi di insabbiamento operati dalle autorità inquirenti di diversi Paesi (Estonia, Svezia, Finlandia), nonché mettere in luce il ruolo della mafia russa che, infiltrata dal basso nella polizia e nelle istituzioni estoni, era interessata a portare avanti uno dei business più redditizi di sempre: la tratta di giovani ragazze da avviare alla prostituzione.

Maestro (Geir Tangen)

Ho terminato ieri la lettura di “Maestro”, esordio letterario dello scrittore norvegese Geir Tangen. Qui da noi il libro è uscito con il titolo “Requiem” ed è stato tradotto dalla brava e simpatica Margherita Podestà Heir*.

Per essere un’opera di debutto la qualità è piuttosto alta, tuttavia – almeno a mio avviso – parlare di capolavoro è eccessivo; anche le recensioni sin qui lette in internet mi è parso abbiano sovrastimato la reale qualità di questo giallo.
Ci sono certamente alcune ingenuità (come è normale per un’opera prima), e alcuni passaggi risultano un po’ troppo prevedibili.
La caratterizzazione dei personaggi, inoltre, avrebbe meritato una maggiore attenzione, ma in questo caso è possibile che l’autore abbia volutamente deciso di distribuire la cura di questo aspetto tra il primo volume e i due successivi (“Maestro” è il primo capitolo di una trilogia**).
Altro aspetto negativo è il tentativo poco riuscito di descrivere il disturbo da attacchi di panico (di cui soffre uno dei due personaggi principali, il giornalista Viljar Ravn Gudmundsson): chi (come me) di attacchi di panico soffre realmente troverà che la rappresentazione data dallo scrittore è piuttosto debole e imprecisa.

Geir Tangen ha invece preferito lavorare di fino su alcuni elementi strutturali che tuttavia non sono facili da cogliere. “Maestro” è costruito in base a molte simmetrie e in alcuni casi si può parlare di un gioco di specchi; un esempio è il parallelismo tra il disordine mentale di Viljar Ravn Gudmundsson e il disordine reale della sua abitazione. Gli altri (che permeano tutto il testo) non li svelerò, per non togliervi il piacere di scoprirli da soli. Di fatto siamo in presenza di un lavoro molto più geometrico di quanto possa apparire; anzi, la bravura dell’autore sta proprio nel fatto che questa sovrastruttura si mantiene in secondo piano, senza mai disturbare o appesantire la lettura.

Tra gli elementi che ho maggiormente apprezzato ci sono un forte senso di equilibrio, l’assenza di effetti speciali a la Jo Nesbø e l’aver evitato un eccesso di scene cruente che invece (e purtroppo) caratterizzano moltissimi gialli scandinavi.
Quello che tuttavia mi ha colpito di più è il fatto che “Maestro” si presta in maniera incredibilmente naturale a una trasposizione cinematografica. Ieri sera – nel giorno della festa nazionale norvegese – l’ho scritto*** via mail direttamente a Tangen che, nel giro di un’ora, mi ha risposto con grande umiltà e simpatia.

Infine ho trovato degno di nota il fatto di aver voluto ambientare la trama in una piccola cittadina del sud-ovest, la stessa Haugesund dove l’autore vive e lavora. Ogni tanto uscire da Oslo (tra l’altro bruttina) fa bene.

Curiosità: in un breve passaggio viene citato il gruppo black/viking metal Einherjer, originario proprio di Haugesund. Citati anche Metallica e Johnny Cash.

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* residente a Oslo da molti anni, dove ha fondato la scuola di lingue CiaO Italia

** il secondo lavoro si intitola “Hjerteknuser” e sarà tradotto dapprima in Inglese (“Heartbreaker”) e via via in molte altre lingue

*** “…If this book is not going to become a film in the near future it just means that we live in an upside down world!…”

I valori del sangue di un ciclista professionista russo

“Sarebbe stato come credere che un ciclista professionista russo avesse i valori del sangue in regola”. Passaggio contenuto nelle pagine finali di “Requiem” (2016, titolo originale “Maestro”, traduzione di Margherita Podestà Heir), romanzo d’esordio (e primo di un’annunciata trilogia) dello scrittore norvegese Geir Tangen.

Arno Saar: La seconda indagine del commissario Marko Kurismaa

Interessante, su alcuni siti è già possibile preordinare il seguito de “Il Treno per Tallinn” di Arno Saar. La cosa curiosa è che alcuni di questi siti svelano il vero nome dell’autore. Se volete saperne di più vi rimando ai miei due post dello scorso anno:

Aga kes on Arno Saar?
Autointervista. Come ho scoperto chi è Arno Saar

Come il Black Album dei Metallica suonato con un flauto di Pan

“Peccato che la vista fosse deprimente quanto ascoltare The Black Album dei Metallica suonato con un flauto di Pan”. Questo passaggio – a mio avviso superlativo – è contenuto nelle pagine iniziali di “Requiem” (2016, titolo originale “Maestro”, traduzione di Margherita Podestà Heir), romanzo d’esordio (e primo di un’annunciata trilogia) dello scrittore norvegese Geir Tangen.

A proposito… quel “The” davanti a “Black Album” fa pensare che, molto probabilmente, la traduttrice del testo non deve aver mai ascoltato un album dei Metallica in vita sua.

Le canzoni per bambini di Alice Tegnér

Ho scoperto Alice Tegnér grazie a una citazione contenuta nel romanzo di Håkan Nesser “Confessioni di una Squartatrice” (2012, titolo originale “Styckerskan från Lilla Burma”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima). Nonostante la Tegnér abbia fatto parte di un’epoca ormai lontana (1864 – 1943) molti dei suoi brani sono stati rieseguiti da artisti svedesi vissuti dopo la sua morte e ancora oggi si possono ascoltare su YouTube (per esempio qui).

Sture Ragnar Bergwall, detto Thomas Quick

La lettura del romanzo “Confessioni di una Squartatrice” di Håkan Nesser (2012, titolo originale “Styckerskan från Lilla Burma”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) mi ha dato modo di conoscere il caso di Thomas Quick, la più colossale svista del sistema giudiziario svedese dell’ultimo secolo. Il link che ho riportato è un buon punto di partenza per approfondire le vicende di un serial killer – Sture Ragnar Bergwall, appunto – che non è mai stato tale.

L’uomo che odiava i martedì

“L’uomo che Odiava i Martedì” (2010, titolo originale “De ensamma”, traduzione di Barbara Fagnoni) è il quarto e penultimo romanzo di Håkan Nesser con l’ispettore Gunnar Barbarotti protagonista.
Rispetto ai lavori precedenti i toni si fanno più cupi e l’analisi interiore – già predominante in uno scrittore come Nesser – guadagna ulteriore spazio. Il romanzo è riuscitissimo e allo stesso tempo inquietante.

Viene confermato anche il modo caratteristico con cui lo scrittore dà vita alle sue opere; il quadro iniziale sembra non portare da nessuna parte e la soluzione del caso resta fuori portata per almeno i primi quattro quinti della narrazione; poi interviene quell’elemento in più, taciuto all’inizio, che modifica la prospettiva e dà una svolta improvvisa alle indagini sino al completo chiarimento dell’enigma. Il tutto senza mai scadere nell’eccesso, anzi, in Nesser gli eccessi non vengono nemmeno sfiorati. Quello che inquieta nei romanzi dello scrittore svedese non è mai l’estremo, ma ciò che si nasconde o potrebbe nascondersi dietro la normalità di ciascuno di noi. Per questo ne siamo così toccati.

Nota: il titolo originale significa “i solitari”.

Gåsastupan, il precipizio dell’oca

Il gåsastupan (precipizio dell’oca) è un luogo immaginario che Håkan Nesser ha inserito nella trama del romanzo “L’uomo che Odiava i Martedì” (2010, titolo originale “De ensamma”, traduzione di Barbara Fagnoni), quarto capitolo incentrato sulla figura dell’ispettore Gunnar Barbarotti.

Berättelse om herr Roos

“L’uomo con due Vite” (2008, titolo originale “Berättelse om herr Roos”*, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) è il terzo capitolo che lo scrittore Håkan Nesser dedica all’ispettore Gunnar Barbarotti. Il romanzo parte molto lento, a tratti noioso, e Barbarotti non fa la sua comparsa sino a pagina 200 (sulle poco più di 400), tuttavia dopo la metà il ritmo cambia e la lettura si fa molto piacevole. Una storia triste, molto intimistica, con molti elementi universali che – proprio per questo – compisce nel profondo.

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* letteralmente “La Storia del signor Ross”

Låt oss spela brännboll!

Dopo il varpa, di cui avevo riferito qui, la lettura dei romanzi di Håkan Nesser mi porta a conoscere un altro dei giochi “minori” praticati in Scandinavia*. Si tratta del brännboll, di cui si può leggere una esauriente descrizione in questa pagina di Wikipedia.

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* lo scrittore ne parla in “L’uomo con due Vite” (2008, titolo originale “Berättelse om herr Roos”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima)

Un portafoglio vuoto come una tetta del Biafra

Descrizione contenuta nel romanzo di Håkan Nesser “L’uomo con due Vite” (2008, titolo originale “Berättelse om herr Roos”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima).

Allright, Mr. Nesser

Nelle ultime tre settimane ho letto due romanzi dello scrittore svedese Håkan Nesser: “L’Uomo Senza un Cane”* (2006) e “Era tutta un’altra Storia”** (2007). Ieri sera ho inoltre iniziato le prime pagine de “L’uomo con due Vite”*** (2008), terzo capitolo dedicato alla fortunata serie dell’ispettore Gunnar Barbarotti.
In tutti e tre i lavori (ma – dalle mie ricerche – anche nei molti altri libri dell’autore) numerosi personaggi ricorrono in continuazione (e fastidiosamente!) all’espressione “allright”.
Cosa, come minimo, piuttosto singolare. Innanzitutto nei miei viaggi in Svezia (Stoccolma, Malmö, Luleå, Kiruna e una dozzina di località minori) non ricordo di averla mai sentita (né l’ho mai sentita nominare dagli Svedesi incontrati qui a Milano). In Svezia è diffuso quella specie di ibrido linguistico chiamato Swenglish, ma non è questo il nostro caso. In secondo luogo il termine “allright” non esiste; nel mondo anglosassone, infatti, le grafie possibili sono solo due****: “all right” e “alright”; dunque non c’è spazio per “allright”, che verrebbe considerata forma errata.
Da qui l’idea di avviare una piccola indagine personale per andare fino in fondo alla questione.

Possiamo considerarlo un nuovo post dinamico sulla scia di quello che – la scorsa estate – mi ha portato a scoprire la vera identità di Arno Saar. Ottenere di parlare della cosa con Håkan Nesser dovrebbe richiedere molto meno tempo, tuttavia non vi è alcuna garanzia che – una volta raggiunto – lo scrittore sia disposto a discuterne con me. In ogni caso tentar non nuoce.

La prima cosa che ho fatto è stata la consultazione delle fonti originali. L’espressione “allright” è presente anche lì, pertanto è evidente che la traduttrice non ha avuto molta scelta. Ho comunque deciso di contattare ugualmente Carmen Giorgetti Cima (27/01/2017). Per il momento non mi ha risposto. È possibile che non abbia ancora letto la mia mail, oppure non ha avuto tempo di replicare. Più probabilmente, tuttavia, Carmen Giorgetti Cima non ha ben compreso come io possa essere risalito (al primo tentativo) al suo indirizzo mail, che non è pubblico e non compare su nessun sito internet.

Da qui in avanti comincerà una serie di tentativi per giungere sino all’autore. Le prime persone a cui ho scritto (28/01/2017) sono la pittrice Erika Bengtsdotter, l’attrice-regista Lo Kauppi, le attrici Emma Kristina Sahlén e Åsa Karlin.

Oggi, domenica 29/01/2017, è stato il turno della designer e scultrice Elena Berg Österdahl, della giornalista Ulrika Palmcrantz, della scrittrice Johanna Lindbäck, della giornalista e critica letteraria Maria Schottenius e della giornalista freelance Sara Skriver.

Lunedì 30/01/2017. In attesa che qualcuno dei nomi sopra dia un cenno di vita ho scritto alla casa editrice Albert Bonniers Förlag.

Martedì 31/01/2017. La moglie di Nesser lavora come dottoressa a Stoccolma. Il suo indirizzo è pubblico, ma mi sono ripromesso di non utilizzarlo. Ho invece scritto al giornalista Mats Pettersson dello Hela Gotland.

Giovedì 02/02/2017. Erika Bengtsdotter è la prima, e per ora l’unica, a rispondere al mio messaggio. Purtroppo da alcuni anni non è più in contatto con lo scrittore. Nesser ha comprato alcuni dei suoi dipinti e ha lasciato questa nota molto toccante sul suo sito. Anche Erika Bengtsdotter ha trovato strano l’uso di “allright”, ma ha aggiunto qualcosa in più. Nello Svedese di oggi, come in molte altre lingue, è diffuso l’utilizzo di OK, tuttavia – questa la cosa che non sapevo – molti anni fa al posto di OK si usava proprio “alright”.

Giovedì 09/02/2017. Ho iniziato la lettura de “L’uomo che Odiava i Martedì”***** (2010); con un certa sorpresa ho notato che la traduttrice non è Carmen Giorgietti Cima, ma Barbara Fagnoni; lo ho scritto: anche il quarto volume della serie è infarcito di “allright”.

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* titolo originale “Människa utan hund”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

** titolo originale “En helt annan historia”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

*** titolo originale “Berättelse om herr Roos”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima

**** per quanto “alright” abbia la stessa genesi di “altogether” e “already” (e sia dunque del tutto lecito), sono ancora in molti a raccomandare l’uso in forma scritta della variante estesa “all right” al posto di “alright”

***** titolo originale “De ensamma”

En helt annan historia

“Era tutta un’altra Storia” (2007, titolo originale “En helt annan historia”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima) è il secondo libro di Håkan Nesser che ha per protagonista l’ispettore Gunnar Barbarotti. Rispetto al lavoro precedente (L’Uomo Senza un Cane) si notano alcune differenze importanti, in particolare due, di segno opposto tra loro. La prima è la trama. Le vicende descritte in “Era tutta un’altra Storia” sono senza dubbio molto più originali e più interessanti, tanto che Nesser vi dedica – con grande gusto e maestria – almeno i primi quattro quinti del suo romanzo. La seconda, a mio avviso negativa e deludente, è rappresentata invece dal finale. O meglio, non tanto la conclusione in sé, quanto la quasi totale mancanza di raccordo tra questa e la prima parte del lavoro. Il passaggio appare eccessivamente brusco, persino poco curato, come se lo scrittore avesse fatto (o dovuto fare) le cose con fretta improvvisa; cosa che contrasta ancor di più con la pazienza e la dedizione dimostrata nella preparazione delle prima 450 pagine. Peccato.

Människa utan hund

Håkan Nesser è uno scrittore svedese di romanzi gialli e polizieschi che ho scoperto da poco. La sua produzione vanta dieci libri incentrati sulla figura del commissario Van Veeteren e cinque che hanno per protagonista l’ispettore Gunnar Barbarotti.
Ho deciso di cominciare le mie letture dal primo lavoro della seconda serie: “L’Uomo Senza un Cane” (2006, titolo originale “Människa utan hund”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima).
L’approccio iniziale non è stato dei migliori, al punto che nel corso delle prime 150 pagine, in cui non succede quasi nulla, sono stato tentato di abbandonare per passare a un altro autore. Per fortuna le cose hanno preso una piega diversa e Nesser ha finito per conquistarmi.
Rispetto ad altri giallisti Håkan Nesser tende a concentrarsi primariamente sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi e sui dialoghi interiori; inoltre l’autore (fortunatamente, dico io) non è incline al colpo di scena a tutti i costi. I suoi romanzi (nel momento in cui scrivo sto leggendo il secondo) sembrano quasi un pretesto per mettere a nudo certi aspetti della società svedese, che dietro una facciata di pulizia e ordine mostra un lato oscuro gretto e squallido. Mi è venuta in mente una cena di circa quindici anni fa con una coppia di giovani manager, datori di lavoro di un amico di allora. A colpirmi è stata una frase che non ho più dimenticato: voi avete un’immagine pubblica pessima, ma in privato siete sorprendentemente virtuosi; noi Svedesi, invece, siamo l’esatto opposto.
Dal punto di vista stilistico la scrittura è molto fluida ed equilibrata. Le trame sono allo stesso tempo semplici e gustosamente originali.

Låt oss spela varpa!

La lettura dei romanzi di Håkan Nesser mi ha fatto scoprire l’esistenza del varpa, un gioco di origine vichinga che è in qualche modo riconducibile alle bocce; in questo video ci si può fare un’idea di come funziona.

Non si può pretendere che le iene piscino cognac

Sembra una tipica frase di Pierluigi Bersani, invece il giallista svedese Håkan Nesser la fa pronunciare all’ispettore Gunnar Barbarotti nel romanzo “L’Uomo Senza un Cane” (2006, titolo originale “Människa utan hund”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima).

Den Grænseløse

“La Promessa” (2015, titolo originale “Den Grænseløse”*, traduzione di Maria Valeria D’Avino) è il sesto episodio della serie della Sezione Q di Jussi Adler-Olsen.

Chi ha amato il precedente “L’Effetto Farfalla” (che personalmente ritengo uno dei vertici creativi dello scrittore danese) questa volta corre il rischio di rimanere deluso. Tre, a mio avviso, i punti di debolezza: una trama non all’altezza, una narrazione oltremodo lenta per almeno i primi quattro quinti del racconto e un finale con quell’inutile troppo che stroppia** cui Adler-Olsen – a differenza di Jo Nesbø – non aveva mai avuto la necessità di ricorrere. Lo stile resta invece ineccepibile, così come l’ironia che permea i tre personaggi principali. Anzi, rispetto al passato viene data una maggiore caratterizzazione di Assad, il che lascia pensare a nuovi interessanti sviluppi per gli episodi futuri.
In questa breve intervista youtubiana lo scrittore parla de “La Promessa”, raccontandone la genesi, le fonti di ispirazione, le ambientazioni e qualche piccola curiosità.

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* l’originale danese esprime il concetto di qualcosa, o più probabilmente qualcuno, che è “senza limiti”; ne ho discusso in un breve scambio di mail con la traduttrice Maria Valeria D’Avino, avendo conferma del fatto che l’ambiguità di questo concetto non è la conseguenza di una scelta editoriale poco felice (come pensavo io), ma la diretta volontà dello scrittore; per parte mia questo è il primo caso in cui mi capita di preferire all’originale un titolo tradotto in modo così radicalmente diverso

** lo sviluppo della narrazione può essere descritto in termini geometrici dal ramo sinistro di un’iperbole equilatera di equazione xy = –k; iperbole significa anche “esagerazione”, che è proprio ciò che, nel finale, non ho gradito di questo romanzo

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