Vilnius, il punto G d’Europa

Nobody knows where it is,
but when you find it
it’s amazing

Vilnius,
the g-spot
of Europe

[Jurgis Ramanauskas, Skaistė Kaurynaitė]

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Natale con la lituosuocera

Dopo quello sul lituocognato ecco il post sulla lituosuocera.

In questi anni ne ha combinate talmente tante che temevo seriamente di restare a secco di argomenti. E invece no, mia suocera riesce sempre a stupirmi. Ogni volta con qualcosa di nuovo o con dettagli che semplicemente non avevo colto in precedenza.

Nonostante prontamente avvisata di non toccare nulla in cucina, è riuscita a metterci del suo anche stavolta. In mia assenza devono aver bevuto del caffè, e la nostra, anziché usare la lavastoviglie (che per lei è off limits), deve aver voluto lavare le tazzine a mano. Peccato che poi le abbia riposte nel pensile lasciandovi dentro un dito e mezzo d’acqua.

Durante la cena del 23, quella al ristorante, ha esibito – come spesso fa – la sua sindrome da cameriera. Ma il meglio della suddetta performance lo ha dato in occasione dei pasti natalizi a casa di mia madre. Niente, proprio non ce la fa a non impilare i piatti alla sua maniera. Ma qui c’è un elemento abbastanza curioso di cui credo di non aver mai parlato prima. Mi aiuto con un esempio. Sette commensali, e lei che vuole raccogliere i piatti di tutti. Lodevole iniziativa, per carità, ma serve un briciolo di logica anche in una cosa semplice come questa. Da quando sono piccolo ho imparato che l’operazione si compie come segue: si lascia un piatto isolato in cui si adagiano le posate prese di volta in volta dagli altri piatti e i piatti vuoti si impilano a formare una torre; alla fine ci si ritrova con sei piatti impilati vuoti e un piatto che contiene tutte le posate; l’ultimo passaggio consiste nel prendere il piatto con le posate e sistemarlo sopra gli altri sei; a quel punto la pila è completa e si può portare in cucina. Vediamo ora il metodo di mia suocera. Prende il primo piatto, con le sue posate; poi prende il secondo piatto, prende le posate di questo e le mette nel primo piatto; a questo punto abbiamo un piatto vuoto e un piatto con le posate di due commensali; quindi prende le posate dei due commensali, le solleva in aria con la mano destra e con la sinistra infila il secondo piatto sopra il primo; da ultimo rimette giù le posate. Il passaggio successivo si ripete identico; prende il terzo piatto; le posate le mette nel piatto in cima alla pila dei primi due, poi solleva in aria le posate di tre commensali e infila il terzo piatto sopra gli altri due, e di nuovo riabbassa le posate di tutti. Ora, immaginate quando siamo già al quinto piatto (non dico al sesto o al settimo) e lei si trova a mantenere in aria in una sola mano tra le dieci e le quindici posate; oltre all’antieconomicità di procedere in questo modo, provate a pensare al rumore che fanno quelle posate sferraglianti nella sua mano. E stavolta il caso ha voluto che non ne sia caduta nemmeno una.

Sempre a tavola. A un certo punto mia moglie chiede uno stuzzicadenti. Mia suocera e mio cognato fanno altrettanto. Allora mia moglie spiega loro come usare lo strumento. Cioè, non è che spiega come si ravana tra i denti (quello lo sanno fare), spiega che la cosa deve essere fatta con discrezione, rapidamente e che una mano serve a coprire la bocca. Questa la teoria. Nella pratica mia suocera, che sedeva alla mia sinistra, decideva di usare comunque una mano sola (e fin qui passi), ma aspettando a portarsi lo stuzzicadenti alla bocca con gesto fulmineo e tutt’altro che disinvolto solo quando pensava che gli altri non la notassero. Dato che lo stile era quello della scena in cui Fantozzi mangia le polpettine di nascosto ovvio che anziché tener lontana l’attenzione dei presenti ha finito per attrarla (poi per educazione noi si è fatto finta di nulla).

Le leve, queste sconosciute. In passato avevo già visto mia suocera alle prese con uno schiaccianoci. Ma solo con noci e nocciole, e tutto mi era parso regolare (salvo il fatto che l’operazione lei non la compie sul piatto ma in grembo). In nodi sono venuti al pettine quest’anno quando la nostra si è voluta cimentare con le mandorle. Ora, anche un bambino sa (e se non lo sa lo impara praticamente subito) che la parte del frutto su cui va fatta pressione con lo strumento è quella ampia, non quella stretta e appuntita all’interfaccia tra i due semigusci. Altrimenti, se ti va bene, la mandorla non si rompe, se ti va male, schizza via a velocità impensabile. D’altra parte se le superfici interne zigrinate di uno schiaccianoci hanno quella forma e quella curvatura un motivo dovrà pur esserci, o no?

Le scarpe. Questa è una delle cose che non avevo mai notato prima. Voi come vi togliete le scarpe quando entrate in casa o come lasciate le ciabatte ai piedi del letto? Guardandole dall’alto la scarpa/ciabatta sinistra è a sinistra e la scarpa/ciabatta destra è a destra. Ecco, mia suocera fa il contrario. Perché, ditemi perché. Vi pago anche!

Ma l’episodio che ha sublimato la sua presenza qui, quest’anno, è stato quello dell’ombrello, tra l’altro ripetuto per ben due volte. Piove e mia suocera deve uscire dal cancello del nostro condominio. Io sono al telefono con un cliente e, in modo del tutto causale, mi ritrovo a osservare l’intera scena dall’alto, dalla visuale privilegiata di una finestra della casa di mia madre che si trova proprio di fronte. Transita per prima mia moglie; mantiene l’ombrello in verticale, lo alza di circa mezzo metro in modo che la parte coprente superi il cancello, passa senza problemi (e senza bagnarsi), poi lo riabbassa. A questo punto è il turno di mia suocera, che segue subito dietro. E qui accade l’imponderabile, quello che mai e poi mai potresti aspettarti da umano alcuno. Nell’attraversare il cancello mia suocera inclina l’ombrello all’indietro (senza dunque poterlo guardare, però bagnandosi) sino a che il manico assume una posizione perfettamente orizzontale, poi si infila a gran velocità nel cancello e a quel punto, incastrandosi, viene respinta elasticamente all’indietro come in una scena da cartone animato della nostra infanzia. Il giorno dopo scena quasi identica. Questa volta però l’ombrello lo inclina orizzontale in avanti, avendo dunque perfetta visibilità della situazione. Il risultato è un identico caso di respingimento, anche perché nel frattempo le dimensioni del cancello non sono mica cambiate. Parafrasando la parte conclusiva della pubblicità di una notissima carta di credito: vedere mia suocera in una scena come questa non ha prezzo.

Bonus. Cena di Natale (o di Santo Stefano, non ricordo). Sono in piedi. Mia moglie al termine del pasto mi chiede di versarle dell’acqua. Prendo la bottiglia e lei il bicchiere. A quel punto mia suocera prende il suo bicchiere, si alza di scatto, raggiunge l’altra sponda del tavolo a una velocità da primatista dei 100 metri e lo infila tra la bottiglia e il bicchiere della figlia, in modo da essere servita per prima.

Natale con il lituocognato

Quello di quest’anno è stato il mio secondo Natale passato in compagnia dell’accoppiata lituocognato + lituosuocera. Dieci giorni dieci (che finiranno all’alba di domattina) in cui mi è parso di vedere il mondo dall’interno di un documentario. E che nessuno si azzardi a dire, in una qualche lingua del mondo o dell’immondo, “non c’è due senza tre”: è la volta buona che si smetterà di pensare a Satana come a un personaggio immaginario (“temi l’ira del mansueto” è scritto da qualche parte).

Questo primo post è dedicato al lituognognato, specie animale che – mio malgrado – ho avuto modo di studiare a lungo, da vicino e con attenzione.

Il lituocognato ha passato circa due sesti del suo tempo disteso orizzontale a letto a dormire, altri due sesti disteso orizzontale a letto sveglio e intento a consultare il suo inseparabile telefono, un sesto a tavola a trangugiare e risucchiare cibo (in parte sempre consultando il suo fido telefonino) e per il sesto restante probabilmente verticale da qualche parte (in prevalenza supermercati).

Perle ai porci.
Il 23 Dicembre siamo usciti a cena. Luogo prescelto, un ristorante della zona dedito a una cucina regionale semplice ma di grande pregio, tanto che non è infrequente imbattersi in volti noti dello spettacolo.
Il nostro ha dato il meglio di sé già dall’antipasto. Avete presente quella cosa per cui se si è in n è buona educazione consumare un n-esimo di pietanza a testa? Con il mio lituocognato non esiste; dall’alto dei suoi quasi due metri di altezza e dalla sua stazza di culturista lui ha semplicemente fame, e quando il piccolino ha fame (cioè sempre) quel che c’è in tavola prende; gli altri possono anche arrangiarsi.
A tavola si distingue da mia suocera solo per il fatto che per un qualche mistero della fede sa impugnare le posate correttamente, per il resto nessuna differenza: posizione arretrata, braccio penzolante sotto il tavolo o in alternativa mano a sorreggere la testa inclinata, nutrizione a getto continuo, risucchio (sia di brodaglie varie che – non è uno scherzo – di cibi solidi e asciutti).
Durante i pasti, poi, non beve o beve pochissimo, sì perché, da buon complottista, da qualche anno è convinto che l’acqua e il cibo non vadano bene assieme. E ovviamente solo acqua perché l’alcol è veleno.
Ogni x mesi se ne esce con qualche nuova idiozia che inevitabilmente si traduce nell’eliminazione dalla dieta di uno o più ingredienti. Questa volta c’era parecchia curiosità al riguardo; curiosità che è stata soddisfatta quando – al comparire del secondo – ci ha annunciato che non avrebbe mangiato il contorno di patate (tra l’altro buonissime) che accompagnava l’arrosto di vitello. Perché contengono amido, e quindi zuccheri. Ora, per chi non fosse a conoscenza di come vanno le cose nel mondo, un Lituano che rinuncia alle patate è un po’ come un Norvegese che rinuncia al salmone, o un Irlandese che rinuncia a una pinta di Guinness o – se ancora non sono stato abbastanza chiaro – un Rocco Siffredi che rinuncia a quell’altro tipo di tubero, quello figurato.
Comunque, contento lui… le patate ce le siamo pappate noi.
A un certo punto, prima ancora che servissero il dessert, ha domandato a mia moglie di chiedere se ci saremmo offesi nel caso lui fosse tornato a casa prima. A sua detta per problemi intestinali. Che probabilmente erano una scusa. Semplicemente cominciava a essere in crisi di astinenza da internet.
Il giorno dopo, quando gli ho chiesto se gli fosse piaciuta la cena, mi ha risposto laconico scrollando le spalle: normale. Cioè, detto da uno che, quando è a Vilnius, si prepara i pasti della giornata miscelando semi, frutta e altri ingredienti vari in un frullatore.
Capito ora il titolo del paragrafo?

Pecten jacobaeus’s magic
Sempre in occasione della cena di cui sopra a un certo punto, quasi al termine degli antipasti, è comparso il cameriere. Ha preso la forchetta di mio cognato, un cucchiaio da portata, e utilizzandoli entrambi a mo’ di pinza ha prelevato dal piatto del nostro la conchiglia vuota che fino a poco prima aveva ospitato una gustosissima capasanta gratinata. Al lituocognato quell’operazione deve essere sembrata una magia, tanto da sgranare gli occhi come faceva Benny Hill nei suoi vecchi sketch.

La forchetta universale
Se fino a oggi pensavate che un’arancia si sbuccia con il coltello sappiate che siete degli illusi: mio cognato lo fa usando i rebbi della forchetta, bestie che non siete altro; trogloditi!
Ciotola di mascarpone con cucchiaio da portata, tra l’altro con manico giallo che non puoi dire di non averlo notato. Cosa fa una persona normale? Una persona normale usa il cucchiaio da portata, preleva la “giusta” quantità di mascarpone, e poi con il proprio cucchiaio, cucchiaino o coltello spalma la crema sul panettone. Mio cognato no; mio cognato se ne fotte del cucchiaio da portata e prende il mascarpone direttamente con la sua forchetta sbausciata. La congrua quantità? Per lui è cinque volte tanto quella che usereste voi. E affrettatevi perché – come detto all’inizio – lui ha fame, e chissenefrega se non rimane mascarpone per gli altri. Come questa sera, che mia moglie ha messo in tavola una ventina di fette di coppa, io sono andato in cucina un attimo a sciacquare due piatti e al mio ritorno la coppa si era houdinizzata.
Che poi, parlando di mascarpone, a voler essere pignoli (ma anche grossolani) si fa con un sacco di zucchero e alcol (rum nel nostro caso), ingredienti che a rigor di logica il nostro avrebbe dovuto evitare come la peste, come in effetti fa per tutto il resto dell’anno.

Il codice della felicità 31121705201001600

I primi sei numeri (311217) rappresentano la data di domani (31 Dicembre 2017), i quattro successivi (0520) l’ora (5:20, mattino), il 100 che segue è il costo del taxi che riporterà mia suocera e il fratello di mia moglie all’aeroporto di Orio al Serio, e il 1600 finale indica l’ora dello stesso giorno (16:00) in cui consegnerò il pagamento al taxista. Tra i 100 euro meglio spesi della mia vita.

Non “tua” suocera, non “tuo” cognato

In questi giorni ho istruito mia madre, quando si rivolge a me, a non dire mai più “tua” suocera e “tuo” cognato, ma la mamma “della” Indrė e il fratello “della” Indrė. Che mica è roba mia, è roba sua. Che se una roba è mia posso anche decidere di sbarazzarmene, ma qui mica posso.

La prova del nove nei Paesi baltici

La scorsa settimana avrei voluto scrivere un post breve: come si dice prova del nove in Lituano, Lettone ed Estone. La prima a cui ho chiesto, ovviamente, è stata mia moglie. E lì è suonato il primo campanello d’allarme: del metodo di controllo solitamente applicato alle moltiplicazioni mia moglie non aveva mai sentito parlare. Decido di approfondire, così chiedo ad alcune amiche sparse per l’Estonia; anche lì risposta identica. Infine ho preso tutti i numeri di conoscenti lituani ed estoni della mia rubrica e ho mandato loro un messaggio via WhatsApp. Delle circa venti persone contattate nessuna ha mai sentito parlare di prova del nove, né è stata insegnata loro alle scuole primarie o in qualunque altra scuola. Se qualcuno volesse smentirmi è il benvenuto.

Netikras zuikis (falsa lepre)

In questo suo post recente Mauro, che vive in Baviera, riferiva di un polpettone di carne trita chiamato Falscher Hase (falsa lepre). Ebbene, lo stesso piatto esiste anche in Lituania ed è chiamato “netikras zuikis”, cioè appunto “falsa lepre”. Qui se ne possono ammirare alcune preparazioni.

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