Quanto è attrattivo l’ateismo?

Non ho ben capito se essere atei, oggi, è ancora una scelta ragionata o una specie di obbligo sociale sentito sopratutto dal popolo progressista. Io che, provenendo da una famiglia cattolica, sono ateo per scelta di ragione, questa cosa non l’ho ancora compresa.
Mi domando se l’ateismo sia in qualche modo un fattore di attrazione, perché ho il sospetto che per molti lo sia. E, al contrario, credo che l’attrattività dell’ateismo sia praticamente nulla. A essere attrattive sono invece le religioni.
Le religioni sono il punto di vista del pubblico che assiste allo spettacolo di un prestigiatore: vede la meraviglia perché non conosce e non immagina il trucco. L’ateismo è il punto di vista del prestigiatore, che il trucco lo conosce e lo pratica.
A volte penso che sarebbe bello poter continuare a vedere le cose dal punto di vista del pubblico, ma una volta che si conosce il trucco il numero perde tutto il suo fascino e il suo mistero.

La rosa secchisce

Così mia figlia ieri sera.

Hanno inventato il seabin… ah, be’, allora siamo a cavallo

Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare del seabin, il “cestino del mare” che ripulisce le acque dalla plastica. In un servizio andato in onda su un telegiornale nazionale hanno persino fornito il dato tecnico più importante: la quantità di plastica assorbita in un anno dal dispositivo: 500 kg. A parte il fatto che sarebbe meglio esprimere quella grandezza facendo riferimento al volume, ho fatto immediatamente una ricerca perché ho pensato a un colossale svarione del giornalista. E invece il valore è proprio quello: 1,5 kg/giorno, come riportato sul sito ufficiale stesso.

Evidentemente siamo finiti su una specie di Scherzi a Parte globale se qualcuno può davvero entusiasmarsi per una cosa del genere. E va bene che noi a Milano siamo soliti dire “pütost ke njent le mei pütost”, ma c’è comunque un limite a tutto, se non altro al senso del ridicolo.

Perché? Veniamo ai dati. Un seabin è in grado di smaltire 1,5 kg di plastica al giorno. Quanti kg di plastica al giorno si immettono nelle acque costiere della cosidetta Italia? Le fonti che ho trovato parlano di 90 tonnellate, dunque 90.000 kg. Facendo una banale divisione otteniamo 60.000. Cioè, per smaltire il normale flusso di plastica immessa giornalmente nei nostri mari avremmo bisogno di 60.000 di quei meravigliosi cestini già posizionati nei nostri porti. Quanti sono, invece, quelli installati a oggi? Ce lo dice sempre il sito ufficiale: 10 (e, al momento in cui scrivo, sono 719 quelli installati in tutto il mondo). Ci siamo capiti, vero?

Va poi detto che un conto è la plastica riversata nei mari ogni giorno, un altro (e ben diverso) è quella già accumulatasi nel tempo. Va aggiunto che il seabin può trattare solo le acque superficiali e che può essere installato solo in aree portuali e non in mare aperto. Ma, sia ben chiaro, se anche domattina, per magia, riuscissimo a eliminare la plastica nelle acque marine di tutta Europa non avremmo risolto quasi nulla, perché i problemi più grossi riguardano posti come Cina e India.

Verrebbe voglia di scrivere di più e più approfonditamente, ma il caso seabin non merita altre parole. Il problema dell’inquinamento da plastica dei mari del globo è terribilmente serio, e i problemi seri si risolvono in modo serio. Le soluzioni al momento non ci sono, e quel poco che c’è è tutt’altro che economico.

Lituani ghiaccettini

Una cosa che fa molto ridere i Lituani è il fatto che in Estone “Lituano” si dice “Leedukas”, parola che, come quasi tutte quelle che terminano in -as, è di probabilissima derivazione baltica, quindi lituana o lettone. Ora, in Lituano “Leedukas” è quasi identico a “ledukas”, diminutivo di “ledas” (ghiaccio). Quindi, per ricapitolare, è come se gli Estoni chiamassero i Lituani “piccoli pezzi di ghiaccio” o ghiaccettini.

Il keylogger? Lo hanno inventato i Sovietici

Durante il periodo sovietico, almeno a partire dagli anni 60 del XX secolo, si ritiene che un buon numero di macchine da scrivere fosse sotto il controllo del governo. Per “controllo” non si intende solo il fatto che venissero sottoposti al vaglio tutti i documenti scritti, ma anche la presenza – all’interno delle stesse macchine da scrivere – di dispositivi miniaturizzati atti a carpire tutto o quasi ciò che veniva digitato sulla tastiera.
Il caso più noto è l’attività di spionaggio ai danni dei diplomatici USA di stanza a Mosca e a Leningrado che è proseguita per circa un decennio.
Questo articolo descrive molto bene (anche con tanto di illustrazioni) come i Sovietici erano riusciti a controllare le allora modernissime IBM Selectric.

La secessione mascherata

Su questo blog la politica non è di casa, ma i temi dell’indipendenza – per quanto ne scriva raramente – sì.

Giusto ieri quegli ignorantoni del PD, quelli che hanno un partito che pare l’acronimo di una bestemmia, quelli che – non ancora consapevoli delle ultime e ormai numerose sconfitte elettorali – continuano allegramente a pontificare su tutto e su tutti, si sono stracciati le vesti ammonendo che la richiesta di autonomia avanzata al governo centrale da parte di alcune regioni (tra cui – per prima – l’Emilia Romagna governata dal loro Stefano Bonaccini) potrebbe essere una secessione mascherata.
Ora, bestie che non siete altro, dov’è mai questo rischio di secessione? Magari ci fosse – finalmente – una bella secessione! Secessione nella cosidetta Italia? La cosidetta Italia del “mettiti la maglietta della salute”, del “prima di fare il bagno devi aspettare due ore”, di quelli che di fronte a una qualunque telecamera non possono fare a meno di agitare la manina e dire “ciao mamma”? Se questa cosidetta Italia, metti caso, domani decidesse di concedere la secessione al Sudtirolo riuscirebbe comunque a fare una “secessione all’italiana”; ne verrebbe fuori un Sudtirolo che è contemporaneamente padano e asutriaco; insomma, una barzelletta. Qui invece non solo parliamo di autonomia e non di indipendenza, ma parliamo sopratutto della solita autonomia all’italiana, cioè all’acqua di rose omeopatizzata. E allora dov’è la secessione mascherata?

E poi parliamoci chiaro: mentre l’autonomia la chiedi e al limite lo Stato centrale te la concede, il vero indipendentista sa perfettamente che l’indipendenza non si chiede, si prende; lo Stato centrale o si rassegna oppure interviene soffocando le istanze di libertà nel sangue. Un po’ come il Regno Unito che, senza troppe chiacchiere, ha deciso – giusto o sbagliato che sia – di lasciare l’Unione Europea, quella che – tu guarda la sbadataggine – ha scritto i trattatati internazionali “dimenticandosi” di normale la possibilità di uscita.

La sinistra italiana invece di fare il solito teatrino idiota farebbe meglio a guardare come si comporta un vero partito di sinistra. Come in Catalogna, per esempio, dove l’indipendenza (non l’autonomia) è rivendicata con maggior forza proprio a sinistra.

Ah, il primo che pensa o scrive che io sono di destra lo lego a un letto e – come in un vecchio film di Franco e Cicco – gli cospargo i piedi di sale e glieli faccio leccare da un branco di capre.

Ehnnò, alle 9:00 qui arRoma è un po’ prestino

Questa mattina ho chiamato un’azienda di Roma. Ho controllato gli orari sul sito e alle 9:00, orario di apertura (che a me sembrava già tardi), mi sono sentito dire dalla centralinista: ehnnò, alle 9:00 qui arRoma è un po’ prestino, deve chiamà a e 10:00.

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