Ad cazzum, ad minchiam

Come sapete non è mia abitudine trattare argomenti di contenuto volgare. Ho però notato che in questi ultimi anni, anche e sopratutto in ambito lavorativo, sono in crescente diffusione locuzioni colorite come “ad cazzum” e “ad minchiam”. Per ora si tratta di espressioni prevalentemente confinate alla lingua parlata (riunioni e conversazioni telefoniche, specie se informali), ma la loro presenza in forma scritta (e-mail) è anch’essa in aumento.

Riflettevo sul fatto che queste costruzioni ricalcano locuzioni latine come ad personam, ad absurdum, ad abundantiam, ad hominem, ad honorem, ad probationem, ecc. Molte di queste sono in uso ancora oggi nei linguaggi specialistici (giuridico, logico, …) e la preposizione “ad” seguita dall’accusativo ci fa capire che siamo in presenza di un complemento di fine.
Invece “ad cazzum” e “ad minchiam” esprimono un concetto diverso, che è quello dell’avverbio di modo.

Quindi è come dire che gli spiritosoni che hanno introdotto questa nuova terminologia lo hanno fatto “ad orecchium”.

Notavo inoltre che se “ad cazzum” ha un preciso corrispondente in Toscano non così si può dire per “ad minchiam”.
Quindi, se A = alla cazzo, B = ad cazzum e C = ad minchiam, si è andati prima da A a B e poi da B a C, ma quello che manca è il passaggio da C a D, perché – che io sappia – l’espressione “a minchia” non esiste (ovviamente qualche Siciliano di passaggio può anche smentirmi).

Borbottone, borgognone, ghiaccione, isbergo

Pare che siano tutti e quattro i corrispondenti toscani di iceberg. Sono felice di non averli mai sentiti, e ancor più felice di non doverli mai usare.
Per un controllo mi sono affidato al vocabolario Treccani. Ghiaccione e isbergo non sono nemmeno presenti, mentre borbottone e borgognone sono registrati con significati del tutto diversi (klik sui link precedenti).

Sariburgo è stata liberata dai Telluriani

Prendiamo la frase del titolo. Sariburgo (città) è stata liberata dai Telluriani (popolazione).
Cosa significa? Che i Telluriani sono i liberatori o coloro che sono stati cacciati? Tecnicamente sono possibili entrambe le opzioni. Nel primo caso “dai Telluriani” è complemento d’agente, nel secondo complemento di allontanamento/separazione.

Ecco uno dei casi (per la verità non molti) in cui la nostra lingua presenta una situazione di ambiguità. Come risolvere? Attraverso il contesto, che però in questo caso è stato volutamente messo ai margini, dato che sia Sariburgo sia Telluriani sono mie invenzioni*.

Questo post è nato da un titolo comparso qualche giorno fa sul sito dell’agenzia ANSA: Mosul è stata liberata dall’ISIS.

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* Sariburgo è un’invenzione pura, mentre per Telluriani mi sono ispirato all’album Tellurian, pubblicato nel 2014 dai Soen, supergruppo svedese che fonde magistralmente prog rock, prog metal e influenze Tool.

Fuori dall’ascia

Scopro oggi che in certe parti della Lombardia (in particolare nel lecchese) si usa dire “fuori dall’ascia” per indicare qualcosa di incredibile o esagerato.
L’espressione è riferita sia a persone sia sopratutto a cose. Non è molto il materiale disponibile in internet a tal riguardo. In base alle mie ricerche “fuori dall’ascia” compare spesso in associazione ai prezzi (giudicati troppo elevati) di prodotti, ristoranti, alberghi, ecc.

C’ho il funnel vuoto

Nel mondo delle aziende di telefonia (e non solo) esiste un certo lasso di tempo* tra l’istante in cui una pratica (un contratto) viene caricata a sistema e l’istante in cui il prodotto/servizio diviene attivo per il cliente finale.
È abbastanza comune riferirsi alle pratiche già caricate ma non ancora evase come al contenuto del “tubo”.

La parola tubo ci fa venire in mente una conduttura cilindrica cava a sezione costante, che in questo caso specifico non è però l’esempio più adatto; questo perché non tutte le pratiche in ingresso riescono poi a uscire dal cosidetto tubo; problemi di errata documentazione, problemi tecnici, verifiche del credito negative, ecc. fanno sì che tra l’ingresso e l’uscita vi sia una certa “caduta” fisiologica**.

Di fatto il tubo in questione è più simile a un imbuto. Imbuto è però un vocabolo poco attraente, tanto che non lo utilizza praticamente nessuno. In tempi recenti, tuttavia, c’è chi ha pensato bene di ripescarlo previa una riverniciatina d’Inglese. Ed ecco che si comincia a sentir parlare di “funnel”. Che a mio avviso, però, è altrettanto brutto.

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* può essere di minuti, ore, giorni, settimane e dipende dal tipo di prodotto/servizio, dalla complessità del contratto, dallo stato di saturazione dei sistemi informatici aziendali o da una combinazione delle tre casistiche precedenti

** cui potrebbe aggiungersi una quota non fisiologica nel caso, ad esempio, di un malfunzionamento dei sistemi informativi aziendali o di errore umano

Te lo detto, parte seconda

Dopo i tre casi riportati nel post Te lo detto di ieri mi sono chiesto quante siano le coppie di verbi che possono dar luogo allo stesso tipo di ambiguità apparente.
Ecco quello che ho trovato.
Il lettore è invitato a estendere la lista.

piangere, quando è usato nella forma transitiva di piangere qualcuno, contrapposto a piantare (l’ho pianto, lo pianto)

imporre/impostare (l’ho imposto, lo imposto)

trarre/trattare (l’ho tratto, lo tratto)
e anche ritrarre/ritrattare, contrarre/contrattare

tendere/tesare (l’ho teso, lo teso)
tesare è un verbo un po’ tecnico
e anche pretendere/pretesare
pretesare è ovviamente ancora più tecnico

storcere/stortare (l’ho storto, lo storto)
stortare è un lombardismo non registrato dai dizionari (in ogni caso io lo uso con grande orgoglio)

spendere/spesare (l’ho speso, lo speso)

secernere/secretare (l’ho secreto, lo secreto)

scuocere/scottare (l’ho scotto, lo scotto)

scorgere/scortare (l’ho scorto, lo scorto)

recingere/recintare (l’ho recinto, lo recinto)

radere/rasare (l’ho raso, lo raso)

pungere/puntare (l’ho punto, lo punto)

coprire/copertare (l’ho coperto, lo coperto)
anche copertare è un verbo molto tecnico

comporre/compostare (l’ho composto, lo composto)

Te lo detto

Ascanio è uno studente lombardo di quindici anni con forti ambizioni di scrittore. Terminato il suo primo racconto decide di sottoporlo al vaglio critico della professoressa di letteratura del liceo che frequenta. Il testo contiene alcune espressioni come “te lo detto”, “adesso lo visto”, “glielo cinto” che però l’insegnante si guarda bene dal segnalare come errore. Infatti di errori non ce ne sono. Come è possibile?

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