Fàbbricamicene, come fabbricare parole quadrisdrucciole

È definita quadrisdrucciola una parola con accento tonico sulla sestultima sillaba. In Toscano parole di questo tipo si possono formare solo con delle particelle enclitiche.

Quando si chiede un esempio di quadrisdrucciola quasi tutti si affidano a “fàbbricamicene”, e così sembra che parole di questo tipo siano rarissime; tra poco vedremo che non è così. Per tornare a “fàbbricamicene” innanzitutto va capito il suo significato, perché di primo acchito esso può non essere così immediato. Facciamo allora il seguente esempio: A è il direttore di produzione di un determinato reparto e B è un suo operaio. A va da B, vede che B ha realizzato una serie di prodotti, indica a B dei nuovi componenti e gli chiedere di fabbricargli altri prodotti dello stesso tipo a partire da quei componenti. A potrebbe dire a B (immaginatevi una persona con parlata fiorentina, che viene più semplice): molto bene, per favore fàbbricamicene altri venti entro venerdì.

Ma oltre a “fàbbricamicene” si possono costruire (molti) altri esempi. Il verbo fabbricare è composto da quattro sillabe (fab-bri-cà-re) e la seconda persona singolare dell’imperativo “fabbrica” ha l’accento sulla prima sillaba (fàb-bri-ca). Dunque basta cercare verbi (transitivi) di quattro sillabe con questa caratteristica. Per esempio “applicare”, “caricare”, “collocare”, da cui possiamo costruire “àpplicamicene”, “càricamicene”, “còllocamicene”.

Tuttavia si può costruire una quadrisdrucciola anche in altri modi, per esempio partendo da un verbo transitivo di cinque sillabe che all’imperativo abbia l’accento sulla seconda sillaba. Un caso è “affumicare”, da cui possiamo trarre “affùmicamicene”. In maniere simile si possono prendere verbi di sei sillabe con imperativo accentato sulla terza sillaba, ecc.

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Come riformerei la lingua toscana: b, d, f, l, m, p, r, t, v

Queste sono le consonanti che lascerei invariate. Idem per le loro doppie. Il raddoppio, così come è oggi, è a mio avviso graficamente efficace rispetto ad altre soluzioni possibili (due punti dopo la consonante, trattino superiore, gancetto inferiore, ecc.).

Come riformerei la lingua toscana: a

Sulla vocale “a” c’è poco da dire.

La sua lunghezza può essere diversa (anche all’interno della stessa parola), ma in Toscano la quantità non è un elemento distintivo, pertanto la cosa non ha implicazioni a livello grafico. Non così in altre lingue come il Neerlandese, ma sopratutto l’Ungherese, il Finlandese e l’Estone* (e – con la probabile sorpresa dei più – il dialetto Romanesco**).

Dal punto di vista dell’accentazione “a” può essere solo aperta, dunque “à” è l’unica grafia possibile. Sono favorevole alla regola per cui si accentano solo le vocali a fine parola, ma introdurrei l’obbligatorietà di accentazione per i vocaboli omografi nel caso di omografia legata ad accento su vocali diverse, per esempio àncora/ancóra, àrbitri/arbìtri, àmbito/ambìto, … Per i vocaboli in cui l’omografia è dovuta all’apertura o chiusura di una medesima vocale (caso di “e” e “o”) farò un discorso a parte quando tratterò l’argomento nello specifico.

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* in Estone la lunghezza delle vocali è addirittura tripla; per esempio, per quanto riguarda la “a”, questa può essere breve, lunga o molto lunga

** un esempio tipico è la differenza tra /toddetto/ (t’ho detto) e /to:ddetto/ (te l’ho detto)

Il Toscano si legge come si scrive. Eh sì, ciao

In molti sono convinti che il Toscano (impropriamente chiamato Italiano) sia una lingua che si legge come si scrive. Se facciamo un paragone con l’Inglese si può anche pensare che sia così, ma ci sono molte altre lingue, qui in Europa, che davvero o quasi si leggono come si scrivono, e da questo punto di vista sono molto meglio della nostra.

Nei prossimi giorni scriverò una serie di post per spiegare come mi piacerebbe venisse modificata la grafia della nostra lingua.

Ci sono quelli che poi… la nostra è la lingua migliore del mondo, la nostra è la costituzione migliore del mondo, abbiamo il patrimonio artistico più ricco del pianeta, abbiamo la migliore cucina di tutti, abbiamo la miglior moda, ecc.
Alcune di queste cose sono certamente vere e dipendono da noi (per esempio la cucina o certe produzioni manifatturiere locali di altissimo livello), altre sono un lascito dei nostri antenati (per esempio il patrimonio artistico, che dovremmo almeno tutelare e valorizzare, ma spesso non ci riusciamo nemmeno), altre, infine, sono delle pure idiozie (lingua, costituzione, paesaggi naturalistici, …).
Quelli che, ad esempio, dicono che quella italiana è la miglior costituzione del mondo l’hanno letta per davvero? E si sono letti tutte le altre costituzioni? O sanno che esistono nazioni (come il Regno Unito) che una costituzione scritta non ce l’hanno neppure? Non credo proprio.
Questo tipo di atteggiamento è tuttavia pericoloso; pericoloso perché parte da un presupposto di superiorità che, da un lato, è infondato e, dall’altro, genera – come conseguenza – un improduttivo immobilismo di fondo. Gli “altri” infatti, proprio perché si rendono conto che eccelliamo in alcuni ambiti, si sono da tempo attrezzati non solo per copiarci, ma anche per fare meglio di noi.
Invece si dovrebbe tenere un profilo umile, viaggiare molto, giudicare meno e apprezzare le altrui culture. E copiare quel che di buono c’è al di fuori dei nostri confini, perché di cose ottime ce ne sono ovunque, solo che se si pensa di essere i migliori nemmeno le si vede, e anno dopo anno il divario con alcuni Stati (magari piccoli e giovani) si fa sempre più grande.

Se torniamo alla lingua questo atteggiamento di chiusura e ottusità fa sì che ogni discussione volta a proporre una riforma della grafia del Toscano sia di fatto considerata tabù. Eppure, basta andare indietro nel tempo per scoprire che, in questi secoli, di regole e convenzioni ne sono cambiate moltissime. Giusto per fare un esempio, la acca muta è un’invenzione tutto sommato recente (e a mio parere inutile).

Il mio amico Alessandro propone da tempo di adottare l’IPA, l’alfabetico fonetico internazionale. Forse l’adozione integrale dell’IPA è un po’ eccessiva, ma senza dubbio da lì possono giungere spunti interessanti. Nei prossimi giorni esporrò alcune delle mie idee.

Iato ha uno iato o un dittongo?

Dipende. C’è chi sostiene che iato si debba pronunciare /i’ato/, e quindi in effetti contiene uno iato, e chi invece propende per la pronuncia /’jato/, dove abbiamo un dittongo. Io pronuncio con il dittongo.

O come otel

Se facessimo lo spelling in base alla pronuncia potremmo anche dire “o come otel”.

Che fai? Sono qui che accavalcio il muretto

Ho scoperto per caso che esiste il verbo “accavalciare“; significa stare su qualcosa a cavalcioni.

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