La kitsch-Padania de Il Visuario Padano

Ne parla Riccardo Conti su Vogue in questo serissimo articolo di oggi.

La guerra diplomatica tra Catalogna e Spagna raggiunge le aule dell’università di Vilnius

Le ultime schermaglie tra diplomazia catalana e spagnola si sono consumate nelle aule dell’università di Vilnius, come riferisce questo articolo recentemente pubblicato dal Wall Street Journal.

Anche nella capitale lituana i sostenitori dell’unità tra Spagna e Catalogna non hanno mancato di proporre le solite idee trite e ritrite, e – sopratutto – prive di qualunque fondamento logico: la costituzione spagnola vieta la secessione; bene, peccato che quello alla secessione sia un diritto fondamentale; come tale, dunque, viene prima di qualunque costituzione e, anzi, in un impianto costituzionale serio dovrebbe fungere da cardine.

Va in ogni caso lodata l’instancabile intraprendenza dei fratelli catalani, i quali hanno perfettamente compreso la necessità e l’importanza di allargare il dibattito a una platea internazionale (europea e non solo).
Anche la scelta della Lituania non è casuale. Il primo Paese al mondo a riconoscere l’indipendenza di Vilnius è stata l’Islanda e ora in Lituania alcuni importanti intellettuali suggeriscono (saggiamente) che la Lituania sia il primo Paese al mondo a riconoscere l’indipendenza della Catalogna. Anzi se io fossi Dalia Grybauskaitė anticiperei i tempi riconoscendo l’indipendenza già oggi.

Se questo post vi ha per caso (ma proprio per caso) spinto a domandarvi cosa stia facendo la Lega Nord (si chiama ancora così?) per sostenere il processo di indipendenza della Padania (ma anche solo del Veneto)… ehm, sì lo so, vi state mettendo a ridere (o a piangere).

Ecco un modo pessimo di affrontare il tema del diritto all’autodeterminazione dei popoli e di parlare di Padania

È tutto scritto qui, firmato da Matteo Zola. Un articolo banale, frettoloso e con una conclusione talmente priva di logica che voglio trascrivere per intero:

«E i padani? Beh, quelli nemmeno esistono, non hanno una lingua comune, non hanno nessuna forma di autonomia e soprattutto, vivendo nelle regioni più ricche del paese, non soffrono certo di discriminazione o “apartheid”. Nel loro caso, più che di autodeterminazione, si tratta di egoismo».

E pensare che, in risposta a un garbato e attento lettore, il signor Zola ammette di non aver nemmeno mai sentito parlare di Gilberto Oneto.

L’autodeterminazione è un diritto naturale: è il diritto internazionale che deve adeguarsi a questo principio, non il viceversa. Come accade per gli individui anche i popoli (che sono appunto un aggregato di individui) hanno il diritto (naturale) di scegliere con chi stare e da chi separarsi. Non comprendere questo fatto sarebbe come sostenere che una donna o un uomo possono ricorrere al divorzio solo se vengono malmenati dal partner, se il partner è più ricco di loro e amenità simili.

Il mio ricordo di Gilberto Oneto

Nell’indifferenza generale se ne è andato Gilberto Oneto. I giornali italioti e padanioti, con la loro tipica, prevedibilissima e traboccante superficialità, lo hanno definito uno dei massimi, principali, ultimi (scegliete voi) ideologi della Padania e della padanità. Oneto era sopratutto un uomo che amava studiare.
Non l’ho mai incontrato, ma una quindicina d’anni fa ho avuto il piacere di intrattenere con lui uno scambio di lettere (lettere cartacee, non mail). All’epoca stavo preparando un breve scritto avente per oggetto le proprietà matematiche del Sole della Alpi. Oneto, che nelle sue lettere ricordo come persona piena di entusiasmo, aveva molto apprezzato e – saputo della mia avversione per il colore verde – mi aveva persino spedito una spilletta con un Sole delle Alpi blu (il mio colore preferito).
Il minimo che si possa fare, ora, è una fondazione in suo nome.

Le spoglie di Riemann riposano in Padania

Bernhard Riemann, celebre per la sua omonima congettura, è sepolto nel cimitero di Biganzolo, frazione di Selasca (Verbania). La cosa è poco nota.

30 milioni di euro per un sondaggio?

Roberto Maroni, presidente della Lombardia, è intenzionato a indire un referendum consultivo per conoscere il parere di noi Lombardi circa la possibilità di trasformare il nostro territorio in una regione a statuto speciale. Tempo perso e soldi buttati (tanti soldi). Lo Stato italiano, che ci occupa e preleva le nostre risorse (non sapendole nemmeno spendere), non può concedere lo statuto speciale perché ciò equivarrebbe a un suicidio economico (e subito dopo politico). Se dunque si vuole fare un referendum si seguano strade più serie, come nel caso di Veneto e Catalogna. Un referendum, anche se solo a livello di consultazione, dovrebbe contenere quattro quesiti, non due:

(a) mantenere lo statuto ordinario
(b) adottare lo statuto speciale
(c) costituire uno Stato indipendente
(d) richiedere la confederazione con la Svizzera

Va da sé che io sono favorevole all’opzione (c) e sopratutto a uno scontro frontale con l’Italia, nel quale si faccia appello e ricorso a tutti gli organismi e a tutte le convenzioni internazionali possibili. Ma sono certo che Maroni andrà per la sua strada, dimostrando per l’ennesima volta che la Lega Nord, nei suoi organi dirigenti, non è interessata all’indipendenza della Padania.

Un referendum con quattro quesiti sarebbe interessante anche in termini di psicologia statistica. Ci si potrebbe chiedere se l’ordine con cui vengono presentate le opzioni può avere un impatto significativo sull’esito referendario. Scoprirlo non sarebbe difficile. Dal momento che quattro quesiti possono essere presentati secondo 24 ordinamenti diversi*, si potrebbero scegliere 24 campioni casuali di individui cui sottoporre le scelte. Un’analisi statistica elementare permetterebbe di isolare facilmente, se esiste, un eventuale effetto-ordinamento.

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* 4! = 4*3*2*1 = 24: il primo quesito può essere scelto in 4 modi diversi, il secondo in tre modi diversi, il terzo in due, l’ultimo è determinato di conseguenza

Ci sarebbe da inventare la bandiera della Padania

Diciamocelo apertamente, la bandiera della Padania, così come è oggi, lascia alquanto a desiderare. Basterebbe già solo invertire il bianco con il verde per ottenere notevoli miglioramenti. Ma in realtà andrebbe creata una bandiera tutta nuova che, prima di tutto e sopra tutto, generi un ancoraggio positivo a livello di subconscio. Inutile negare che ci sono bandiere (mi vengono in mente quelle di Veneto, Norvegia e Islanda) oggettivamente belle; bandiere con motivi e cromatismi gradevoli e bilanciati. A mio parere una bandiera “giusta” porterebbe alla causa padana più vantaggi di quanto si potrebbe immaginare.
E quindi come si fa? Si chiama un team di grafici indipendenti, li si riunisce assieme per un certo periodo e si fa loro realizzare un certo numero di prototipi, che poi devono essere gradatamente ridotti a quello finale. Per fare selezione ci si può anche avvalere di un piccolo campione causale di persone comuni, ignare di quel che stanno facendo. Quest’ultimo, per esempio, è un metodo seguito da alcuni gruppi rock all’atto di scegliere le 10-12 tracce, tra le numerose composte, che dovranno essere incise su un album.

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