Terremoto sul Baltico

erdbeben (Tedesco)
jordbävning (Svedese)
jordskælv (Danese)
maanjäristys (Finlandese)
maavärin (Estone)
maavärrin (Võro)
trzęsienie ziemi (Polacco)
zemestrīce (Lettone)
žemės drebėjimas (Lituano)
žemės kustiejėms (Samogiziano)

Plovas, il pastone

L’altro giorno mia suocera, come ogni anno, ha preparato il plovas.
WTF is plovas, direte voi! Il plovas è un piatto costituito da tre ingredienti: riso pilaf (il riso vero qui se lo sognano), carote, carne. Il plovas di mia suocera è un qualcosa di cui ho sempre pensato si potesse fare a meno, e sono particolarmente grato a mia moglie per il fatto di non averlo mai voluto replicare.

Fin qui la consuetudine. Questa notte, però, ho voluto andare a fondo per capirne un po’ di più. Così ho scoperto che “plovas” non è altro che la forma lituana di “pilaf”. Ma su questo tornerò qualche riga più sotto, perché credo che la cosa abbia il suo interesse linguistico. Cominciamo invece col dire che il plovas non è un vero e proprio piatto lituano: piuttosto è una pietanza di origine asiatica, per la precisione dell’Asia centro-meridionale. Questa cosa del mettere tutto insieme, d’altra parte, denota una cultura culinaria piuttosto rudimentale, dove la sussistenza prevale di gran lunga sugli aspetti legati al gusto e al piacere. Il che, senza tirarla troppo per le lunghe, si sposa perfettamente con le scarse pretese e la quasi inesistente raffinatezza del Lituano medio, ovvero il 99% della popolazione (la stima è per difetto). Se non ci credete potete dare un’occhiata a queste immagini. Invitanti, vero? Naturalmente mia suocera ha personalizzato il tutto con la sua immancabile dose di burro. E nonostante ciò il suo piatto finisce per ingozzare anche le oche.

Veniamo ora agli aspetti linguistici. Se, come me, avete nelle orecchie il suono della lingua lituana “plovas” non può che essere la più logica traduzione di “pilaf”. In Lituano ogni nome viene piegato alle regole della grammatica; qui ogni nome straniero viene addomesticato. Facciamo un esempio; mica penserete di arrivare qui in Lituania e di leggere su un qualunque quotidiano notizie di un certo Donald (John) Trump? Le notizie ci sono, ovviamente, ma il tizio in questione (incidentalmente l’uomo più potente del pianeta) è chiamato Donaldas (Džonas) Trampas. E guardate che non sto affatto scherzando: se non mi credete fate una banalissima ricerca su internet. Il vostro stesso nome di battesimo – prendetene atto con pazienza e rassegnazione – verrà cambiato; non solo: verrà sopratutto declinato (secondo uno dei sette casi* che sono rimasti in piedi oggi).
Tutto ciò per dire che nessun termine lituano, d’origine o di importazione, potrebbe mai finire per “f”. La soluzione più logica è dargli una terminazione in “-a” o “-ė”, se lo si considera femminile, o in “-as”, “-is”, “-ys”, “-ias”, se lo si considera maschile. Tralasciando le immancabili eccezioni, quelle appena descritte sono le terminazioni dei nomi rispettivamente della seconda e della prima declinazione**. Alla fine, un nome straniero finisce quasi sempre per prendere una delle desinenze riportate sopra. Nel caso di pilaf la cosa più naturale è optare per “pilafas”, che tuttavia – per via di quella “f” – continua a non suonare sufficientemente lituano. Si sa che la sostituzione naturale della consonante “f” è proprio il suono “v”. E così avremmo “pilavas”. A questo punto va detto che un’altra delle caratteristiche del Lituano (rispetto a lingue come Toscano, Inglese, ecc.) è quella di ritrovare una “o” laddove ci aspetterebbe una “a”. Gli esempi sono numerosissimi, a partire da “fortepijonas” (pianoforte) e “valerijonas” (valeriana)***. Dunque, per le orecchie di un Lituano “pilovas” suona molto meglio di “pilavas”. Infine, in modo altrettanto naturale, il passaggio da “pilovas” a “plovas” è alquanto breve.

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* in passato ce n’era persino qualcuno in più, come del resto oggi ve ne sono molti di più in Estone e Finlandese (ma non solo)

** per la gioia di chi deve imparare la lingua, le altre tre declinazioni accorpano una sparuta minoranza di vocaboli, anche se tra essi ve ne sono alcuni di utilizzo molto frequente

*** una delle cose che adoro della Lituania è che in farmacia si possono trovare praticamente ovunque le pastiglie di valeriana, ottimo rimedio naturale per prendere sonno; esistono anche fermenti, sempre naturali e da noi introvabili, che in pochi minuti risolvono quelle situazioni molto spiacevoli di peso sullo stomaco e blocco della digestione

Tira minga a man

Tira minga a man de andà sü i giuster e tira minga a man i magiuster!

Volevo fare un post sull’uso della locuzione milanese “tira minga a man” e invece ve ne propongo due esempi pratici, uniti nella stessa frase: in un caso l’espressione è seguita da un verbo, nell’altro da un sostantivo.

“Tira minga a man” ammette diverse traduzioni alternative, ma tutte con lo stesso senso e spirito.

Vediamo, dunque, come ve la cavate con questo quiz linguistico.

Nota: per evitare problemi vi ho scritto tutto esattamente come si legge, quindi non me ne vogliano i puristi.

Lituani ghiaccettini

Una cosa che fa molto ridere i Lituani è il fatto che in Estone “Lituano” si dice “Leedukas”, parola che, come quasi tutte quelle che terminano in -as, è di probabilissima derivazione baltica, quindi lituana o lettone. Ora, in Lituano “Leedukas” è quasi identico a “ledukas”, diminutivo di “ledas” (ghiaccio). Quindi, per ricapitolare, è come se gli Estoni chiamassero i Lituani “piccoli pezzi di ghiaccio” o ghiaccettini.

Non ci sono mucche sul ghiaccio

Be’, mentre approfondivo il detto di cui ho parlato nel post precedente, ne ho approfittato per scandagliare qualche altra espressione idiomatica svedese. Questo “non ci sono mucche sul ghiaccio” (ingen ko på isen), che sta per “nessun pericolo”/”situazione tranquilla”, mi è sembrato particolarmente simpatico e al tempo stesso originale.

Skägget i brevlådan

Avete presente quando si viene colti in flagrante? Da noi si dice “preso con le dita/mani nella marmellata” o anche “preso con le mani nel sacco”, mentre in Inglese esiste un’espressione molto simile: “caught with the hand in the cookie jar”. Non conosco le varianti in lingue come Francese, Tedesco, Spagnolo, Polacco, ecc., ma oggi mi sono imbattuto per caso nell’espressione usata in Svezia: “skägget i brevlådan”, cioè “preso con la barba nella cassetta delle lettere”.
Da notare che la forma svedese, a differenza di quelle toscane e di quella inglese, ha una inequivocabile connotazione di genere: il ladro non può che essere maschio.
Ora, immaginate se vi fosse stata una situazione opposta, ovvero un’espressione riferita al genere femminile; sono quasi certo che il popolo delle femministe e dei femministi, gente con serie turbe mentali, avrebbe gridato allo scandalo e al sessismo.

(Gli/le) manca una vite

Questo post nasce da qui, l’ultimo di una serie di gustosi articoli (per ora sono 16) dedicati da Mauro Venier ai “misteri” della lingua tedesca.
È interessante notare come il concetto, più o meno scherzoso, di perdita o mancanza di sanità mentale – che in Toscano viene reso con l’espressione “non avere tutte le rotelle (a posto)” – si ritrovi in altre lingue sempre con un qualche tipo di costrutto idiomatico.
Se, come appunto ci rivela Mauro, il Tedesco adotta una forma assai curiosa come “non avere tutte le tazze nella credenza” l’Inglese fa riferimento alle biglie (“to lose one’s marbles” o “not to have all one’s marbles”), mentre con il Lituano si torna all’analogia meccanica, che qui si esprime con l’idea dell’essere privi di una vite (trūksta vieno varžtelio).

Aggiornamento del 29 Marzo 2019:
Il concetto di rotelle che mancano è utilizzato anche in lingua rumena.

Aggiornamento del 30 Marzo 2019:
Pare che in Spagnolo non esista alcuna espressione idiomatica degna di nota. Così almeno mi ha confermato la moglie malagueña del mio amico Alessandro, con cui ci siamo visti a pranzo oggi in quel di Borgo Ticino, Pavia.

Aggiornamento del 31 Marzo 2019:
La forma estone (di cui ringrazio l’amica Liisa di Tartu) è praticamente identica all’inglese “to have a screw loose” solo al plurale: “tal kruvid logisevad” significa infatti “avere le viti allentate”. A questo punto sembrerebbe potersi ipotizzare l’esistenza di un substrato comune che va al di là della diversa natura di lingue europee con origini diversissime tra loro.

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