23 giorni da solo con la lituosuocera. Devynta diena – Giorno 9

Post brevissimo visto che stasera e stanotte qui in camera (che poi è anche la sala da pranzo) non sarò solo. In mattinata è sopraggiunto il fratello di mia moglie, che si è tirato dietro una coppia di amici con relative figlie al seguito (due). Mia suocera ha dovuto lavorare extra, e per fortuna mi ha rotto un po’ meno del solito. Ma comunque ha rotto lo stesso.

Tipica giornata lituana caratterizzata da un altrettanto tipico disordine alimentare. Non tanto per quello che si è mangiato, quanto per la cultura degli orari dei pasti, o meglio, per la totale assenza di una tale cultura. E infatti si è pranzato alle 16:30 (con il solito kugelis) e cenato verso le 21:00 (šaltibarščiai e poi carpa, spigola e un terzo pesce che non mi ricordo, comunque tutti e tre buoni, che poi lasciamo stare che qui la gente mangia con le mani).

345 ore alla fine.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Aštunta diena – Giorno 8

Ieri mi sono dimenticato di dire che a un certo punto mi serviva uno stuzzicadenti, così sono andato su Google Translate e ho trovato che stuzzicadenti (al plurale) si dice “dantų krapštukai” (qualcosa tipo “bastoncini per i denti”). Quindi ho fatto prima il nominativo singolare e poi l’accusativo, e alla fine ho chiesto a mia suocera se ne avesse uno.
Domanda semplice e lineare, direi, di quelle a cui si può solo rispondere con un sì o con un no. Invece mia suocera mi ha fatto a sua volta una domanda, usando ovviamente una parola che non conoscevo, e sopratutto inutillima. Il vocabolo in questione era “mediniai”, cioè – come ho scoperto più tardi – “di legno”. Eh sì, perché – in quel momento – sapere se gli stuzzicadenti li volevo di legno o di plastica era di importanza vitale. Che poi di plastica nemmeno ce li aveva (e nemmeno io li ho mai usati in vita mia).

Una caratteristica di mia suocera è che vive in cucine a geometria variabile. Uso “cucine” al posto di “cucina” perché la cosa vale qui in campagna, nella casa di Vilnius, come (purtroppo) nella nostra a Milano (naturalmente solo quando è presente lei in qualità di uninvited guest).
Cioè, normalmente nei cassetti e negli armadietti gli oggetti hanno un posto fisso, che non è un vezzo recente introdotto dopo il crollo del muro di Berlino, ma un atavico schema mentale di auto-organizzazione che risponde a un’esigenza ben precisa: se una cosa la metti nello stesso posto saprai sempre dove trovarla la volta successiva. Nel caso di mia suocera, invece, questa conquista della specie homo sapiens è ancora di là da venire. E non riguarda solo i su menzionati cassetti e armadietti, ma anche il frigorifero. Se infatti uno, ad esempio, apre il frigo per cercare il burro o il formaggio (o qualunque altra cosa) va a colpo sicuro, non è che deve mettersi lì a fare una ricerca. Invece mia suocera quando apre il frigo si ferma un attimo in contemplazione e, dopo uno sguardo di insieme (di solito tra l’ebete e il perplesso), si lancia in una intensa attività di ravanamento. Che se potessi vi manderei un video perché altrimenti rischiate anche di non credermi.

Oggi a pranzo ha fatto di nuovo i sumuštiniai e, una volta pronti, mi ha chiamato perché la aiutassi a portarli in tavola. Così ha aperto il forno, ha tirato via la tovaglia dalla tavola e con quella ha estratto una teglia che sembrava essere uscita da una fonderia, tanto era alta la temperatura. Qualche anno fa mia moglie le ha portato delle presine, ma sembra che ancora non abbia ben capito come funzionino e sopratutto a cosa servano. Infatti quando la teglia l’ho presa io, afferrandola appunto con le presine, ha esclamato stupita: ah!
Comunque quello che voleva da me è che portassi la teglia arroventata in tavola e che servissi i panini. Chiaro che le ho detto subito di no senza nemmeno pensarci un attimo. Invece sono andato a prendere i piatti dal tavolino della sala (dove tra l’altro era già accomodata mia figlia) e i panini ce li ho messi dentro in cucina, per poi riportare gli stessi piatti, ma pieni, in sala. Niente, anche in questo caso non riesce a capire qual è la sequenza logica delle operazioni. E come sempre il suo sistema è quello che massimizza la probabilità di fare danni, ad esempio di provocare una bella scottatura a qualcuno. Tanto più che quando lei ha in mano qualcosa è del tutto incapace di gestirne l’interazione con l’ambiente circostante.
Al termine del pranzo, poi, ha raccolto i piatti e mi ha passato la pila, visto che – come già sapete – del lavaggio me ne occupo insindacabilmente io. Nel fare ciò –
ça va sans dire – ha fatto cadere il solito paio di posate (che se poi ti atterra un coltello sul piede non è proprio una gran festa).

In mattinata, invece, era finita l’acqua per cucinare, così sono andato a prenderla al pozzo con un paio di secchi, e nel mentre ho anche imparato che in Lituano secchio si dice “kibiras”. Allora sono andato da mia suocera e ho provato a declinarlo. Passando dal nominativo, al genitivo, al dativo mi aveva già interrotto. Io elencavo i casi della prima declinazione al singolare e lei pensava che volessi fare nominativo singolare e plurale. Come sempre non aveva capito una mazza. A differenza della nonna Milda che invece sapeva perfettamente cosa stavo facendo.

Il file Excel che ho messo in piedi per il countdown stasera mi dice che le ore mancanti sono 368 e che il tempo trascorso ha toccato quota 33,33% periodico. Wow, sono a un terzo esatto dalla conclusione dell’impresa.

Panciuchio

Oggi giocavo con mia figlia sulla batutas che abbiamo qui in giardino e lei si divertiva a fare il salto del canguro. A un certo punto non si ricordava più come si dice marsupio e allora ha detto panciuchio.

23 giorni da solo con la lituosuocera. Septinta diena – Giorno 7

Questa mattina ero lì nel letto, già sveglio, ma ancora un po’ pigro per alzarmi. E ogni due per tre mi dicevo: bene, adesso vado in bagno che devo fare pipì. Sono quei momenti che puoi ancora resistere ma sai che il limite si avvicina inesorabile. Poi, come ogni volta – sì perché questa cosa capita praticamente ogni volta – non appena ho messo un mezzo piede giù dal letto ecco che il bagno, fulminea, me lo ha occupato mia suocera. E per fortuna che almeno è veloce.
Il fatto, tra l’altro di una certa rilevanza scientifica, è che non importa in quale momento io faccia per alzarmi dal letto; qualunque sia il momento mia suocera riesce a infilarsi in bagno una frazione di secondo prima di me.

Fatalità sincroniche. Come quando, durante il giorno, magari capita che mi devo cambiare. Cioè, ad esempio togliermi i calzoni lunghi e mettere quelli corti, oppure il viceversa. Mia suocera, che fino a un attimo prima era dall’altra parte del mondo a raccogliere barbabietole e patate nell’orto, compare nella stanza proprio nell’attimo in cui sono biotto biotto.

E sempre a proposito di coincidenze. È il momento di lavare i piatti e allora cerco di raccogliere tutte le stoviglie che vedo in giro e le porto fuori nel lavello che abbiamo in giardino. Poi inizio a lavare. Puntuale come un orologio atomico, tempo un paio di minuti e si presenta mia suocera che magicamente ha trovato un’altra mezza dozzina di piatti e di posate. Li accatasta sopra gli altri (di solito facendo cadere qualcosa) e mi fa un risolino idiota che la strozzerei come un tacchino baltico.
Questa però è una cosa tipica delle donne. Che anche mia moglie ogni tanto fa così. Non con i piatti, perché abbiamo la lavastoviglie, però quando sto per andare giù a portare la spazzatura, cioè vetro, carta, plastica e indifferenziata – che sono quattro sacchetti in due mani – ti senti questa vocina con l’effetto Doppler che ti dice: hey, non dimenticare l’umido, che lo sai che l’umido è la cosa più importante.
Saremmo anche uomini, mica piovre o aracnidi.

Comunque tra ieri e oggi ho passato un po’ di tempo a coniugare una trentina di verbi lituani che mi ha dato da studiare la Tati. E allora, tra una pausa di lavoro e l’altra, sono andato in giardino a fare questi esercizi. Parlavo ad alta voce, o da solo o con mia figlia o con la nonna Milda. Io ero lì a coniugare i verbi e mia suocera si infilava dentro e faceva a gara a dirli prima di me. Cioè, capito, mi precedeva. Ma come, mica sei tu che devi esercitarti, tu devi solo dirmi se faccio giusto o se sbaglio.
E infatti a un certo punto mi ha corretto un verbo. Non ho fatto in tempo a dire la prima persona singolare di “sustoti” (fermarsi), che secondo lei questo verbo come lo coniugavo io era sbagliato, perché non era un verbo della prima, ma della terza. E siccome ero scettico, e lei insisteva, alla fine mi ha detto: oggi chiedi alla Tati. Così ho chiesto alla Tati ed è finita 1-0 per la Tati.

Niente, sono un paio di giorni che mia suocera si comporta quasi normale, che poi normale nel suo caso significa che funziona in PHM, dove PHM è l’acronimo di Proto-Human Mode. Cioè, consueta iperattività, cassetti e mobiletti lasciati semi-aperti, roba che le cade dalle mani, posate tenute come capita, zuppe e bevande sorbite col risucchio, bicchieri riempiti fino all’orlo, coltelli appoggiati sul manico con la lama all’insù, inciampamenti nei tappeti (che qui, poi, ce ne sono pochissimi), e tutto il resto del suo ormai celebre campionario.
Però mia moglie ultimamente l’ha un po’ cazziata per il sale e così adesso mi fa assaggiare le cose e mi chiede se per caso non ne ha messo troppo.

Ah, ieri che stavo cucinando la pasta per mia figlia è riuscita a dirmi che nella pentola avevo messo troppa acqua. Chissà, magari la prossima settimana proverà a dirmi anche come si prepara il risotto alla milanese.

Stavo cercando dei video su come si impugnano correttamente le posate, ma non è che ce ne siano molti. Ad esempio ho trovato questo (che però potevano farlo anche un po’ meglio).
Comunque, quando si prende la forchetta con la mano destra (con la sinistra per i mancini) la posata deve funzionare un po’ come il remo di una barca, e il modo corretto di farlo è quello di tenerla tra l’indice e il medio, e di usare il pollice per dare la rotazione.
Questa cosa che a noi sembra del tutto naturale mia suocera non riesce a farla, però nella sua scala evolutiva ci sta andando vicino. Infatti ha sviluppato un’impugnatura che assomiglia alla precedente, ma non è ancora equivalente.
Quello che fa è alternare la “modalità spada” a quella “simil-remo”, dove – in quest’ultimo caso – anziché tenere la forchetta tra l’indice e il medio la tiene tra il medio e l’anulare.
Se ci provate (in caso non abbiate una posata a portata di mano basta un penna) osserverete che la difficoltà aumenta. Sopratutto noterete che, tenendo la forchetta tra indice e medio, vi sono sufficienti solo queste due dita (oltre al pollice) per compiere tutti i movimenti necessari; viceversa, impugnando la forchetta tra medio e anulare, servono tutte e cinque le dita; questo perché si creano due coppie che funzionano all’unisono: indice e medio, da una parte, e anulare e mignolo dall’altra, che si comportano ciascuna come fossero un solo dito.
Abbiamo dunque la conferma che mia suocera si trova nella già citata fase proto-umana, che comunque è già un bel passo avanti rispetto al precedente stadio pre-umano.

Aggiornamento: -392 ore.

Ad cazzum, ad minchiam

Come sapete non è mia abitudine trattare argomenti di contenuto volgare. Ho però notato che in questi ultimi anni, anche e sopratutto in ambito lavorativo, sono in crescente diffusione locuzioni colorite come “ad cazzum” e “ad minchiam”. Per ora si tratta di espressioni prevalentemente confinate alla lingua parlata (riunioni e conversazioni telefoniche, specie se informali), ma la loro presenza in forma scritta (e-mail) è anch’essa in aumento.

Riflettevo sul fatto che queste costruzioni ricalcano locuzioni latine come ad personam, ad absurdum, ad abundantiam, ad hominem, ad honorem, ad probationem, ecc. Molte di queste sono in uso ancora oggi nei linguaggi specialistici (giuridico, logico, …) e la preposizione “ad” seguita dall’accusativo ci fa capire che siamo in presenza di un complemento di fine.
Invece “ad cazzum” e “ad minchiam” esprimono un concetto diverso, che è quello dell’avverbio di modo.

Quindi è come dire che gli spiritosoni che hanno introdotto questa nuova terminologia lo hanno fatto “ad orecchium”.

Notavo inoltre che se “ad cazzum” ha un preciso corrispondente in Toscano non così si può dire per “ad minchiam”.
Quindi, se A = alla cazzo, B = ad cazzum e C = ad minchiam, si è andati prima da A a B e poi da B a C, ma quello che manca è il passaggio da C a D, perché – che io sappia – l’espressione “a minchia” non esiste (ovviamente qualche Siciliano di passaggio può anche smentirmi).

23 giorni da solo con la lituosuocera. Šešta diena – Giorno 6

Ieri osservavo mia suocera di spalle fuori dal supermercato Maxima di Švenčionys mentre era in piedi davanti al bancomat intenta a prelevare. E mi sono reso conto che aveva la stessa postura di quando è in cucina davanti ai fornelli. Gambe larghe e leggermente piegate, quasi come se fosse pronta per affrontare un pericolo o a lottare contro un avversario. Detta così non rende molto bene, ma vi assicuro che non è un modo molto naturale di stare in piedi.
Questa storia delle gambe divaricate e piegate, poi, fa sì che quando cammina ha delle oscillazioni in senso verticale molto più pronunciate di noi altri umani. Cioè, se – come si fa in alcune animazioni computerizzate – immaginate di cancellare il corpo e sostituire la testa con un puntino luminoso che scorre su uno sfondo nero, vedreste questo puntino muoversi, oltre che in orizzontale, anche su e giù con dei movimenti piuttosto ampi. E così mi sono detto che una come mia suocera io riuscirei a riconoscerla ovunque anche senza vederla in faccia.

Mia suocera se deve comunicarmi un concetto semplice usa tremila parole, e questo ve l’ho già raccontato. Oggi, però, ho capito una cosa. Mia moglie mi ha spiegato che fa così perché se non capisco la prima volta prova a ridirmi quello che voleva dirmi con parole diverse. Il punto è che magari la prima volta qualcosina riesco ad afferrare, ma le successive è quasi sempre buio totale.
Il perché è presto detto: a ogni ripetizione usa vocaboli sempre più difficili e frasi sempre più lunghe e contorte. Un po’ come se uno vi chiede se avete il mal di denti, voi non capite e allora ci riprova con un “non è che magari risenti di un’odontalgia all’arcata superiore sinistra?”.
L’altra giorno, per esempio, mi ha detto qualcosa che conteneva la parola “salotos” (insalata), ma non avendo compreso il senso della frase sono rimasto muto e con uno sguardo inequivocabilmente interrogativo. Allora lei ha ricominciato a parlare ma a quel punto la parola “salotos” non è più ricomparsa.

Anche oggi, comunque, è stata una giornata abbastanza tranquilla, quindi il post lo faccio breve che così riesco a recuperare qualche ora di sonno.

Il primo quarto di avventura, intanto, se ne è quasi andato: 417 ore al termine.

Bidet in taxi

Mi è venuta in mente una cosa. A inizio Luglio, quando siamo andati all’aeroporto di Orio per venire qui in Lituania abbiamo preso un taxi visto che il volo era molto presto di mattina. Il tassista era un tizio della mia età che condivideva la licenza con un altro tizio un lustro più vecchio. Dei due, il tassista che ci ha portato all’aeroporto faceva sempre il turno di giorno e a un certo punto gli ho detto: be’, immagino che al tuo collega della notte capiti un po’ di tutto. La risposta è stata che sui taxi se ne vedono di cotte e di crude anche di giorno. Per esempio pare che non sia così insolito caricare normalissime signore che, credendo di non essere viste, ne approfittando per farsi il bidet con le salviettine umidificate.

Voci precedenti più vecchie