Come riformerei la lingua toscana: e

In Toscano abbiamo un solo simbolo (e) per due suoni: “e” (e chiusa) e “ɛ” (e aperta). Quindi tanto vale usare direttamente questi due simboli. E se vanno accentati a fine parola? Gli si mette un accento come quello che oggi è usato per le vocali aperte. Questo perché nella mia proposta di riforma (che prevede sette simboli per altrettante vocali) la distinzione tra accento acuto e grave perde di importanza; usare l’accento delle attuali vocali aperte è cioè un fatto di pura convenzione.
Ritornerò su questo argomento quando parlerò delle vocali “i” e “u”.

Nota: a chi obietta che il simbolo “ɛ” non fa parte dell’alfabeto latino rispondo dicendo che si può sempre inserire in modo da ottenere un alfabeto latino esteso. D’altra parte in epoca classica (antica Roma) “j”, “u” e “w” non erano presenti, oggi invece lo sono. Di certo il simbolo “ɛ” si può migliorare in modo che assuma un aspetto a noi più familiare.

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Il test dei poligoni, delle banane e degli orologi

Il test è questo. Qual è il risultato?
Notate bene le categorie in cui ho inserito questo post.

Come riformerei la lingua toscana: c, ch, ci

È il caso della “c dolce” e della “c dura”.

La “c dolce” si ha quando “c” è seguita da “e + consonante/vocale” (es. cento/ceiba), da “i + consonante” (es. cinta) o da “i + vocale” (es. cialda/cielo/ciocca/ciucco).
In questo caso “c” può essere sostituita dal digramma “tš”. Una parola come “ciao” verrebbe dunque scritta “tšao” (non c’è bisogno della “i” in quanto non accentata), mentre “farmacia” si scriverebbe “farmatšia” (in questo frangente, molto più raro del precedente, la “i” è invece necessaria).

La “c dura” si ha quando “c” è seguita da “a”, “o” e “u” e nel digramma “ch”. Qui è sufficiente sostituirla con “k”.

Per quanto riguarda le doppie avremmo “ttš” e “kk”.

Si comprende, dunque, che – a fronte di quanto sopra – la “c” diviene un grafema inutile.

Fàbbricamicene, come fabbricare parole quadrisdrucciole

È definita quadrisdrucciola una parola con accento tonico sulla sestultima sillaba. In Toscano parole di questo tipo si possono formare solo con delle particelle enclitiche.

Quando si chiede un esempio di quadrisdrucciola quasi tutti si affidano a “fàbbricamicene”, e così sembra che parole di questo tipo siano rarissime; tra poco vedremo che non è così. Per tornare a “fàbbricamicene” innanzitutto va capito il suo significato, perché di primo acchito esso può non essere così immediato. Facciamo allora il seguente esempio: A è il direttore di produzione di un determinato reparto e B è un suo operaio. A va da B, vede che B ha realizzato una serie di prodotti, indica a B dei nuovi componenti e gli chiedere di fabbricargli altri prodotti dello stesso tipo a partire da quei componenti. A potrebbe dire a B (immaginatevi una persona con parlata fiorentina, che viene più semplice): molto bene, per favore fàbbricamicene altri venti entro venerdì.

Ma oltre a “fàbbricamicene” si possono costruire (molti) altri esempi. Il verbo fabbricare è composto da quattro sillabe (fab-bri-cà-re) e la seconda persona singolare dell’imperativo “fabbrica” ha l’accento sulla prima sillaba (fàb-bri-ca). Dunque basta cercare verbi (transitivi) di quattro sillabe con questa caratteristica. Per esempio “applicare”, “caricare”, “collocare”, da cui possiamo costruire “àpplicamicene”, “càricamicene”, “còllocamicene”.

Tuttavia si può costruire una quadrisdrucciola anche in altri modi, per esempio partendo da un verbo transitivo di cinque sillabe che all’imperativo abbia l’accento sulla seconda sillaba. Un caso è “affumicare”, da cui possiamo trarre “affùmicamicene”. In maniere simile si possono prendere verbi di sei sillabe con imperativo accentato sulla terza sillaba, ecc.

Come riformerei la lingua toscana: b, d, f, l, m, p, r, t, v

Queste sono le consonanti che lascerei invariate. Idem per le loro doppie. Il raddoppio, così come è oggi, è a mio avviso graficamente efficace rispetto ad altre soluzioni possibili (due punti dopo la consonante, trattino superiore, gancetto inferiore, ecc.).

Quanti passeggeri ci sono su un volo Ryanair?

In questi giorni è stata diffusa la notizia in base alla quale Ryanair cancellerà 2.000 voli lasciando a terra 400.000 passeggeri. E visto che si parla di numeri facciamo qualche conto.

Cominciamo da questo articolo de La Stampa. Nel titolo si parla di 2.000 voli e 400.000 passeggeri. Se così fosse un volo trasporterebbe in media 200 passeggeri. Nel corpo del pezzo, invece, si parla di “oltre” 2.000 voli e “circa” 400.000 passeggeri, ma con gli “oltre” e i “circa” i calcoli non si fanno. Poi, però, più avanti nel medesimo articolo vengono menzionati “fino a” 50 voli al giorno per sei settimane. Bene, se trascuriamo quel “fino a” i conti ci dicono che i passeggeri per volo sarebbero 190,48. Gli stessi numeri sono stati forniti da Repubblica (qui).
Il Sole 24 Ore parla di una media di 40-50 voli in sei settimane (qui), che come media appare ben strana (cioè esageratamente generica). Figure identiche per ADN Kronos (qui).
Il Mattino di Napoli è più preciso nelle date e ci dice (qui) che il periodo delle cancellazioni andrà dal 21 Settembre al 31 Ottobre 2017, dunque 41 giorni. Se usassimo questo dato, i 50 voli al giorno e i 400.000 passeggeri, ne risulterebbe una media di 195,12 passeggeri/volo.
Il Secolo XIX riferisce (qui) di una media di 48 voli al giorno per sei settimane, che ci poterebbe a 198,41 passeggeri/volo.

Più o meno gli altri quotidiani si inseriscono nelle casistiche esposte sopra. E i quotidiani stranieri? I numeri sono gli stessi visto che i giornalisti italioti e padanioti non hanno fatto altro che copiare (come spesso accade) dalla stampa estera.

Non convinto sono andato sul sito della Ryanair, ho scaricato i PDF con la lista dei voli cancellati e ho rifatto i conti. Da notare che la pagina in questione si apre con «Up to 50 flights per day (less than 2% of flights) have been cancelled for the next six weeks». Cominciamo dalle numeriche sui voli.

18 Settembre 2017: 56
19 Settembre 2017: 55
20 Settembre 2017: 53
21 Settembre 2017: 84
22 Settembre 2017: 50
23 Settembre 2017: 50
24 Settembre 2017: 50
25 Settembre 2017: 50
26 Settembre 2017: 42
27 Settembre 2017: 38
28 Settembre 2017: 48
29 Settembre 2017: 54
30 Settembre 2017: 48
01 Ottobre 2017: 54
02 Ottobre 2017: 50
03 Ottobre 2017: 42
04 Ottobre 2017: 38
05 Ottobre 2017: 48
06 Ottobre 2017: 54
07 Ottobre 2017: 48
08 Ottobre 2017: 54
09 Ottobre 2017: 50
10 Ottobre 2017: 42
11 Ottobre 2017: 38
12 Ottobre 2017: 48
13 Ottobre 2017: 54
14 Ottobre 2017: 48
15 Ottobre 2017: 54
16 Ottobre 2017: 50
17 Ottobre 2017: 42
18 Ottobre 2017: 38
19 Ottobre 2017: 48
20 Ottobre 2017: 54
21 Ottobre 2017: 48
22 Ottobre 2017: 54
23 Ottobre 2017: 50
24 Ottobre 2017: 42
25 Ottobre 2017: 38
26 Ottobre 2017: 48
27 Ottobre 2017: 54
28 Ottobre 2017: 48

I giorni sono 41 (come correttamente riportato dal Il Mattino di Napoli, che però ha sbagliato le date, traslandole – chissà perché – di tre giorni in avanti), i voli cancellati sono 2.014, con una media di 49,12 al giorno. Quindi le informazioni di Ryanair sono corrette.
Per nostra fortuna Ryanair usa un solo tipo di velivolo (fonte), il Boeing 737-800, che dispone di 189 posti (fonte). Ne consegue che – al massimo – i passeggeri che resteranno a terra sono 2.014*189 = 380.646.

Conclusione: l’approssimazione di 400.000 è un po’ eccessiva (380.000 è pur sempre un buon numero da presentare ai lettori), sopratutto perché – dal momento che le cancellazioni di voli, specie se di massa, sono una notizia molto negativa per gli utenti, 380.000 avrebbe avuto un impatto leggermente meno nefasto. Resta il fatto che Ryanair non parla mai del numero di passeggeri che resteranno a terra, questa è piuttosto è una deduzione giornalistica (e, visti gli svarioni a cui siamo abituati, questa volta non sono andati nemmeno troppo lontani, sbagliando “solo” del 5,3%).

Ciò detto, questo non è un post a favore di Ryanair (compagnia con cui ho smesso di volare da anni perché da me e da mia moglie ritenuta insoddisfacente); questo è un post a favore della correttezza dei numeri in ambito giornalistico. E se il numero da dare è 380.646 si scrive “circa” 380.000 o “poco più di” 380.000, non 400.000.

Come riformerei la lingua toscana: a

Sulla vocale “a” c’è poco da dire.

La sua lunghezza può essere diversa (anche all’interno della stessa parola), ma in Toscano la quantità non è un elemento distintivo, pertanto la cosa non ha implicazioni a livello grafico. Non così in altre lingue come il Neerlandese, ma sopratutto l’Ungherese, il Finlandese e l’Estone* (e – con la probabile sorpresa dei più – il dialetto Romanesco**).

Dal punto di vista dell’accentazione “a” può essere solo aperta, dunque “à” è l’unica grafia possibile. Sono favorevole alla regola per cui si accentano solo le vocali a fine parola, ma introdurrei l’obbligatorietà di accentazione per i vocaboli omografi nel caso di omografia legata ad accento su vocali diverse, per esempio àncora/ancóra, àrbitri/arbìtri, àmbito/ambìto, … Per i vocaboli in cui l’omografia è dovuta all’apertura o chiusura di una medesima vocale (caso di “e” e “o”) farò un discorso a parte quando tratterò l’argomento nello specifico.

_____
* in Estone la lunghezza delle vocali è addirittura tripla; per esempio, per quanto riguarda la “a”, questa può essere breve, lunga o molto lunga

** un esempio tipico è la differenza tra /toddetto/ (t’ho detto) e /to:ddetto/ (te l’ho detto)

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