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Ieri sera RAI4 ha trasmesso il film horror We Are What We Are. A distanza di meno di un giorno ho dato un’occhiata alle varie recensioni presenti in Rete, sorprendendomi non poco per aver trovato – contro ogni attesa – giudizi prevalentemente positivi.

Ritengo che sia già fuori luogo parlare di genere horror, ma al di là di ciò il lavoro in questione mi è parso molto debole e deludente. Gli elementi di sorpresa e tensione sono quasi del tutto assenti, lo svolgimento è lento, quasi statico, spesso noioso, i personaggi mal caratterizzati, i dialoghi insufficienti. L’associazione tra cannibalismo ed estremismo religioso risulta inadeguata e il finale è talmente illogico da risultare ridicolo.

Sjælland (Selandia) = Djævleøen (Isola del Diavolo)

La Danimarca è un Paese piccolo. Piccolo come estensione (meno del doppio della Lombardia) e piccolo come numero di abitanti (poco più della metà di quelli della Lombardia). La Danimarca, inoltre, è un Paese piatto, del tutto privo di rilievi.

Visitandola come turisti è abbastanza naturale percepirla come un territorio omogeneo, sia in termini paesaggistici che – ancor più – da un punto di vista socio-linguistico.
In realtà ci sono Danesi e Danesi e le varie aree sono soggette a una certa stereotipazione.

Ci sono i Danesi dello Jutland, della Fionia, della Selandia, di Bornholm e delle isole meridionali come Falster e Lolland. Se gli abitanti di Bornholm sono prevedibilmente considerati Svedesi e se quelli di Falster e Lolland sono quasi unanimemente ignorati, è tra lo Jutland e la Selandia che si scatenano le maggiori rivalità. I Danesi della capitale considerano gli abitanti dello Jutland come contadinotti, provinciali, taciturni, poco raffinati, lenti di comprendonio; per contro chi vive sulla penisola dello Jutland vede gli abitanti della Selandia come gente inutilmente sofisticata, sempre di fretta e dotata di un’inutile parlantina. Ma al di là di ciò nello Jutland tutti hanno un nome specifico per indicare la Selandia: djævleøen, ovvero “isola del diavolo”.

L’origine di questo nomignolo è molto dibattuta, ma tuttora incerta.

Alvis Hermanis, il regista lettone della Madama Butterfly che va in scena questa sera alla Scala

Alla prima della Scala di questa sera ci sarà anche un significativo pezzo di Lettonia, per l’occasione rappresentata da Alvis Hermanis, che della Madama Butterfly è appunto il regista.

Archetipo contabile

Locuzione usata in modo sistematico da un mio cliente extrapadano al posto di “artificio contabile”.

Spesce

Secondo mia figlia uno spesce è un pesce che si sgonfia come un palloncino.

Al referendum hai votato sì o no?, una domanda doppiamente fallace

Cosa c’è di più innocuo di una domanda come quella posta nel titolo? In apparenza nulla, eppure essa contiene ben due errori logici. Il primo è detto fallacia della “domanda multipla (o complessa)”: si presuppone, infatti, che il soggetto abbia votato (laddove avrebbe potuto astenersi). Il secondo è detto fallacia della “falsa dicotomia”, perché esclude due delle quattro scelte possibili: scheda bianca e scheda nulla.

Det syvende barn

“Il Settimo Bambino” del giornalista danese Erik Valeur (2001, titolo originale “Det syvende barn”, traduzione di Eva Kampmann) è il primo romanzo giallo scandinavo che non sono riuscito a portare fino al termine. Delle 800 pagine di cui si compone ne ho lette, con enorme sforzo, solo 160. Poi mi sono arreso alla noia. E pensare che nel 2012 con questo lavoro Erik Valeur ha addirittura vinto il premio letterario Glasnyckeln, lo stesso che in in precedenza ha consacrato autori come Henning MankellPeter HøegKarin Fossum e Jo Nesbø.

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