Darius e Ramunė (2); come mia suocera

Qui in Lombardia conosciamo molte coppie miste in cui la parte femminile è rappresentata da una Lituana, ma ci capita assai raramente di frequentare coppie lituane di Lituania (sia qui, sia quando siamo in loco). Darius e Ramunė sono stati un esempio del secondo tipo.
Durante la loro permanenza è sorta in me la curiosità di verificare come si sarebbero comportati a casa nostra, sopratutto in relazione al “benchmark” lituosuocera e lituocognato.

Alla fine, nonostante le pur apprezzabili differenze, sono emersi sopratutto i tratti comuni. Lo stare a tavola è stato il banco di prova principale. Anche loro, per esempio, si sono dimostrati del tutto privi della consapevolezza di quale debba essere la posizione del bicchiere; per loro non va a “nord” del piatto, ma a destra o a sinistra dello stesso, pericolosamente vicino al bordo tavolo. E poi le posate da portata; tu le metti in tavola e loro le bypassano, non le vedono proprio; osservare questa cosa per me ha ogni volta dell’incredibile. Anche l’uso di coltello e forchetta è stato abbastanza approssimativo; per quanto l’impugnatura fosse corretta, Darius non riusciva a separarsi dal coltello, che – giusto per farvi capire – usava anche per mangiare le penne al pesto; ora, cosa te ne fai del coltello per mangiare le penne? Mistero.
Per fortuna, almeno da parte loro, niente risucchio. Ed è già qualcosa.

Anche i discorsi alimentari si sono rivelati tipicamente lituani. Di fatto hanno parlato solo di carne e degli svariati modi di prepararla. Il dubbio che un consumo eccessivo di carne rossa non sia salutare non sembra sfiorarli nemmeno. Come del resto il consumo davvero abnorme di alcol (di cui ho parlato nel primo post) e il fumo, altra non invidiabile caratteristica del Lituano medio. Ramunė nel corso della sua vita ha fumato talmente tanto che la sua voce è da tempo irrimediabilmente compromessa.

Ma almeno erano simpatici? Premesso che oltre il terzo giorno di permanenza a casa di chiunque anche uno come Gesù Cristo (se esistesse) risulterebbe di troppo, possiamo dire di sì per Darius e di no per Ramunė. Tutto sommato poteva andarci peggio. Darius si è rivelato un bonaccione; anche il fisico ha aiutato in tal senso: una specie di incrocio tra Mark Knopfler, il documentarista David Attenborough e la versione sessantenne del mio vicino di casa cinquantenne. Darius dimostra 60 anni, ma ne ha 49. Ramunė, invece, avrebbe potuto anche restarsene a Vilnius.

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Iran

Lerane.

Fantoccio laudense

Salvo eccezioni rarissime questo blog non si occupa di politica e non lo farà nemmeno in questa occasione.

Descrivo qui di seguito uno schema “classico” cui mi trovo esposto molto di frequente. Fase 1: qualcuno (in questo caso una mia cliente) mi riporta un fatto presentato in modo da suscitare grande sdegno. Fase 2: faccio un giro preliminare su internet (es. Twitter) e la cosa ricompare pari pari ma con un’amplificazione enorme. Fase 3: dopo un approfondimento minimo scopro che la realtà è totalmente diversa.

Il caso in oggetto è quello della mensa di una scuola di Lodi che escluderebbe dalla stessa i bambini extracomunitari. Leggi un paio di articoli seri e scopri che non c’è nessuna esclusione; se i genitori di questi bimbi non presentano adeguata documentazione i loro figli sono esclusi dall’esenzione del pagamento, non certo dalla mensa; basta che paghino (come quasi tutti gli altri) e hanno accesso al servizio, oppure possono non pagare e portarsi il cibo da casa.
Il provvedimento può piacere o non piacere e si può tranquillamente discutere di questo. Ma tirare fuori le solite questioni di razzismo, xenofobia, nazismo, apartheid, ecc. non ha alcun senso; è il solito modo di intorbidire le acque e di distorcere la realtà tipico di molte persone che si definiscono di sinistra; persone che hanno questo imperativo morale di dire agli altri cosa è bene e cosa è male (un vero e proprio complesso di superiorità).
Non è una malattia psichiatrica, ma quasi: è una malattia logica (e si può curare facilmente).

Quasi tutti questi casi rientrano infatti nella fallacia logica nota come “argomento fantoccio“, ed è questo il motivo per cui ne parlo qui.

Che stufita!

Ieri, mentre mia moglie diceva qualcosa, mia figlia se ne è uscita all’improvviso con un “che stufita!”. Non so dove abbia appreso questo lombardismo, ma mi ha positivamente sorpreso; anzi, tenendo conto del dilagare, in asili e scuole, di espressioni XP (dovute alla presenza diffusissima di bambini XP) è già un miracolo che qualche lombardismo sia riuscito a sopravvivere fino ai giorni nostri.

Stufita è una toscanizzazione del milanese “stufida” (pronuncia: stüfida, con una “i” molto lunga, quasi doppia). Si potrebbe tradurre con “che noia”, ma così facendo si perderebbe molto della sfumatura originale.

Aiutrice

Oggi, mentre usciva da scuola, mia figlia è stata chiamata e salutata da una bambina più grande.

Nautilus: hai già amiche così grandi?
figlia: sì, è una bambina di quinta, anzi, è la “mia” bambina di quinta
Nautilus: ho capito, dev’essere la tua tutrice
figlia: non è la mia tutrice, è la mia aiutrice 

Rullo di canguri

Il primo gioco di parole di mia figlia.

Gambidestro

Dicesi di calciatore in grado di tirare la palla indifferentemente con il piede sinistro e con il destro.

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