Voglio fare un giro in betaplano

Che fine hanno fatto gli alfaplani, i betaplani, i gammaplani, i lambdaplani, i tetaplani, gli omegaplani, ecc.? Sembra che l’unica loro traccia sia confinata all’interno della mia fantasia matematica.

Sūrio Kelias

Nel distretto di Švenčionys c’è un piccolo villaggio chiamato Šventa. Piccolo e grande sono sempre concetti relativi, e in Lituania questo sembra valere più che altrove. Šventa non arriva a 200 abitanti, ma rispetto a Misiūnai, che è a un paio di km da lì ed è dove si trova la nostra casetta estiva, è un gigante. Già negli scorsi anni avevamo sentito dire che da quelle parti c’era un posto dove si producevano degli ottimi formaggi, ma non eravamo mai riusciti a localizzarlo, anche perché a Šventa di negozi e attività commerciali non ce ne sono. Quest’anno ci siamo impegnati di più, abbiamo chiesto un po’ in giro, e alla fine il Sūrio Kelias lo abbiamo trovato.

Sūrio Kelias significa “strada del formaggio”. C’è un sito internet (questo) e una pagina Facebook (questa). L’attività, che è totalmente casalinga, è gestita da Monika, dal marito Regimantas e dalla figlia di lei. Siamo entrati nella loro casa e siamo stati accolti da un calore quasi mediterraneo, specie da parte di Monika, che è persona solare e apertissima (non a caso ha subito legato con nostra figlia). Abbiamo acquistato un paio di formaggi (molto buoni, sebbene un po’ cari), abbiamo visitato il loro orto biologico e siamo andati a vedere da vicino l’allevamento di pecore. Poi, come se non bastasse, nostra figlia, all’età di quattro anni e mezzo, si è fatta il suo primo giro a cavallo (Monika è infatti istruttrice di lunga data). Sono quelle cose che non ti aspetti e che sorprendono sempre.

Il Sūrio Kelias sarà presto trasformato in fattoria didattica e non vediamo l’ora di tornarci. Per il momento non possiamo che consigliarlo. Se capitate dalla parti di Švenčionys mettete in conto una sosta. Una volta imboccata la strada per Šventa proseguite dritti per circa 600 metri; quando la strada svolta a destra noterete una casetta gialla sulla sinistra, proprio in corrispondenza della curva. Il Sūrio Kelias è lì.

Mammina mammina, la nonna mi ha un pochino uccisa!

Qualche giorno fa, poco prima che rientrassimo a Milano, mia figlia deve aver fatto qualche dispetto a mia suocera, e così quest’ultima le ha dato uno schiaffetto sulla mano. Mia figlia è corsa dalla mamma esclamando “mammina mammina, la nonna mi ha un pochino uccisa!”. La frase originale, in Lituano, è stata la seguente: mamyte mamyte, močiutė mane truputį užmušė! L’aspetto comico, presente in entrambe le lingue, nasce dalla confusione tra il verbo mušti (picchiare) e il verbo užmušti (uccidere).

Leggete a Antonio Pagliaro. Un’autointervista

Come hai conosciuto Antonio Pagliaro?

Prima del 31 Luglio di lui non sapevo assolutamente nulla, ne ignoravo l’esistenza. Il suo nome è spuntato fuori in modo abbastanza inatteso. È accaduto nel corso della mia indagine sul caso Arno Saar: grazie a una ricerca su Google Libri ero riuscito a scovare una connessione tra uno dei suoi lavori* e la città di Tallinn. E così gli ho scritto. Da lì in avanti siamo rimasti in contatto.

Quali dei suoi romanzi hai letto?

“La Notte del Gatto Nero” del 2012 e “Il Bacio della Bielorussa”** del 2015.

Perché proprio quelli e non altri?

Agli inizi di Settembre Pagliaro me li ha inviati in versione elettronica, e da quelli ho cominciato.

Che idea ti sei fatto?

Li ho letti, o per meglio dire li ho divorati, riuscendo a fatica a staccarmi dalle pagine, ma sopratutto stentando a credere a ciò che avevo per le mani.

In senso positivo immagino.

Sì, ho pensato che se fosse nato a Oslo, anziché a Palermo, oggi Antonio Pagliaro (di professione ricercatore in astrofisica) adombrerebbe una figura come quella di Jo Nesbø. Se fosse nato a Stoccolma farebbe impallidire Henning Mankell.

Perché un paragone tra uno scrittore siciliano e due autori del nord?

Al di là dei saggi scientifici, a cui dedico buona parte del mio tempo, leggo quasi esclusivamente gialli scandinavi, dunque – almeno per ora – quello è per me l’unico paragone possibile.

Cosa ti ha colpito di Pagliaro?

La prima cosa è stato il suo modo di scrivere. Il Pagliaro scrittore ha uno stile essenziale, asciutto, scorrevole, ma realmente capace di inchiodare il lettore al testo. Credo che questo sia il sogno di ogni romanziere. E tutto ciò senza dover mai ricorrere a effetti speciali, cioè a trovate che vadano oltre il limite (come invece tende spesso a fare uno come Nesbø). Stilisticamente parlando, tuttavia, mi ricorda più il danese Jussi Adler-Olsen, uno dei miei giallisti preferiti.

E poi?

Se Pagliaro non è in cima alle classifiche di vendita, cosa che senza dubbio meriterebbe, è perché i suoi lavori non fanno sconti e non accettano compromessi. La realtà che lo scrittore rappresenta è cruda, senza lieto fine e sopratutto senza vie d’uscita. Come se non bastasse, Pagliaro si dissolve, si smaterializza, lasciando il lettore solo con sé stesso e la sua coscienza, senza aiuti, senza istruzioni. L’autore non dà giudizi e non indica alcuna strada. Bene e male si sovrappongono ed è impossibile separarli. Ogni buono ha un lato cattivo, ogni cattivo ha un lato buono.

Credi che questa forma di distacco tra l’autore e le sue opere dovrebbe essere presa a modello anche da altri?

Se restiamo nell’ambito della produzione giallistica e dei noir mi verrebbe da rispondere di sì, ma la verità è che non ne sono sicuro. Quello che posso dire è che, di fronte alle tipiche trame di Pagliaro – che rappresentano ed elaborano temi importanti come la giustizia, la corruzione e il loro intreccio – questo metodo risulta estremamente efficace.

Pagliaro è siciliano, tu lombardo, hai avuto difficoltà con le ambientazioni proposte nei suoi libri?

La stessa difficoltà che avrei nel leggere un romanzo ambientato ad Atene o a Sofia, posti in cui non sono mai stato: nessuna.

E in Sicilia ci sei stato?

Solo una volta, sul finire degli anni ottanta, dalle parti di Tindari.

Ci torneresti?

Ci tornerò, ma non d’estate.

Troppo caldo?

Troppo caldo, e io non sopporto il caldo.

Ami il freddo allora, ecco il perché della tua passione per i gialli scandinavi.

Non sopportare il caldo non significa amare il freddo. Se dico che non mi piace il nero non significa che adoro il bianco o solo il bianco; magari a me piace il blu.

Pagliaro fa un uso abbondante di termini dialettali, non sempre facili da comprendere.

E per fortuna! Trovo che la cosa sia del tutto funzionale alla narrazione, che ne guadagna in spessore, credibilità e potenza; senza dubbio questo è uno dei suoi punti forti.

Se fossi in possesso delle doti narrative di Pagliaro che cosa faresti?

Mi cercherei un autore, magari Pagliaro stesso. Saper scrivere è importante, ma senza una buona idea di base, una storia e una trama forti, servirebbe a poco.

Quali differenze hai riscontrato tra “La Notte del Gatto Nero” e “Il Bacio della Bielorussa”?

Il primo in un certo senso mi pare un lavoro a sé stante. Dei due è certamente il romanzo più duro, ma allo stesso tempo dotato di una specie di potere terapeutico intrinseco. Uno di quei libri che andrebbero fatti conoscere ai ragazzi, possibilmente al di fuori dei noiosi e antiquati programmi scolastici. Il secondo, invece, è un testo più classico e più aperto, e spero tanto abbia un seguito. Ha un contenuto talmente ricco che uno scrittore medio potrebbe riassemblare alcune parti e ricavarci una mezza dozzina di romanzi.

Torniamo per un attimo ad Arno SaarPagliaro ha avuto un ruolo nella tua ricerca?

Ha avuto un ruolo, ma non è questa la sede adatta per parlarne.

Hai mai pensato di intervistarlo?

Ci ho pensato una volta e ho accantonato l’idea.

Per quale ragione?

Se volessi sapere qualche cosa gli scriverei, credo non avrebbe problemi a rispondermi. Un’intervista somiglia a un interrogatorio, e non ce n’è bisogno.

Supponiamo invece che tu abbia il compito di intervistarlo per conto di altri; quale domanda vorresti porgli?

Preferisco dirti quale domanda non gli farei: non gli chiederei mai se la sua formazione scientifica – cioè il fatto di essere un fisico – possa aver influenzato la sua produzione narrativa.

Accidenti, questo è proprio il tipo di domanda che vorrei fargli io.

Infatti tu sei un giornalista, io no.

Cosa c’è di sbagliato in una domanda del genere?

Semplicemente è una domanda prevedibile, come prevedibile sarebbe la risposta. Se chiamiamo A l’evento “Pagliaro è un fisico” e B l’evento “Pagliaro è uno scrittore” non è detto che A e B siano legati tra loro da una relazione di causa ed effetto.

Ma una relazione ci deve pur essere!

Certo che c’è, e ragionevolmente è una relazione di correlazione, più che di causalità.

Non credo di aver capito: correlazione e causalità non sono sinonimi?

Per nulla. La causalità implica correlazione, ma il viceversa non è necessariamente vero.

Continuo a non capire, fammi un esempio.

Un classico del genere è il seguente: se io affermassi che andare a letto vestiti (evento A) causa il mal di testa (evento B) direi un’idiozia. Se ti addormenti vestito è improbabile che la mattina dopo tu abbia il mal di testa. Quello che succede è che esiste una terza variabile nascosta (l’evento C) che è causa sia di A che di B. In questo esempio l’evento C è l’essersi ubriacati: vale a dire ciò che ti porta sia ad addormentarti vestito che a risvegliarti con il mal di testa. Dato che anch’io, come Pagliaro, ho una formazione scientifica (nel mio caso ingegneristica, ma molto spostata verso la matematica e la fisica) suppongo che tanto la carriera di ricercatore quanto quella letteraria molto più probabilmente, anzi, quasi certamente, siano influenzate da una qualche esigenza che si colloca nelle fasi più a monte della vita dell’autore: nell’adolescenza o forse ancora prima.

Una capacità narrativa come quella di Pagliaro è innata o frutto di grande impegno?

Questa è una domanda che andrebbe posta all’autore. In ogni caso io penso che non vi sia nulla di innato. Saper scrivere a certi livelli non può che essere il frutto di studio, rigore e disciplina. Quello che probabilmente distingue uno scrittore da un altro è il livello di consapevolezza di tale apprendimento. Non ci si sveglia una mattina sapendo suonare la chitarra come Steve Vai o Randy Rhoads. Allo stesso modo non ci si improvvisa Antonio Pagliaro da un giorno con l’altro. Prendi un romanzo come “Il Bacio della Bielorussa”, è ambientato in tre Stati diversi (Paesi Bassi, Sicilia, Lussemburgo), ha un numero molto elevato di personaggi, alcuni anche con nomi non semplici, il protagonista non è lo stesso nelle varie parti del libro, e vi sono molte espressioni dialettali. Eppure il lavoro è godibilissimo e si legge senza difficoltà. Se si arriva a questo punto è perché, a mio parere, dietro c’è un lavoro enorme. Un’altra delle caratteristiche di Pagliaro è che il livello qualitativo rimane sorprendentemente costante lungo tutta la narrazione, e anche questo non può essere ottenuto per puro caso o senza sforzo.

Mi permetto una correzione: la Sicilia è una regione, non uno Stato.

Io sono un indipendentista e ragiono da indipendentista: per me Sicilia, Lombardia, Veneto, Catalogna, Scozia, ecc. sono Stati.

Come non detto, meglio andare avanti. Quale pensi sia il maggior pregio dei lavori di Pagliaro?

Avere la capacità di scuoterti, svegliarti dal torpore dell’informazione standardizzata ed edulcorata dei TG1 e dei TG5, indurti a riflettere. E dunque, in definitiva, spingerti a essere una persona migliore e più consapevole.

Quanto c’è di vero, secondo te, nelle trame di quei romanzi?

Non so dire quanto quelle situazioni siano vere, cioè vere nel senso di realmente accadute, di certo sono verosimili, e questo è un altro dei tanti punti di forza di quei lavori.

Cosa ne pensi di certe scene di violenza descritte con abbondanza di particolari?

Non sono d’accordo sull’abbondanza dei particolari. Nei due romanzi che fin qui ho letto ho incontrato la rappresentazione di due tipi di violenza. Il primo è il livello base, quello – per capirci – delle scene di tortura dei mafiosi contro altri mafiosi, ma anche dei carcerieri e della polizia contro i detenuti. Quando prima – accostando Pagliaro a Nesbø – parlavo di assenza di effetti speciali mi riferivo proprio a questo aspetto. Questi esempi di descrizione non stupiscono né impressionano perché, per quanto esecrabili, sono nella quotidianità dei fatti e delle cose, sono – in un certo senso – cronaca. Non è la violenza improbabile o poco probabile descritta in film dell’orrore come Saw: questa è violenza vera. A questo primo livello la violenza è quella di individui contro altri individui. Poi c’è una violenza di secondo livello, più nascosta, più lontana, ma ben più orribile. È quella di un sistema contro l’individuo.

Ti riferisci alla politica?

Di certo alla politica, ma – ed è ancora peggio – sopratutto alla giustizia. Questo per quanto riguarda Pagliaro, ma certe considerazioni, almeno per quel che mi riguarda, potrebbero essere estese all’economia e alla religione.

Quando ti sei appassionato ai temi della giustizia?

Quando sei giovane sono cose a cui non dài peso, anni luce lontane dalle tue preoccupazioni giornaliere, poi – è inevitabile – viene un momento in cui non puoi fare a meno di pensare a cose del tipo: spero in vita mia di non aver mai a che fare con la giustizia italiana. Sopratutto se si è innocenti. Non mi sono mai realmente appassionato a questo tema, solo fa parte delle riflessioni che un uomo adulto non può non fare.

Cose ne pensi della situazione carceraria italiana?

Con gli anni ho maturato una posizione che in gioventù avrei ritenuto impensabile. Sono contrario al carcere. Il carcere è una scatola sociale che funziona come un depuratore al contrario: esci sempre peggio di come sei entrato. In Norvegia si stanno sperimentando forme di detenzione alternativa, dove esistono strutture in cui le guardie vivono a stretto contatto con i detenuti e non sono nemmeno armate. Questo è certamente meglio di nulla. Ma è uno scrittore danese che, molti anni fa, ha fatto maturare in me questa contrarietà al carcere. A colpirmi è stato un passo contenuto nel libro “Il Senso di Smilla per la Neve” di Peter Høeg, quando la protagonista Smilla Jaspersen afferma che per un Groenlandese l’idea di essere chiuso in una prigione non è nemmeno concepibile.

In chiusura, cosa augureresti all’autore?

Di trovare un regista che creda in lui e osi proporre una trasposizione dei suoi lavori.

E se il regista fossi tu?

Quasi sempre le trasposizioni cinematografiche o deludono in parte o deludono in toto. Non colgono lo spirito dell’autore, non sanno rendere le atmosfere, omettono particolari importanti, ne alterano altri, ne creano addirittura di inesistenti, non sono fedeli alle descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi, devono piegarsi a logiche editoriali, di produzione, ecc. Quindi se io fossi quel regista prima di tutto affiderei allo scrittore l’incarico della supervisione. Poi prenderei un testo come “La Notte del Gatto Nero”, cercherei di dare risalto alle parti più dure e disturbanti, e da ultimo lo porterei nelle scuole.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Quello che ho scritto nella prima parte del titolo di questo post.

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* si tratta di un breve passo contenuto nel romanzo d’esordio “Il Sangue degli Altri” (2007, Sironi Editore)

** usciti entrambi per Guanda

Esami del sangue a Vilnius

Già che eravamo a Vilnius per sbrigare alcune faccende, un paio di mercoledì fa mia moglie, mia figlia e io abbiamo deciso di fare gli esami del sangue a scopo preventivo. Alle 8:00 del mattino ci siamo recati in ospedale senza alcun preavviso. Ci siamo diretti al reparto competente, abbiamo preso il numerino e atteso il nostro turno, che è arrivato dopo circa tre minuti. La dottoressa, compresa la nostra esigenza, ci ha presentato un foglio con elencati tutti i possibili parametri analizzabili e ci ha fatto scegliere, offrendo il suo supporto medico. Ciò fatto abbiamo pagato circa 62 euro, con carta di credito, e ci siamo infilati nella stanza dei prelievi. Siamo poi passati in amministrazione per il ritiro della fattura e verso le 11:00, quando già eravamo comodamente a casa, abbiamo ricevuto in mail due file PDF con tutti i risultati.

La Lituania è un Paese da fantascienza? Non è invece un Paese semplicemente normale?

Autointervista. Come ho scoperto chi è Arno Saar

Cominciamo dalla fine del post. Hai scritto che la tua ricerca si è conclusa dopo 94 giorni, ma tra il 2 Settembre e il 24 Giugno i giorni sono un po’ di meno.

Ho iniziato a lavorare a questo “caso” sin da subito, da quando ne ho letto in internet, dunque dal 1 Giugno. All’inizio non avevo nulla di preparato in forma scritta, poi il materiale è cresciuto a dismisura e non potevo più basarmi solo sul contenuto delle mail e su alcuni appunti “mentali”, così trasformare tutto in un post dinamico è divenuta una conseguente e logica necessità. Ecco perché il post è datato 24 Giugno; ma prima di quello ne avevo scritto uno minimale (questo), che è appunto del 1 Giugno.

Come sei venuto a conoscenza del romanzo “Il Treno per Tallinn”?

Come ho detto, dalla Rete. Questo blog parla di Lituania e di Baltico in generale. Quando vivo qui in Lituania, nella stagione estiva, molto di quello che scrivo è il frutto delle mie esperienze dirette. Nel resto dell’anno, invece, quando sono a Milano, mi baso sulle informazioni tratte da internet. Ho un sistema di avvisi automatici – i Google Alert – che ogni giorno, tramite decine o talvolta centinaia di brevi messaggi, mi tengono informato su quel che accade a Vilnius, Riga, Tallinn e in molte delle altre città del Baltico.

Che cosa ti ha attratto fino al punto di voler intraprendere il percorso di quella che molte delle persone con cui sei entrato in contatto hanno definito una vera e propria indagine?

Il mio amore profondo per l’Estonia. Sapere che uno scrittore padano o italiano (allora non potevo ancora saperlo) avesse usato uno pseudonimo estone e avesse addirittura ambientato un suo romanzo in Estonia ha suscitato in me una grande emozione. Per descrivere questo concetto – semplice per chi ha conosciuto il “mal d’Estonia”, ma molto più difficile da comprendere per tutti gli altri – userò le parole che mi ha scritto Bruno Osimo: «ho visto il libro al supermarket mesi fa e, emozionato perché era estone, l’ho fotografato e ho mandato la foto a Peeter [Torop], pensando che lui conoscesse l’autore».

A proposito, perché a un certo punto hai scritto che, più probabilmente, l’autore era padano e non italiano?

Per semplici questioni logistiche. Nell’intervista anonima l’autore ha fatto sapere di passare lunghi periodi in Estonia. Tallinn si può certamente raggiungere in modo diretto da Roma, ma chi vive nell’area padana ha più possibilità e più aeroporti a disposizione. Inoltre il bacino potenziale, in termini di popolazione, è nettamente più ampio. Quindi la mia è stata una semplice deduzione logica, anzi, più correttamente è stata una considerazione probabilistica.

Come è entrata l’Estonia nella tua vita?

La prima volta che si è creato un collegamento tra me e l’Estonia è stato ai tempi del liceo, nella seconda metà degli anni ottanta, altro secolo, altra epoca, sopratutto per chi in Estonia ci viveva; quello è stato per me un periodo estremamente fecondo. Già allora ero un appassionato di musica. Un amico di quei tempi, Rodolfo Guglielmetti, mi ha parlato di Arvo Pärt. Sono stati anni straordinari, proprio perché ascoltavamo e ci interessavamo di tutto, dai Metallica a Stockhausen.

E la prima volta che in Estonia ci sei stato davvero?

È successo molto più tardi, più di una dozzina di anni dopo, nel Settembre del 2000.

Come hai deciso un viaggio proprio in Estonia?

Direi abbastanza per caso. L’anno precedente ero stato a Helsinki, Turku e Tampere e, dopo quell’esperienza, io e l’amico Mauro, che mi aveva accompagnato nel sud della Finlandia, avevamo pensato di fare le cose in grande: andare a San Pietroburgo. Ma è stato meno semplice del previsto. C’era la storia del visto, ma sopratutto il fatto che non avremmo potuto organizzare le cose a modo nostro, cioè comprare semplicemente il volo e, una volta in loco, sceglierci un albergo dove stare. Serviva la mediazione di un’agenzia di viaggi, serviva sceglierci l’hotel sin dalla partenza e altre amenità del genere. Alla fine abbiamo rinunciato e “ripiegato” nuovamente su Helsinki, per poi fare una gita “fuori porta” a Tallinn, che è proseguita per Haapsalu, Tartu e giù fino a Sigulda e Riga, e poi di nuovo su fino a Narva e quindi ancora Tallinn e Helsinki. Credo sia stata una delle rinunce più dolci di tutta la mia vita.

Dolce perché c’è di mezzo una donna?

C’era. Ed era una ragazza, non una donna. È infatti un’esperienza del passato ed è una cosa personale, che non ha più nulla a che fare con la mia vita di oggi.

Cosa hai provato quando hai scoperto chi è veramente Arno Saar?

Le sensazioni sono state tre. Ero appena rientrato qui nella nostra casa di campagna non distante da Švenčionys, dopo un paio di giorni passati giù a Vilnius per sbrigare alcune cose; ho acceso il portatile per leggere le numerose mail di lavoro che si erano accumulate nelle due ore di viaggio in auto, e una decina di minuti più tardi è arrivato il messaggio che ha posto fine a questa mia ricerca durata oltre tre mesi. L’emozione è stata forte, tanto intensa che sono dovuto uscire in giardino, e lì sono rimasto per qualche minuto a contemplare la bellezza del blu del cielo baltico, quel blu che chi non è mai stato da queste parti non può capire. Poi è arrivato qualcosa di segno opposto, la malinconia che si prova quando qualcosa di bello finisce. E infine una strana sensazione, il dubbio che l’aver svelato l’identità di Arno Saar fosse un qualcosa di non etico, e di scorretto nei confronti dell’autore. Però alla fine è una specie di gioco: c’è chi costruisce enigmi e chi li svela.

Si potrebbe dire che il tuo, a suo modo, è stato una specie di romanzo vissuto dall’interno, cioè dalla parte del protagonista che risolve un’indagine.

Sì, ho avuto sovente l’impressione di essere io stesso uno dei protagonisti dei molti gialli scandinavi letti in questi anni. Solo che le indagini e le ricerche reali sono molto meno lineari di quanto viene poi trasposto nella finzione di un romanzo. Nel mio caso, tra l’altro, di lineare non c’è stato praticamente nulla, piuttosto mi sono trovato in un contesto quasi sempre nebuloso e caotico.

Perché la scelta di non leggere il libro sino alla conclusione del caso?

Non è stata una scelta. Ero convinto di poter acquistare il libro all’inizio di Luglio all’aeroporto di Orio al Serio, in modo da iniziare la lettura durante il volo per Vilnius, tuttavia – con non poca sorpresa – ho scoperto che presso la libreria dello scalo bergamasco il catalogo Mondadori era scarsissimamente rappresentato. Il fatto di aver letto il libro solo dopo è perché una delle mie fonti me lo ha inviato via mail in formato elettronico solo a caso chiuso. Dunque nulla è stato premeditato. Ma credo che questa circostanza mi sia stata più di aiuto che di intralcio.

Cosa intendi dire?

Alcuni amici mi hanno suggerito di partire da un’analisi stilistica del testo. È stato il primo consiglio che ho ricevuto e anche il primo a cui non ho dato ascolto. Nel mio caso, forse (e sottolineo forse), avrebbe potuto funzionare per individuare un libro scritto sotto pseudonimo da Jo Nesbø, Karin Fossum, Anne Holt o Åsa Larsson, ma non certo per Arno Saar. Per un’analisi stilistica è necessaria una conoscenza approfondita degli autori e io posso dire di averla solo per alcuni scrittori scandinavi, in particolare norvegesi. Ma anche se avessi letto tutti i libri scritti dal creatore di Arno Saar non credo mi sarebbe servito a molto, perché penso di poter dire che, in un certo senso, Arno Saar sta a Hyde come il suo creatore sta a Jekyll, che in questo caso non è dottore, ma professore.

Se non hai fatto affidamento all’analisi stilistica come hai proceduto invece?

Mi sono comportato come per la dimostrazione di un teorema. Ho raccolto fatti e costruito relazioni. Le ho assemblate, smontate, riassemblate, provate e riprovate sino alla soluzione finale. Tecnicamente ho operato in parallelo seguendo due modalità: quella qualitativa (la costruzione paziente di legami ben ponderati e precisi) e quella quantitativa (la ricerca “bruta” di associazioni tra lo scrittore X e l’Estonia, Tallinn, Tartu e Narva). Mi sono state utili entrambe.

Quanto del lavoro di ricerca che hai fatto è finito nel post?

Direi meno, anzi, molto meno del 10%. Avendo un lavoro normale ho fatto quasi tutto di notte, ma diciamo che il fatto di occuparmi di analisi matematica e statistica mi ha un pochino avvantaggiato, sopratutto dal punto di vista del “metodo” da seguire.

Alla fine, cosa è più facile: la dimostrazione di un teorema o scoprire chi si nasconde dietro uno pseudonimo?

Senza alcun dubbio la seconda. In queste indagini sai già che la soluzione c’è e si può sempre trovare, al limite è una questione di tempo e mezzi. In matematica, invece, ci sono temi ben più profondi, come le questioni di incompletezza e indecidibilità introdotte da Gödel e da lui dimostrate nei suoi due famosi teoremi del 1931.

Non credo di averne mai sentito parlare.

Sei un giornalista, non un matematico. Immagino non sapresti nemmeno dirmi chi era Cliff Burton.

In effetti no, chi era?

Il bassista dei Metallica dei primi tre fondamentali “Kill ‘Em All”, “Ride The Lightning” e “Master Of Puppets”. Se a scuola si parlasse un po’ più dei Metallica e un po’ meno di Mazzini vivremmo in un mondo migliore. Ma andiamo pure avanti.

No, qualcosa non mi convince. Perché hai parlato di Cliff Burton?

Quando ero al liceo la morte di Cliff Burton è stata una delle notizie più sconvolgenti che potessi ricevere. Cliff è morto in Svezia, il 27 Settembre 1986, a seguito di un incidente del tour bus del gruppo, sulle cui dinamiche permangono ancora forti dubbi. Per una imprevedibile coincidenza, quasi esattamente otto anni più tardi, tra il 27 e il 28 Settembre 1994, la piccola Estonia ha subito la sua peggior tragedia non collegabile a eventi bellici. Anche in quel caso le dinamiche non sono mai state chiarite e anche in quel caso c’è di mezzo la Svezia. Solo che i morti sono stati un po’ di più. “Il Treno per Tallinn” ha sopratutto il merito di parlare di questo evento.

Ricordi qualcosa di quel giorno?

Ricordo ancora molto bene la drammaticità della notizia al telegiornale delle 13:00, ma anche la velocità con cui la cosa è stata dimenticata. Se oggi l’Estonia alle nostre latitudini è quasi sconosciuta, all’epoca lo era ancora di più.

Torniamo ai nostri giorni. Come descriveresti questa esperienza di ricerca e cosa ti ha lasciato?

Un viaggio. Nel corso del quale ho fatto molti incontri interessanti. Virtuali, ovviamente: scambi di mail, alcuni dei quali sono proseguiti e proseguono tutt’ora. Ma di fatto ho avuto la possibilità, e il privilegio, di poter dialogare con persone di grande importanza e rilievo, una cosa che non mi sarei immaginato di poter fare.

E come si sono dimostrate queste grandi personalità?

Come ho scritto nel post, maggiore era il loro prestigio e maggiore l’umiltà. Una cosa che non mi aspettavo.

Hai notato grandi differenze tra i tuoi contatti estoni e quelli non estoni?

Direi di no. Il fronte estone mi ha permesso di scoprire il nome della casa editrice di Tallinn che pubblicherà il libro a Dicembre e anche il nome della traduttrice che in questi giorni si sta occupando dell’adattamento linguistico. Allo stesso tempo, alla fine, entrambe le informazioni si sono rivelate del tutto inutili alla risoluzione del caso.

C’è qualcuno che ti ha deluso?

Più o meno quasi tutti i giornalisti con cui ho avuto a che fare, con qualche lodevole eccezione, ovviamente, per esempio Rosalba Castelletti. Ma si sa che il mio rapporto con i giornalisti, per usare un eufemismo, è pessimo.

Ce ne vuoi parlare?

Ho già detto buona parte di quel che c’era da dire in questa Autointervista sulla Brexit e, se non ti dispiace, non ho alcuna voglia di tornare sull’argomento.

D’accordo. Quali sono stati, invece, i momenti di soddisfazione personale?

Sono entrambi slegati dalla soluzione del caso. Il primo è stato la possibilità di avere uno scambio di mail con Felice Vinci, autore di un testo – Omero nel Baltico – che invito tutti a leggere. Il secondo, strettamente collegato al precedente, è stato l’incontro virtuale con Alberto Majrani. La sua elegante soluzione della questione omerica, dopo circa tre millenni, merita qualcosa di più che un semplice ebook; pertanto farò di tutto per aiutarlo a pubblicare la seconda edizione del suo lavoro in Lituania e in Estonia.

Visti i tuoi contatti con la Tänapäev non dovrebbe essere un’impresa impossibile.

Vedremo. Tauno Vahter, che di quella casa editrice è al vertice, non ha preso molto bene il mio approccio con loro.

Che sarebbe?

L’aver mandato una o più mail a quasi tutti coloro che avevano un’indirizzo pubblicato sul loro sito.

Hai qualche aneddoto da raccontarci che è emerso durante le fasi preparatorie?

Uno scrittore davvero molto noto e famoso mi ha fatto la seguente proposta: se vuoi per un po’ possiamo dire che Arno Saar sono io, posso reggerti il gioco. Poi ci sono stati quelli, nemmeno pochi, che hanno addirittura pensato che dietro lo pseudonimo ci fossi io.

Perché non hai accettato?

Per due motivi: da un lato sentivo di essere già abbastanza vicino alla soluzione, dall’altro – sopratutto – mi pareva che così facendo avrei potuto rovinare la reputazione di quell’autore.

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di non farcela?

No. Come ho detto prima, qui non eravamo di fronte a questioni di fondo come le problematiche legate ai teoremi di Gödel, quindi era solo una questione di tempo.

Restando in tema, pensavi avresti potuto impiegare più tempo prima di scrivere la parola fine a tutto ciò?

Al contrario: ho più volte sperato di mettercene la metà.

Nel tuo post hai scritto che sono stati in molti a interessarti al caso e a offrirti supporto. È stato così?

Quello che ho scritto è realmente quello che mi hanno raccontato, ma a continuare i contatti sono stati in pochi e ad aiutarmi ancora meno.

Per quale motivo secondo te?

Promettere e non mantenere è una caratteristica della natura umana, anche di quella estone, che dietro la schermatura di un indirizzo mail è molto meno virtuosa di quel che vorrebbe far credere in un contesto pubblico; in secondo luogo immagino che la mia figura di indipendentista lombardo non abbia suscitato grandi simpatie.

Per curiosità qual è la percentuale di coloro che hanno ricevuto una tua mail e che poi non hanno risposto?

A occhio direi un valore compreso tra il 40% e il 45%. Certamente qualcuno ha volutamente ignorato il mio messaggio, ma in altri casi è possibile che i destinatari non lo abbiano letto pur avendolo ricevuto. Mi spiego meglio: molti di noi hanno vecchi indirizzi mail, tecnicamente ancora attivi, ma che di fatto non consultano più; chi di noi ha un account gmail.com, per esempio, quasi certamente ha almeno un paio di altri indirizzi che non utilizza più da diversi anni.

Quanto è frustrante attendere una risposta che non arriva mai?

Certamente molto, ma ci sono stati anche casi sorprendenti, come ad esempio quello di Ülle Toode, presidente dell’Associazione Italia Estonia e del Centro Studi sull’Estonia e il Baltico, che mi ha risposto dopo quasi due mesi, tuttavia motivando le ragioni del suo ritardo e scusandosi in modo molto carino. In ogni caso va da sé che nelle attività di ricerca – l’ambito scientifico in tal senso è esemplare – si raccoglie sempre molto meno rispetto a quanto si semina. Quindi, anche le mancate risposte sono state messe in preventivo, perché appunto fanno parte del gioco. Ma, in fondo, a me non è andata nemmeno male, viste le percentuali sopra.

Hai adottato qualche stratagemma particolare nell’invio dei messaggi?

Ho deciso di utilizzare quasi sempre la lingua inglese, personalizzando i testi laddove necessario. Nei messaggi indirizzati alle personalità estoni, poi, ho sempre fatto ricorso a qualche parola della loro lingua, in particolare per i saluti di apertura e di chiusura, una cosa che a loro fa molto piacere. Inoltre, salvo dimenticanze, in firma ho sempre indicato il mio sito personale, la cui consultazione poteva essere parzialmente controllata dal visualizzatore delle statistiche degli accessi.

Vuoi dire che non hai usato Facebook?

Esatto, non è uno strumento che uso perché non mi piace. Ho un profilo Facebook giusto perché me lo ha creato mia moglie una decina di anni fa o giù di lì. Praticamente non l’ho mai utilizzato.

C’è qualcuno che ti senti di ringraziare e che ti ha aiutato veramente?

Il mio “socio” virtuale, lui sa chi è.

Prima di imbatterti ne “Il Treno per Tallinn” avevi mai sentito parlare del suo autore?

Confesso di no, e naturalmente è per mia ignoranza.

Dopo questa esperienza hai mai pensato di incontrarlo di persona?

Certamente sì, anzi, mi sto adoperando proprio perché ciò avvenga.

Quali romanzi di Simenon hai letto?

Assolutamente nessuno, lo giuro.

A giudicare da quel che si legge in Rete e sulla stampa, compresa quella estone, sembra che siano stati in molti a cimentarsi nell’impresa di risalire all’identità di Arno Saar. Perché tu ci sei riuscito e altri no?

Direi per due ragioni. La prima è il fatto che io non sono uno scrittore e non ho nulla a che fare con il mondo dell’editoria; sono un “esterno”, uno che non è del mestiere, ma proprio per questo ho avuto la possibilità di vedere le cose da una prospettiva diversa, più ampia e non distorta. Non voglio peccare di presunzione, ma – fatte le debite proporzioni, ovviamente al ribasso – è la stessa dinamica che ha portato Felice Vinci e Alberto Majrani a fare quello che hanno fatto. La seconda è il fatto di aver adottato una strategia che potremmo semplicemente chiamare metodo scientifico.

E i vantaggi del metodo scientifico in cosa ti hanno aiutato esattamente?

Sopratutto a stare coi piedi per terra e a non saltare mai a conclusioni affrettate. Il primo sospetto che Arno Saar fosse chi ho poi scoperto essere risale al 18 Giugno, tuttavia per poter chiudere il cerchio ho atteso fino al 2 Settembre, oltre due mesi e mezzo in più. Questo perché chi segue il “metodo” non si affida alla verità, ma – contrariamente a quel che troppi ancora pensano – si affida al dubbio. Stare coi piedi per terra significa inoltre evitare di commettere quel tipo di errore che la psicologia cognitiva chiama “bias di conferma” che, in termini semplici, possiamo spiegare come la tendenza ad adattare i fatti alla teoria anziché il viceversa.

Sia nel tuo post che in questa intervista non c’è scritto da nessuna parte Arno Saar è X, anche se ovviamente si capisce la vera identità dello scrittore. Qual è la ragione di questa scelta?

Semplicemente una questione di cortesia e di rispetto tra gentiluomini. E, se vogliamo, anche una forma di ammirazione.

Hai qualche rimpianto?

Non so se rimpianto è la definizione giusta, ma se avessi avuto più tempo a disposizione avrei voluto vivere il piacere di contattare Jutta Rabe, di cui tra l’altro Arno Saar parla nel libro.

E questa Jutta Rabe chi sarebbe?

Una giornalista tedesca, una di quelle persone che il giornalismo lo nobilita e non lo infanga. Una che, certamente, Cliff Burton sa chi era.

Penultima domanda. Ora che il caso Arno Saar è chiuso cosa pensi di fare?

Su questo argomento ho già detto tutto quello che potevo dire. Quello che ho in mente ora ha a che fare con la Lituania: convincere le istituzioni del Paese a riconoscere, prime al mondo, la futura indipendenza della Catalogna. La Lituania ha un favore da restituire. Lo deve, in segno di riconoscenza, al coraggio che nel 1991 le ha dimostrato la piccola e indomita Islanda.

Da ultimo: cosa è giusto che rimanga di questa tua ricerca e del libro di Arno Saar? Cosa è veramente importante?

Che si sia parlato di Estonia. Dell’Estonia del presente, quella che io chiamo la culla del Nuovo Rinascimento. E dell’Estonia del passato, quella di una tragedia che non possiamo dimenticare e la cui verità non possiamo permettere che rimanga sepolta a poche ridicole decine di metri in fondo al Baltico.

Hedgehog watching

Un’altra delle belle esperienze che mi ha riservato la Lituania quest’anno. Quasi per caso mia moglie ha scoperto che nei pressi della nostra casa di campagna vive una famiglia di ricci (la specie locale è l’Erinaceus roumanicus*). Avevamo messo un contenitore con del latte per un gattino malnutrito della zona, ma qualcuno è arrivato prima di lui. Così siamo usciti sotto le stelle con una torcia elettrica e abbiamo visto uno degli esemplari in azione; ci siamo fermati a osservarlo per qualche minuto e siamo persino riusciti a scattare qualche foto con lo smartofono; anzi, lo abbiamo anche accarezzato sul musetto.

In realtà, come abbiamo appreso in seguito, tutto quello che abbiamo fatto è sbagliato. I ricci sono sì ghiotti di latte, ma è bene sapere che questo prodotto è da evitare in quanto può compromettere la loro digestione o addirittura il loro metabolismo. Per attirarli, dunque, meglio usare delle patate, della frutta, della pasta o della carne cotta. Anche il contatto diretto è da sconsigliare; talvolta i ricci possono mordere e dal momento che sono prevalentemente insettivori c’è il rischio di trasmissione di alcune malattie (pertanto è bene usare dei guanti e comunque lavarsi le mani in seguito). In realtà si tratta di animali onnivori, che non disdegnano rane, piccoli mammiferi (topi), uccelli e serpenti di piccola taglia. I nostri, per esempio, sembrano andare pazzi per le lumache: mia figlia e io, abbiamo capito che fine hanno fatto le sette chiocciole che avevamo raccolto il giorno prima.

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* diffusa anche nella parte nordorientale della Padania

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