Perissinotto: sono io Arno Saar; in Padania è impossibile tenere un segreto

In questa intervista a Camilla Tagliabue (giornalista de Il Fatto QuotidianoAlessandro Perissinotto ha svelato (ma lo aveva già fatto prima) di essere il (non più) misterioso Arno Saar. Ha anche aggiunto che lo avrebbe fatto perché “in Italia è impossibile tenere un segreto”.

Errore. In Italia, vedi il caso Elena Ferrante, i segreti si riescono a mantenere benissimo. Caso mai il problema è qui in Padania, dove Perissinotto vive. In effetti qualcosa deve essere andato storto, visto che già a fine Giugno 2016, quando ho iniziato la mia indagine (qui e qui) per scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo estone dello scrittore piemontese, un sito internet (www.unilibro.it) aveva messo online (anche se solo per qualche ora) la curiosa associazione Arno Saar – Alessandro Perissinotto.

Detta così (“in Italia è impossibile tenere un segreto”) sembra che sia colpa degli altri. Invece penso che la colpa questa volta sia di Perissinotto, che forse avrebbe dovuto tutelare meglio il suo anonimato. E si noti che, come promesso allo stesso Perissinotto, io l’associazione esplicita tra lui e Saar non l’ho mai fatta. Né ho trovato in giro giornalisti sufficientemente svegli da dedurla dal mio post, dove – dietro le righe – era tutto molto chiaro.

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La natura dell’esponenziale (un approccio grafico)

Nel linguaggio comune sono in molti a usare il concetto di “crescita esponenziale” per indicare (in modo improprio) una variazione molto forte. Solo che di solito la crescita cui ci si riferisce è semplicemente di tipo polinomiale (a volte addirittura lineare).

Chiunque abbia studiato i rudimenti di analisi matematica sa (o dovrebbe sapere) che la funzione esponenziale ex va all’infinito più velocemente di qualunque potenza di x. Ma la vera natura dell’esponenziale, ciò che appunto la differenzia da xn, non è facile da cogliere.

Un modo per fare ciò è quello di considerare un grafico cartesiano con un comune asse x e un asse delle ordinate dove, anziché y, viene rappresentato il logaritmo naturale di y.
Con degli assi così definiti la funzione ex appare (unica nel suo genere) come una retta, mentre le funzioni xn sono delle curve che rimangono sempre sotto ex; e lo scarto è tanto maggiore quanto minore è l’esponente n.

Omicidio negligente

A proposito del caso Kim Wall (di cui ho parlato nel post precedente), molti quotidiani di lingua inglese hanno usato le locuzioni “involuntary manslaughter” (per esempio il New York Times qui) e “negligent homicide” (per esempio news.com.au qui) per descrivere l’iniziale imputazione a carico di Peter Madsen (capo di imputazione che verrà certamente aggravato).

L’unico e possibile equivalente toscano è “omicidio colposo”. Mi auguro che nessun giornalista arrivi mai a scrivere “omicidio negligente”.

Torso senza testa (headless torso)

Tra ieri e oggi mi ha molto colpito la vicenda della giornalista svedese Kim Wall, il cui corpo – privo di testa, braccia e gambe – è stato ritrovato nei pressi dell’isola di Amager, a sud di Copenhagen (si veda, tra i tanti, questo articolo pubblicato oggi dall’Independent).

Al di là degli aspetti tragici e sopratutto macabri di un simile evento non ho potuto fare a meno di osservare la superficialità con cui la stampa nostrana (sia padana che italiana) e quella britannica si sono occupate della cosa.

C’è chi, stando sul generico, ha parlato di “corpo mutilato”, ma in molti casi si è scritto di “corpo decapitato” (lasciando intendere che a mancare fosse solo la testa) oppure di “torso senza testa” o di “headless torso”. Si noti che nell’articolo citato sopra “headless torso” è presente addirittura nel titolo.
Mi sono chiesto se entrambe queste espressioni (headless torso e la traduzione torso senza testa) avessero un senso, dal momento che, a mia memoria, un torso è “già” privo di testa. Così ho fatto qualche ricerca sui principali dizionari di lingua toscana e su quelli di lingua inglese, per scoprire che i miei ricordi erano corretti.

Ecco le definizioni.

Sabatini-Coletti e Garzanti: “parte del corpo umano compresa tra il collo e il bacino; sinonimi: tronco, busto”. Treccani: “lo stesso che tronco o busto per indicare la parte del corpo umano dal collo alla cintura […]; si usa più spesso con riferimento a statue che siano prive del capo, delle braccia e delle gambe”. Hoepli: “parte del corpo umano comprendente il torace, l’addome e il bacino; sinonimo: busto […]; statua a cui manchino capo, braccia e gambe”.
Cambridge: “the human body considered without head, arms, or* legs, or a statue representing this”. Oxford: “the trunk of the human body; the trunk of a statue without, or considered independently of, the head and limbs”. Collins: “the trunk of the human body; a statue of a nude human trunk, esp. without the head or* limbs”. Macmillan: “the upper part of your body, not including your head or* arms”. Longman: “your body, not including your head, arms, or* legs; a statue of a torso”. Merriam-Webster: “the human trunk; a sculptured representation of the trunk of a human body”.

Ci sarebbe anche da dire che in Toscano il vocabolo torso è poco usato al di fuori della locuzione “a torso nudo”, quindi l’averlo impiegato in questo contesto sembra solo un’azione di frettolosa copiatura dagli articoli pubblicati dai quotidiani inglesi.

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* in Inglese quando “or” è introdotto da una negazione o da una frase con senso negativo (come in “without the head or limbs”) la negazione si estende a entrambi gli elementi separati dal connettivo logico; quindi, nel nostro caso, “without the head or limbs” non significa “o senza testa o senza arti”, ma “senza testa e senza arti”

Pazzesco quanti Italiani danno la risposta sbagliata, che vergogna!

Il titolo è il commento fatto da mia moglie dopo aver visto i risultati* di questo test aritmetico apparso su FaceBook:

3-3×6+2=?

Mia moglie non distingue tra Padani, Italiani propriamente detti, Siciliani e Sardi, ma non credo che le differenze tra gli esiti delle diverse nazionalità siano molto pronunciate.

Il senso di questo post è però un altro: in Lituania avere lacune in matematica (specie se riguardano nozioni base da secondo anno di scuola primaria, come in questo caso) provoca vergogna: nessuno andrebbe mai in giro a vantarsene, come invece accade da noi.

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* circa il 70% di risposte errate; e posso anche capire quelli che hanno indicato 2 come soluzione, ma quelli che hanno scritto 17 proprio no!

La Neve sotto la Neve. Alessandro Perissinotto sotto Arno Saar

Per buona parte della scorsa estate, da svariati luoghi della Lituania, mi sono occupato del “caso” Arno Saar, lo pseudonimo estone scelto dall’autore del romanzo giallo “Il Treno per Tallinn”.

Da quell’esperienza sono nati due post: “Aga kes on Arno Saar?” (in cui, passo dopo passo e in rigorosa sequenza cronologica, ho raccontato gli eventi che mi hanno permesso di giungere alla soluzione dell’enigma) e “Autointervista. Come ho scoperto chi è Arno Saar“.
In quest’ultimo davo anche conto della scelta di non svelare in modo esplicito il nome dello scrittore.

Lo scorso 15 Maggio 2017 in questo breve post spiegavo invece come alcuni siti, tramite i quali era possibile pre-ordinare il seguito de “Il Treno per Tallinn”, rivelavano il vero nome dell’autore.

L’ultimo tassello è stato un articolo pubblicato da La Stampa il 5 Luglio 2017 in cui si annunciava (per martedì 11 Luglio, ore 20:30, Corso Francia 192, Torino) quanto segue: “…Nell’ambito del festival Evergreeen Alessandro Perissinotto e Arno Saar presentano le inchieste del commissario Kurismaa della polizia di Tallinn…”.

E poi ci sono siti come questo che, nel presentare il secondo episodio della serie incentrata sul commissario Marko Kurismaa, scrivono espressamente: “Alessandro Perissinotto, dopo essersi nascosto dietro il misterioso Arno Saar per raccontare la prima indagine del commissario Kurismaa, in questo secondo volume della sua serie estone esce allo scoperto, accompagnandoci, con scrittura elegante e avvolgente, nell’intrico di un giallo ad alta tensione, ma anche nella complessa psicologia di un commissario brillante e ruvido, dall’animo gentile ma pieno di spigoli…”.

Il nuovo “La Neve sotto la Neve”, che dovrebbe uscire il 31 Agosto 2017, ha 252 pagine. Spero che ciò si di buon auspicio, perché “Il Treno per Tallinn”, che di pagine ne aveva poco meno di 170, con il suo tentativo poco riuscito di ispirarsi alla tecnica di scrittura di Simenon, mi aveva lasciato con molto amaro in bocca. Mi auguro dunque che il nuovo lavoro sia più ragionato, meno frettoloso e di maggior spessore. In ogni caso sono sopratutto in attesa del terzo episodio, visto che lo stesso Perissinotto nel Settembre dello scorso anno mi ha rivelato che sarà ambientato non lontano da dove gli avevo suggerito di ambientarlo.

Quasi blu

Il caso ha voluto che, dopo la lettura de “L’Angelo di Neve” di Ragnar Jónasson (di cui ho parlato nel post precedente), mi sia imbattuto in “Almost Blue” (1997) di Carlo Lucarelli. E questo è anche il primo romanzo di Lucarelli che leggo.

Per certi versi si tratta di due lavori antitetici. Jónasson crea una trama molto classica, totalmente realistica, ma scrive con una lentezza e una linearità quasi esasperanti; per contro le vicende di “Almost Blue” sono quasi surreali, tuttavia accompagnate da uno stile narrativo veloce e moderno.

Pare che questo modo di scrivere – asciutto, secco, nervoso, a tratti sincopato – sia tipico di Lucarelli e – se è così – col senno di poi mi fanno sorridere coloro che, lo scorsa estate, dietro l’allora misterioso Arno Saar de “Il Treno per Tallinn” (qui e qui) avevano visto la mano dello scrittore di Parma.

Almost Blue” è un lavoro del 1997 e in vent’anni immagino che di recensioni ne siano state scritte a centinaia, anzi, a migliaia visto che lo scrittore è tradotto in varie lingue. Quindi lungi da me inserirmi in questo solco. Volutamente, poi, le recensioni non le ho nemmeno lette. Posso però dire che nel complesso questo libro non mi è piaciuto.

Se leggi un libro di fantascienza certe cose te le aspetti, ma le vicende di “Almost Blue” sono ambientate nel mondo reale di una città come Bologna, e allora l’aderenza alla realtà (e alle leggi della fisica) ci deve essere. Invece abbiamo un protagonista (un assassino seriale detto l’Iguana) che dopo ogni omicidio si “reincarna” nell’ultima vittima e con essa si porta dietro le di lui o le di lei impronte digitali. Sì, ma come? Suggestivo certo, ma o lo spieghi o questa cosa non sta in piedi.

La trama, inoltre, pur essendo piuttosto semplice, finisce non di rado per avvilupparsi su sé stessa creando una sgradita sensazione di confusione. E poi, sempre a proposito di trama, c’è il fatto che il perimetro delle vicende è davvero troppo stretto: pochi personaggi, scarsamente caratterizzati (specie dal punto di vista psicologico) che operano in un contesto chiuso, quasi si trovassero in una scatola tagliata fuori dalla realtà del mondo esterno.

Lucarelli, invece, ha lavorato molto e bene sul personaggio di Simone, il ragazzo cieco che aiuterà la poliziotta Grazia a risolvere l’indagine. Lo scrittore ci fa “vedere” il mondo dalla prospettiva di chi vedere non può attraverso un uso sinestetico di suoni, odori e colori.

Gli amanti della musica avranno poi colto i numerosi riferimenti contenuti nel libro. Sia quelli diretti (Chet Baker, Nine Inch Nails, AC/DC, ma anche altri appena accennati come Miles Davis, Coleman Hawkins, Ron Carter), sia quelli nascosti: l’iguana e la nudità rimandano a Iggy Pop. Io però non avrei mai mischiato il calore di Hell’s Bells degli AC/DC alla freddezza dei Nine Inch Nails.
Per restare in ambito, leggendo questo romanzo ho pensato allo stile di scrittura di Lucarelli (che ho descritto sopra come asciutto, secco, nervoso, a tratti sincopato) come a certo techno-trash di fine anni ’80; gruppi come Watchtower, Control Denied, Hades, Deathrow, Tourniquet, Xentrix, Anacrusis, Sadus, Mekong Delta e ovviamente i Death di Chuck Schuldiner. Tutto molto bello, sì, ma dopo un po’ ti stanchi di tutto quel prevalere della ritmica sulla melodia e alla fine metti su un pezzo dei Metallica, dei Queen, dei Led Zeppelin, dei Pink Floyd…

Infine ho trovato molto deludente il finale, perché ti dà quell’idea di conclusione frettolosa che un buon libro non dovrebbe mai sollevare.

Insomma questo “Almost Blue” mi è sembrato un po’ troppo disomogeneo e disorganico, come un dolce a più strati, alcuni dei quali ottimi e altri pessimi. Solo che il dolce uno non lo mangia a strati, ma tutto insieme. E tutto insieme “Almost Blue” non mi è piaciuto.

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