Il re di questo, la regina di quello…

La stampa italo-padana di matematica non si occupa praticamente mai. Ieri lo ha fatto, mostrando il suo consueto provincialismo, in occasione dell’attribuzione ad Alessio Figalli della Medaglia Fields 2018. E come lo ha fatto? Appioppando al nostro una delle espressioni più idiote e insopportabili che io conosca: re della matematica.

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Ira di X

Va di moda presso i giornalisti padanioti e italioti l’espressione “ira di X” per descrivere il risentimento (magari anche appena accennato) di un qualche esponente governativo nei confronti di un suo compagno di partito o di coalizione. E allora ecco che leggiamo “ira di Salvini”, “ira di Di Maio”, “ira di tizio”, “ira di caio”. Ma questa gente conosce il significato delle parole che usa? L’ira è un concetto ben definito, che credevo (almeno intuitivamente) fosse noto più o meno a tutti.
Di seguito la definizione riportata dal vocabolario Treccani:

Sentimento per lo più improvviso e violento, che, provocato dal comportamento di persone o da fatti, circostanze, avvenimenti, tende a sfogarsi con parole concitate, talvolta con offese, con atti di rabbia e di risentimento, con una punizione eccessiva o con la vendetta, contro chi, volontariamente o involontariamente, lo ha provocato.

Chi è più ricco deve pagare meno tasse

Quella riportata nel titolo è più o meno la frase detta da Salvini ieri; frase da cui è nata la solita inutile polemica politica e giornalistica. Fuori da qualunque contesto ci sono due modi di intendere il concetto espresso da Salvini: che i ricchi devono pagare meno tasse di quante ne pagano oggi e che i ricchi devono pagare meno tasse dei poveri. Dentro un qualunque contesto di sanità mentale solo la prima interpretazione è possibile. Nonostante ciò,  buona parte della sinistra e una certa parte della stampa hanno scelto – in modo evidentemente strumentale – la seconda. E pensano che noi siamo tutti scemi e ci beviamo una simile idiozia.

Ha riconosciuto la sconfitta

In questi giorni ho sentito dire più volte “comunque X ha riconosciuto la sconfitta”, dove X stava di volta in volta per il PD, Liberi e Uguali e Forza Italia. Come se riconoscere la sconfitta sia un fatto eccezionale.
In un Paese normale questa non potrebbe mai essere una notizia giornalistica o politica: sarebbe invece una notizia medica.
Avete presente quei bollettini ospedalieri in cui si dice che il soggetto riconosce chi gli sta intorno? Ecco. Si dice che uno riconosce (o torna a riconoscere) chi gli sta intorno quando questi ha subito un trauma o esce dal coma o situazioni simili, mica c’è bisogno di dire una cosa del genere di un soggetto sano.

Tsapre, tsapre, tsapre, tsapre, tsapre, …

Di fronte al nome del primo ministro slovacco e alla vicenda dell’omicidio di un loro collega non ce la fanno proprio.
Giornalisti o capre?
Capre, capre, capre, capre, capre, …

L’osservazione dell’amico Alessandro

Se una rapina degenera e si ha spargimento di sangue i giornalisti sono soliti dire che “è finita male”. Ma perché, senza spargimento di sangue possiamo dire che la rapina è finita bene? Per il rapinatore certamente sì, ma per la vittima?

Non è tutto oro quel che è targato Le Iene

Le Iene è un programma che mi piace e che seguo abbastanza spesso. Ci sono però servizi inaccettabili.

Negli ultimi anni abbiamo avuto la lunga serie di puntate dedicate al vergognoso Metodo Stamina e, più di recente, la denuncia contro la presunta (e ovviamente inesistente) pericolosità dell’esperimento SOX presso i laboratori del Gran Sasso. In entrambe le circostanze la trasmissione televisiva ha affrontato tematiche scientifiche senza usare gli strumenti del rigore, della razionalità, della logica e – appunto – del metodo scientifico. E quando si fa così si finisce quasi sempre per commettere qualche grave scivolone e influenzare erroneamente politica e opinione pubblica, con tanto di spreco di risorse pubbliche e figuracce internazionali.

Accanto a questo primo fronte negli ultimi tempi se ne è aperto un secondo che ha avuto inizio con le presunte molestie sessuali di cui è accusato Fausto Brizzi e che è poi proseguito con l’abuso sessuale, sempre presunto, subìto da un trentottenne sardo (all’epoca dei fatti sedicenne) per opera di un famosissimo cantante. Il servizio è andato in onda martedì 12 Dicembre 2017; in esso viene mostrata la toccante confessione di Matteo intervistato da Veronica Ruggeri.

Rispetto al caso Brizzi Le Iene hanno cercato di operare con maggiore prudenza; si sono avvalsi della consulenza di Angelo Zappalà, non sono state fornite indicazioni che permettano di risalire in modo diretto al cantante e il nome dello stesso (per ora) non è stato fatto. Eppure – volutamente o inavvertitamente – sono stati rilasciati elementi non proprio marginali. La differenza tra l’attuale età di Matteo e l’epoca in cui avrebbe subito l’abuso ha permesso quasi subito di confinare gli eventi al 1995/1996, il riferimento alla presenza di Katia Ricciarelli a una manifestazione di piazza ha ristretto l’ambito al solo 1996 e, infine, le foto della struttura alberghiera hanno consentito di identificare l’hotel Excelsior di Rapallo e di dare un nome alla manifestazione canora: Palco sul Mare.
Ma ancor prima di arrivare a questo punto, solo qualche ora dopo la messa in onda del servizio, qualche ovino belante della Rete aveva già pensato di riconoscere nelle foto la località sarda di Porto Rotondo e si era spinto a fare il nome del presunto autore della violenza: Edoardo Bennato.
Alla fine, tutto campato per aria.

Si potrebbe obiettare che gli indizi forniti dalle Iene siano troppo pochi e troppo vaghi e – come detto dalla stessa Ruggeri – che in internet non vi è traccia di quell’evento estivo. In effetti se si scandaglia la Rete non si trova praticamente nulla, ma indagare sui fatti del 1996 non è poi così difficile. È sufficiente cercare tutti gli album in classifica quell’anno, controllare il mese di uscita degli stessi, fare una ricerca in Rete in cui si associa il nome del cantante a termini come “omosessuale” e “bisessuale” e di materiale ne salta fuori più di quanto si possa immaginare. Di certo sufficiente per spingere qualcuno a fare qualche nome e a buttarlo in pasto alla folla di webeti sbavanti.

E invece non funziona così. Non è così che si fa o si prova a fare giornalismo. Non si lanciano accuse senza prove. Si può raccogliere la testimonianza di Matteo, ma poi lo si accompagna a fare una denuncia presso gli organi competenti. E la cosa, almeno per un po’ (cioè fino all’eventuale processo), finisce lì; i riflettori sul caso devono essere spenti.

Dire quanto sopra non significa proteggere un artista famoso, né significa non credere alla possibilità che un cameriere sedicenne abbia subìto un abuso sessuale. Significa difendere un metodo, che consiste nel fatto che ogni affermazione, ogni accusa deve essere supportata da una prova fattuale e circostanziata. E in un mondo normale le prove le porta chi accusa.

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