Leonardo come la lituosuocera?

Nell’ultima settimana la notizia ha ricevuto una diffusione piuttosto ampia: il professor Marco Catani del dipartimento di psichiatria, psicologia e neuroscienze del King’s College di Londra ha ipotizzato che Leonardo da Vinci soffrisse di ADHD.
Resta il fatto che quando accosto la figura di Leonardo a quella di mia suocera c’è qualcosa che stona leggerissimamente.

Le sei miss

A un concorso di bellezza femminile ci sono sei finaliste. Tre hanno i capelli scuri, una ha i capelli rossi e due sono bionde. Le sei ragazze vengono chiamate sul palco in modo casuale e viene chiesto loro di disporsi linearmente da sinistra a destra davanti alla giuria (il punto di vista è quello della giuria, ma se fosse quello delle miss il problema non cambierebbe). Qual è la probabilità che non ci siano ragazze con i capelli dello stesso colore una di fianco all’altra?

Se non fosse chiaro: le ragazze in posizione 1 e 2 devono avere i capelli di colore diverso, le ragazze in posizione 2 e 3 devono avere i capelli di colore diverso, ecc.

Importante (per fini psicologici): prima di fare i calcoli provate a dare una risposta intuitiva e poi confrontatela con quella corretta.

Il test dei poligoni, delle banane e degli orologi

Il test è questo. Qual è il risultato?
Notate bene le categorie in cui ho inserito questo post.

Did you spot Rūta Šepetys?

Dopo aver letto “L’Angelo di Neve”, romanzo d’esordio del giallista islandese Ragnar Jónasson, e dopo aver scritto questo breve post, ho inviato una mail* alla traduttrice Roberta Scarabelli.
Nella sua simpatica risposta, tra le altre cose, mi consigliava i lavori della scrittrice statunitense di origini lituane Rūta Šepetys, di cui ha curato la traduzione in lingua toscana. Il tutto è nato dal fatto che, nella parte introduttiva della mia mail, facevo menzione di trovarmi in Lituania.
Ora, la prima volta che ho controllato il sito della Scarabelli ero così concentrato sulla ricerca del libro di Jónasson che le tre traduzioni dei romanzi della Šepetys mi sono passate davanti agli occhi senza che nemmeno me ne accorgessi, e probabilmente sarebbe accaduto lo stesso anche se vi fossero state le versioni tradotte delle biografie dei Led Zeppelin o di Silvia Saint.
È ciò che si chiama attenzione selettiva. Su questo tema sono stati condotti numerosi studi e poco meno di una ventina d’anni fa due ricercatori – Daniel J Simons e Christopher Chabris – hanno elaborato un test divenuto celeberrimo. Chi se lo fosse perso lo può sperimentare qui (vi consiglio caldamente di provarlo).

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* nel sito della Scarabelli di questa traduzione non vi è traccia, e da qui l’idea è nata l’idea di scrivere una mail; nella risposta la traduttrice mi ha fatto sapere che era solo un problema di mancato aggiornamento della sua pagina web

L’opposto del déjà vu

È il “jamais vu” (mai visto). Fate klik sul link per capire di cosa si tratta.

Comparazione ellittica

Avete presente quelle pubblicità in cui si dice che il prodotto X ha il k% di grassi in meno? Questo è un caso di comparazione ellittica: manca cioè il termine di confronto. k% in meno rispetto a cosa? Alla versione precedente dello stesso prodotto? Al prodotto medio della concorrenza?
Se non si ritiene opportuno dover specificare la base rispetto a cui viene indicata la percentuale è perché sotto c’è una probabile fregatura.

Clinicamente testato

Qualche anno fa (era il 14 Luglio 2012) nel post “Test clinici dimostrano che…” mettevo in guardia da alcune tecniche pubblicitarie di natura ingannevole. Ma a ben guardare i meccanismi descritti in quell’articolo erano addirittura raffinati se paragonati ad altri che continuano a circolare.
Per rendercene conto restiamo sempre in ambito di test clinici; in molti casi non è neppure necessario scomodare il concetto di “dimostrazione”: è sufficiente dire che un prodotto è “clinicamente testato” per trasferire al consumatore concetti come bontà, affidabilità, garanzia, solidità, serietà, ecc. Dov’è l’inganno? L’inganno consiste nel non fare alcun cenno all’esito del test. Eseguire un test, infatti, è una cosa, valutarne i risultati un’altra.
Facciamo un paio di esempi pratici. Vostro figlio torna da scuola e vi dice che è stato interrogato in matematica; bene, vi accontentereste di questa informazione? Ovviamente no, vorreste sapere se l’interrogazione è andata bene o male. Telefonate al vostro medico per dire che avete fatto gli esami del sangue che vi ha prescritto; pensate che questo basti o il vostro medico vorrà fissarvi un appuntamento per leggere i valori dei singoli esami?
La stessa fondamentale esigenza di verifica, però, viene improvvisamente meno di fronte a certe affermazioni pubblicitarie. Bene che un prodotto sia stato testato clinicamente, ma quello che conta sono i risultati (che, come spiegavo nel mio post del 2012, possono poi essere alterati a piacere).

Attenzione selettiva

La nostra mente, per quanto ognuno di noi sia portato a credere il contrario, ragiona secondo schemi che sono lontani dall’oggettività. Uno dei fenomeni distorsivi più comuni ed evidenti è la cosidetta “attenzione selettiva”, ovvero la tendenza a scartare alcuni fatti e a dare eccessivo risalto ad altri.

Un esempio che è certamente capitato a tutti è quel che succede subito dopo aver acquistato un’automobile nuova; nei primi tempi sarà di fatto impossibile non notare quante altre auto della stessa marca e modello circolano intorno a noi.

Un’esperienza di tipo personale che illustra il medesimo meccanismo è la seguente: agli inizi degli anni ’90 ero solito portare i capelli lunghi fino a metà schiena e oltre. Verso l’autunno del 1994, desideroso di tornare a praticare nuoto dopo molti anni, ho maturato l’idea di un taglio netto: i miei capelli a boccoli erano infatti poco pratici e di conseguenza difficili da coniugare con la piscina.
In quel periodo la mia attenzione era focalizzata su tutti coloro (amici, conoscenti, musicisti rock e metal) che si erano tagliati i capelli proprio come stavo per fare io. Per contro, una volta che io stesso avevo optato per una capigliatura a spazzola (28 Dicembre 1994) mi sembrava di vedere intorno a me solo ragazzi con i capelli lunghi.

Pecore (credenti) e capre (scettici)

Negli studi di psicologia e parapsicologia coloro che credono nei tipici fenomeni che la scienza ritiene privi di fondamento* sono detti “pecore”; per contro le “capre” rappresentano la categoria degli scettici.

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* telepatia, chiaroveggenza, precognizione, astrologia, chiromanzia, percezione extrasensoriale, omeopatia, esperienze di pre-morte, reincarnazione, psicocinesi, alieni, pranoterapia, vampirismo, ecc. (la lista è ben più lunga)

Il metodo Ganzfeld

Il metodo Ganzfeld è un protocollo sperimentale usato in passato nell’ambito della telepatia. Esso è citato nel romanzo “La Stella di Strindberg” di Jan Wallentin (2010, titolo originale “Strindbergs stjärna”, traduzione di Katia De Marco), un libro che, oltre a essere avvincente, è una vera miniera di informazioni. In questo articolo del CICAP è possibile approfondire l’argomento.

Lotto Lab Studio

Date un’occhiata alle meraviglie di questo sito londinese, magari a partire dalla sezione illusioni ottiche.

Are you paranoid, schizoid, schizotypal, antisocial, borderline, histrionic, narcissistic, avoidant, dependent or obsessive-compulsive?

Fate il test anche voi. Ecco i miei risultati. Tra parentesi i valori medi (che però sono fermi da almeno dieci anni).

Paranoid: 22% (50%)
Schizoid: 40% (40%)
Schizotypal: 35% (56%)
Antisocial: 44% (46%)
Borderline: 27% (45%)
Histrionic: 28% (52%)
Narcissistic: 46% (40%)
Avoidant: 15% (48%)
Dependent: 20% (44%)
Obsessive-Compulsive: 50% (45%)

Penterafobia: la paura della suocera

È tutto scritto qui.

Russian ships head to Crimea

Qual è il soggetto e quale il verbo? Mi stavo domandando: (a parità di altre condizioni) circostanze ed eventi particolari possono influire in modo significativo sulla risoluzione di certe ambiguità linguistiche? Io credo di sì. In giorni come questi, in cui la crisi ucraina e i fatti di Crimea dominano l’informazione dei Paesi occidentali, voi che interpretazione avete dato – di primo acchito – della frase che compare nel titolo?

Tutti i Lombardi a Carate Brianza

Quando si tratta di presentare dei dati la scelta della modalità di esposizione può produrre effetti psicologici molto diversi, pur essendo i dati sempre gli stessi. In generale ragionare in termini lineari tende a produrre fenomeni di forte amplificazione, ragionare in termini quadratici o cubici produce invece effetti opposti.
Proviamo a fare un esempio concreto. Si prendano gli abitanti della Lombardia. Noi Lombardi siamo circa 9,9 milioni. Se ci tenessimo per mano formando una catena umana a un metro di distanza l’uno dall’altro potremmo sistemarci sull’autostrada Torino-Trieste lungo quasi 18 file (o se preferite è più di una doppia catena tra Lisbona e Mosca). Se invece ognuno di noi occupasse uno spazio di un metro quadrato la superficie necessaria a contenerci tutti sarebbe la duemilaquattrocentodecima parte del territorio regionale; o, se preferite, la centottantaduesima parte del territorio del Comune di Milano; o, per darvi un’idea ancora più forte, è come dire che tutti i 9,9 milioni di Lombardi potrebbero riempire la superficie del Comune di Carate Brianza, che ha solo 18.000 abitanti. Strano, nevvero?

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

“Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?”, avremo sentito questa domanda centinaia o migliaia di volte, eppure sono ancora in moltissimi a credere che essa racchiuda la manifestazione di un paradosso. Naturalmente non è così; questo esempio è tuttavia utile per comprendere come la formulazione errata di una domanda possa portare a esiti illogici che addirittura si propagando per generazioni. Nel caso in esame l’errore consiste nel pensare che la congiunzione “o” della domanda debba essere presente anche nella risposta. Che invece richiede una “e”. Il bicchiere, infatti, è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, e la cosa non dà luogo ad alcuna dicotomia. Elementare, no?

Cos’è la verosimiglianza?

Se lasciamo da parte il significato tecnico che la parola assume in ambito statistico*, il concetto di verosimiglianza è cosa più complessa di quanto possa sembrare. Cercando la definizione di questo vocabolo sui principali dizionari si noterà una forte propensione a sottolineare il senso di “somiglianza al vero” in quelli che potremmo chiamare termini probabilistici. Detto in maniera più semplice, una cosa è verosimile quando (1) ha tutte le caratteristiche di coerenza per essere vera, ma (2) non sussistono elementi per dire se sia vera o falsa. Accanto a questa interpretazione (maggioritaria) è tuttavia opportuno considerarne una seconda (che, tra l’altro, io preferisco di gran lunga): una cosa è verosimile quando (1) ha tutte le caratteristiche di coerenza per essere vera, ma (2) è falsa.

Un esempio celebre del secondo tipo è il caso delle magliette con il disegno di una cintura di sicurezza che sarebbero state prodotte e vendute a Napoli sul finire degli anni 80 del secolo scorso**. Lo scopo è evidente: permettere ai Napoletani di continuare a guidare senza cinture, evitando loro le contravvenzioni della polizia municipale (i vigili). Questo fatto, che ancora oggi sono in molti a ritenere vero, non solo è falso, ma è parte di un interessantissimo esperimento ideato dallo psichiatra napoletano Claudio Ciaravolo. Per i dettagli dell’operazione consiglio vivamente di leggere questo articolo tratto dal sito dello stesso Ciaravolo.

La forza di questa notizia sta nella sua coerenza interna ed esterna (fondamentalmente l’immagine che i Napoletani danno di sé al resto del mondo); d’altra parte nessuno avrebbe creduto a magliette di quel tipo prodotte ad Asti, a Rimini o a Treviso (al massimo si sarebbe pensato a qualche Napoletano trasferitosi da quelle parti).

Per tornare alle due interpretazioni del concetto di verosimiglianza di cui ho parlato all’inizio possiamo notare che la prima, una volta acquisiti gli elementi necessari a una verifica o smentita dei fatti, non può che dar luogo a due possibili strade: i fatti vengono dimostrati falsi (e allora si ricade nella seconda interpretazione di verosimiglianza), oppure i fatti vengono dimostrati veri (e allora si esce dall’ambito del verosimile per entrare in quello del vero).

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* credo che l’argomento sia troppo tecnico e troppo poco interessante per essere trattato su questo blog, specie in un contesto come questo

** la legge sull’obbligatorietà delle cinture di sicurezza risale al 1988

Mallo, guscio, gheriglio… in Inglese

Rispettivamente husk, shell, kernel. Stavo mangiando delle noci e me lo sono chiesto. 🙂

Ne approfitto per dire che nel corso della mia vita ho sempre faticato ad associare il nome gheriglio alla parte comestibile della noce. Gheriglio mi ha sempre dato l’idea di un qualcosa di duro e non edibile. Sull’associazione tra suoni e oggetti esiste un famoso esperimento di cui ho parlato il 15 Maggio 2011 nel post Tàkete e malùma.

Effetto collo di gomma

Avete presente quelle persone (la stragrande maggioranza di tutti noi) che in autostrada rallentano per vedere gli esiti di un incidente sulla carreggiata opposta (con il rischio di causare a loro volta altri incidenti)? Bene, questo atteggiamento ha una definizione ben precisa: “rubbernecking“. Mi pare che il nome sia ampiamente autoesplicativo.

Lapsus freudiano… in Inglese

Freudian slip.

Mi scusi professoressa: le tagline sono robe che tagliano?

Questa mattina, leggendo il post Potenziale e passione sul blog Terminologia etc. di Licia, mi sono imbattuto nel termine “tagline” che, per una buona dozzina di secondi, ho interpretato come un vocabolo della nostra lingua collegato al verbo “tagliare”. Poi l’illuminazione: “tagline” era “tag-line”, Inglese!

A mia memoria è la seconda volta che mi capita. La prima è stata durante il secondo anno di liceo. Assieme a fisica e matematica l’Inglese era una delle mie materie preferite. Mi piaceva, non trovavo grandi difficoltà e ho sempre avuto buoni voti. Così, quando quel giorno ho alzato la mano per chiedere alla mia professoressa “mi scusi, non capisco cosa significa now-here!”, sono stato seppellito da una valanga di risate. Come avevo fatto a non accorgermi che quel “now-here” (scritto “nowhere”) era in realtà il familiarissimo “no-where”? Eppure “nowhere” era parte del mio bagaglio linguistico già da anni e, fino ad allora, lo avevo sempre usato senza problemi.

Riflettendoci sopra, oggi ho maturato l’idea che, in casi come questi, succede un qualcosa di simile a un’illusione ottica. Lo spostamento del fuoco da un punto all’altro di un’immagine può dar luogo a due viste della stessa completamente diverse (credo che tutti conosciate un classico del genere come l’illusione delle due facce e del vaso). Evidentemente a volte succede lo stesso con i termini della nostra lingua.

Tuttavia, la recente (e preziosissima) frequentazione del blog da parte di vere esperte del settore come Licia, Rose e Silvia mi impone di chiedere lumi direttamente a loro. Sopratutto mi piacerebbe sapere se errori di interpretazione di questo tipo in linguistica (o in psicologia) hanno un nome specifico (un altro esempio, più noto, che mi viene in mente potrebbe essere “airone/air-one”).

I nomi delle emozioni in Inglese

Emozioni primarie:

anger – rabbia
disgust – disgusto
fear – paura
happiness – felicità
sadness – tristezza
surprise – sorpresa

Emozioni secondarie o complesse:

affection – affetto
angst – angustia
anguish – angoscia
annoyance – fastidio
anxiety – ansia
apathy – apatia
arousal – eccitazione sessuale
awe – timore reverenziale
boldness – coraggio
boredom – noia
contempt – disprezzo
contentment – appagamento
curiosity – curiosità
depression – depressione
desire – desiderio
despair – disperazione
disappointment – delusione
dread – timore
ecstasy – estasi
embarrassment – imbarazzo
envy – invidia
euphoria – euforia
excitement – eccitazione
fearlessness – intrepidità
frustration – frustrazione
gratitude – gratitudine
grief – lutto
guilt – colpa
hatred – odio
hope – speranza
horror – orrore
hostility – ostilità
hurt – dolore
hysteria – isteria
indifference – indifferenza
interest – interesse
jealousy – gelosia
joy – gioia
loathing – ripugnanza
loneliness – solitudine
love – amore
lust – lussuria
misery – infelicità
panic – panico
passion – passione
pity – pietà
pleasure – piacere
pride – orgoglio
rage – collera
regret – rimpianto
remorse – rimorso
satisfaction – soddisfazione
shame – vergogna
shock – sconvolgimento
shyness – timidezza
sorrow – afflizione
suffering – sofferenza
terror – terrore
wonder – meraviglia
worry – preoccupazione
zeal – zelo
zest – entusiasmo

Le traduzioni, e gli eventuali errori, sono a mio carico. A volte non è semplice definire con precisione emozioni che appaiono come la diversa gradazione di un medesimo concetto (si pensi a anger, rage, wrath, fury). Altre volte ci sono differenze che possono essere presenti in alcune lingue e meno in altre (sorrow, hurt e pain indicano tutti e tre il dolore, ma il primo è più legato agli aspetti emotivi e sentimentali, gli altri due fanno invece riferimento ad aspetti fisici).

Insetti, uccelli, blurFO, BUFO e UFO

Scaricando sul PC una foto fatta con la vostra macchina digitale potrebbe capitarvi di notare che, in alcuni casi, il cielo sembra rivelare la presenza di strani oggetti sfuocati. Per via della loro forma qualcuno tende a pensare che si tratti di UFO, ma la spiegazione è molto più “terrestre” di quanto si pensi: sono semplicemente insetti o volatili, di solito non percepiti dal nostro occhio, che – attraversando una zona del campo visivo posta fuori fuoco – vengono proiettati ingranditi, sfuocati e allungati. In Inglese per indicare fenomeni di questo tipo si utilizza da alcuni anni il concetto di “blurry UFO”, solitamente sintetizzato dai termini blurFO e (più raramente) BUFO. Da notare che i blurFO esistono con certezza, mentre degli UFO non si può affatto dire lo stesso.

Per approfondimenti consiglio questo interessante articolo in Inglese.

Eesti piltmõistatused, un sito dedicato ai droodle estoni

Eesti piltmõistatused è un sito in cui potrete trovare una vasta collezione di droodle estoni. Guardateli, divertitevi e fate divertire i vostri figli. Oltre all’aspetto ludico i droodle hanno infatti la capacità di rendere più elastica e sopratutto più creativa la mente di adulti e bambini.

Il Visual Cliff di Eleanor J Gibson e Richard D Walk

Avere un bambino piccolo porta (o dovrebbe portare) a leggere molto materiale e documentazione di vario tipo. È questo un momento della vita in cui si ha la possibilità, come genitori, di apprendere una notevole quantità di informazioni utili, interessanti e a volte persino divertenti. Uno degli argomenti in cui mi sono imbattuto di recente è il cosidetto Visual Cliff, un esperimento concepito nel 1960 dagli psicologi statunitensi Eleanor J Gibson e Richard D Walk, finalizzato a investigare la percezione della profondità nei bambini che gattonano. Una descrizione sintetica del loro lavoro è illustrata in questa pagina di Wikipedia.

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