Il peso degli anglicismi

Di recente ho seguito (senza parteciparvi) un interessante dibattito sugli anglicismi nella lingua toscana. Approfitto degli spunti fornitimi dal post di Licia (e da alcuni commenti allo stesso) per trattare la questione da una prospettiva puramente numerica (non vi preoccupate: si tratta di matematica elementare).

Per ogni persona è possibile definire una variabile L che misura il numero dei vocaboli che essa conosce (oppure – meglio ancora – che essa utilizza abitualmente). L può essere vista come la somma di due componenti: i termini toscani (T) e i foresterismi (F). Come è facile immaginare questi ultimi provengono in prevalenza dalla lingua inglese (anglicismi). Va qui specificato che non vanno conteggiati tra i foresterismi quei vocaboli che, ormai da decenni, fanno parte a tutti gli effetti della nostra lingua (bar, autobus, film, record, computer, …). Per valutare il peso dei foresterismi rispetto ai termini toscani possiamo procedere in due modi, definendo due rapporti. Con q = F/L rappresentiamo il peso percentuale dei foresterismi sul totale dei termini (se q = 0,2 significa che su 100 termini utilizzati 20 sono foresterismi e 80 no). Con r = F/T rappresentiamo invece il “rapporto di forza” tra foresterismi e termini toscani (se r = 0,2 significa che ogni 5 termini toscani utilizziamo un foresterismo; in questo secondo caso, dati 100 vocaboli, 17 sono foresterismi e 83 no). Nel seguito farò riferimento solo a r (per q si opera in modo simile).

Possiamo supporre di ragionare in termini medi, considerando cioè quello che è il comportamento standard del parlante toscano medio. Al di là dei valori e dei rapporti statici, quello che ha maggiore interesse è valutare come queste grandezze cambiano nel tempo, e dunque comprendere se la penetrazione dei foresterismi all’interno della nostra lingua aumenta, diminuisce o si mantiene costante (e – nel caso di una variazione – come questa può essere quantificata).
Si tratta cioè di fissare due momenti temporali, separati per esempio da uno, due, tre, cinque, dieci anni, e osservare come si è modificato il rapporto r. Ciò equivale a dire che, dati F, T e L allo stato iniziale – che qui chiamerò F(1), T(1) e L(1) – dobbiamo determinare il valore delle stesse grandezze nello stato finale – F(2), T(2) e L(2). Vediamo alcuni scenari.

Caso a

Supponiamo che T resti costante e aumenti solo F. In questo caso è:

F(2) = F(1) + fF(1) = (1 + f)F(1)
T(2) = T(1)

Ho rappresentato l’aumento dei foresterismi in termini di una percentuale (f) del valore iniziale F(1).

Ne deduciamo:

r(2,a) = F(2)/T(2) = (1 + f)F(1)/T(1) = (1 + f)r(1)

Dunque – il risultato è qui banale – il solo aumento di foresterismi porta a un aumento del rapporto r:

r(2,a) > r(1)

Caso b

Supponiamo ora che aumentino sia T che F:

F(2) = F(1) + fF(1) = (1 + f)F(1)
T(2) = T(1) + tT(1) = (1 + t)T(1)

In questo caso:

r(2,b) = F(2)/T(2) = (1 + f)F(1)/(1 + t)T(1) = (1 + f)r(1)/(1 + t)

Da un punto di vista teorico il valore di r(2,b) potrebbe essere sia superiore che inferiotre a r(1) a seconda che il rapporto (1 + f)/(1 + t) sia maggiore o minore di 1. Tuttavia è ragionevole pensare che il bagaglio linguistico cresca (molto) più per l’effetto dei foresterismi che per quello dei termini toscani, dunque è ipotizzabile la relazione seguente:

r(2,a) > r(2,b) > r(1)

Caso c

Fin qui si è dato per scontato che non vi fossero effetti di sostituzione, ovvero che l’aumento di F e T fossero fenomeni tra loro indipendenti. In realtà la conseguenza dell’introduzione di alcuni foresterismi è proprio quella di rimpiazzare un quota parte di vocaboli della nostra lingua (questi ultimi finiscono col diventare desueti sino a uscire dal linguaggio comune). In un tale scenario l’aumento dei foresterismi fF(1) va suddiviso in due componenti: una parte – sfF(1) – andrà a ridurre il valore di T, l’altra parte – (1 – s)fF(1) – andrà invece ad accrescere il valore di F (con s, che è un numero compreso tra 0 e 1, si è qui indicato il tasso di sostituzione). In formule:

F(2) = F(1) + sfF(1) = (1 + sf)F(1)
T(2) = T(1) + tT(1) – (1 – s)fF(1) = (1 + t)T(1) – (1- s)fF(1)

Se calcoliamo r(2,c) questo valore cresce per due ragioni: aumenta il numeratore (i foresterismi) e contemporaneamente diminuisce il denominatore (i vocaboli toscani). Si può ritenere realistica la seguente catena di relazioni:

r(2,c) > r(2,a) > r(2,b) > r(1)

Caso d

Molti linguisti sostengono che il ricorso massiccio ai foresterismi, come avviene nella nostra lingua, ha un effetto indotto sulla base T. In pratica quello che si osserva è una semplificazione del vocabolario e un impoverimento della lingua. Dal punto di vista del modello proposto ciò significa introdurre un ulteriore termine – uT(1) – da sottrarre al denominatore (u è – anche in questo caso – un valore compreso tra 0 e 1):

F(2) = F(1) + sfF(1) = (1 + sf)F(1)
T(2) = T(1) + tT(1) – uT(1) – (1- s)fF(1) = (1 + t – u)T(1) – (1- s)fF(1)

Rispetto al caso precedente si ha – a parità di altre condizioni – una diminuzione del denominatore, dunque r(2,d) cresce ulteriormente:

r(2,d) > r(2,c) > r(2,a) > r(2,b) > r(1)

Va da sé che quello qui proposto rappresenta un modello necessariamente molto semplice, che tuttavia – nelle sue linee essenziali – credo sia in grado di cogliere quelle che a mio avviso sono le tre ragioni primarie che determinano un progressivo aumento del rapporto di forza tra foresterismi e la base dei termini toscani: (1) introduzione di nuovi foresterismi, (2) sostituzione di termini toscani con equivalenti stranieri, (3) impoverimento del nostro vocabolario come causa indotta derivante dai due punti precedenti.

4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Rose
    Giu 17, 2012 @ 06:33:42

    Giuro che avevo cominciato a leggerlo, questo post! O_O
    Ma quando parli di termini ‘toscani’, intendi il toscano vero e proprio? Perchè in quel caso bisognerebbe tener conto di una percentuale di coloratissime espressioni dissacranti, frutto di una “creatività” che non ha uguali, nel resto della cosiddetta Italia (come vedi, rispetto i ‘fondamentali’ del blog). 😉

  2. Nautilus
    Giu 17, 2012 @ 07:18:04

    Ma come, poi hai smesso? Non ho usato nessun concetto difficile, solo rapporti e percentuali! 🙂

    Toscano è il nome che io dò a quello che gli altri chiamano Italiano. L’unità d’Italia è stata fatta tra il 1861 e la fine della Prima Guerra Mondiale, lo sviluppo della nostra lingua, invece, va spostato indietro nel tempo di qualche secolo. Dato che il centro pulsante di questa lodevolissima operazione è stato Firenze mi pare che sia giusto riconoscere a quell’area geografica il merito che le spetta. Nel dire Toscano (o – se si preferisce – Fiorentino) non trovo alcuna anomalia, un po’ come nessuno si meraviglia per il fatto che in Austria si parla Tedesco (e non Austriaco) e in Brasile Portoghese (e non Brasiliano). Se mai un giorno si farà la Padania, e se questa non dovesse includere la Toscana, la lingua adottata sarebbe comunque la stessa.

    In sintesi, il senso di tutto ciò è quello di dare a Firenze quel che è di Firenze. E, giusto per comprendere fino in fondo la cosa, se lo sviluppo della nostra lingua avesse avuto come centro Napoli, oggi parlerei di Napoletano al posto di Italiano.

    Ne approfitto per sottolineare l’importanza dello sviluppo di una lingua con le caratteristiche della nostra (e delle altre simili). Sette-otto secoli fa c’è chi ha capito che era giunto il momento di finirla con la variabilità della parte finale delle parole, e ha spinto sulla stabilità dei termini e sopratutto sull’uso massiccio delle preposizioni. Non fosse andata così oggi ci ritroveremmo alle prese con “robe” simili al Latino (e chi l’ha studiato conosce bene le difficoltà a impararlo). Perché deve essere chiaro che Estoni, Finlandesi, Lettoni, Lituani, ecc. oggi parlano ancora una lingua con una struttura ferma a venticinque secoli fa. Ci troviamo un po’ come in quei luoghi bifasici in cui il mare è puntellato di iceberg che galleggiano: in questo periodo storico, cioè, viviamo in una fase di coesistenza tra lingue dalla struttura moderna e lingue dalla struttura arcaica.

  3. Sorbilo
    Giu 17, 2012 @ 12:04:23

    C’è un cosa che mi sembra trascurare questa analisi: inizi col dire che tra i forestierismi dobbiamo non conteggiare quelli che “ormai da decenni, fanno parte a tutti gli effetti della nostra lingua”, ma dunque col tempo tante parole di F andrebbero annoverate in T; per quest’ultime servirebbe invece un terza categoria, anche perché è sbagliano conteggiare parole come computer fra quelle toscane (non lo sarebbo neanche fra 150 anni).

  4. Nautilus
    Giu 17, 2012 @ 14:39:22

    Sorbilo, la tua osservazione è del tutto pertinente. In effetti si può procedere anche come suggerisci tu. In tal caso L = F + S + T (ho scelto la lettera S per indicare i foresterismi stabili come computer). La quota S verrebbe scorporata da T e quest’ultima si ridurrebbe, con il conseguente aumento di r.

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