Autointervista sulla Brexit

Cosa ne pensi della Brexit, sei felice?

Felicissimo, anzi, a dire la verità ho sperato in un risultato più forte di quello uscito dalle urne; avrei preferito uno scarto più netto tra Brexit e Bremain, ovviamente a favore della prima.

Cosa ti porta a essere così felice? In fondo la reazione delle Borse è stata piuttosto pesante.

Ecco, cominciamo proprio dal secondo aspetto: l’idea che ognuno di noi debba prendere una decisione pensando ai possibili effetti sui mercati o sugli andamenti di Borsa è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Questo non è il tipo di mondo e di Europa in cui voglio vivere e non è il tipo di futuro che desidero lasciare a mia figlia e alle nuove generazioni.
Ma i motivi di felicità sono due. Come cittadino europeo mi auguro che, alla luce di quanto è successo, l’Unione Europea sappia invertire la rotta folle e miope intrapresa negli ultimi anni, anche se confesso di essere molto pessimista in proposito. Come indipendentista, poi, mi auguro che la Brexit possa tradursi nell’avvio, il prima possibile, del processo di indipendenza della Scozia, che attendiamo da secoli.

I cittadini del Regno Unito hanno potuto votare, cosa che a noi e agli abitanti di molti altri Stati europei è preclusa. In passato, tuttavia, più volte hai espresso la convinzione che non sempre far votare i cittadini, specie su questioni molto tecniche, è cosa così indispensabile.

Anche questa volta la cultura britannica, in fatto di libertà di espressione e cosidetto esercizio della democrazia, ha dato una grande lezione ai governanti dell’Europa continentale.
La permanenza di uno Stato nella UE è certamente un elemento non tecnico su cui è giusto chiamare i cittadini al voto. Molto più giusto di quanto non sia, per esempio, farli decidere su questioni come il nucleare o gli OGM.
Abbiamo avuto epoche del passato – penso al Rinascimento – in cui il popolo non votava, eppure quello è stato uno dei periodi più floridi della civiltà europea, un fenomeno – il Rinascimento – che si è sviluppato principalmente nell’area padana e in altre piccole nicchie geopolitiche d’Europa. Sai qual era la differenza tra oggi e allora? Allora si erano create tre condizioni perfette che oggi non sussistono più: la presenza di piccoli regni, in competizione più che in guerra tra loro, governati da sovrani illuminati.

Oggi non ci sono più governanti illuminati?

Chi ci governa oggi sembra uscito da un processo di selezione al contrario. Le Merkel, gli Hollande, i Renzi sembrano più delle caricature che dei politici in grado di plasmare il futuro del nostro continente. Basta guardarli: non sarebbero perfetti con il grembiulino delle scuole elementari e con in testa il tipico cappello con le lunghe orecchie da asino?

Qual è il tipo di Europa che vorresti?

Quello che ho già descritto prima quando ho parlato di Rinascimento: piccole realtà geografiche, inserite in un contesto di competizione e scambi a tutti i livelli, coordinate – in forma federale o meglio ancora confederale – da istituzioni che siano elette dai popoli, ma che sopratutto siano espressione delle volontà, delle esigenze, dei desideri e delle speranze di quei popoli.
Se ne diamo una visualizzazione grafica penso a una mappa con duecento regioni colorate in modo diverso, che fa da contrasto a una triste carta monocromatica che sa tanto di epoca sovietica.

Converrai con me, però, che in epoca di globalizzazione essere piccoli è negativo e controproducente.

Non ne convengo proprio per nulla: questa è una delle balle più colossali che vanno di moda oggi. Gli esempi di Lituania e sopratutto Estonia sono lì a dimostrarlo. Uno Stato di pochi milioni abitanti è certamente più semplice da organizzare e da ammodernare. Buon senso e logica, nulla di più, nulla di meno.

Pensi anche tu che la Brexit possa innescare una specie di effetto domino?

Più che pensarlo lo spero. Maggiore è la pressione sulle istituzioni dell’Unione Europea e più alte sono le probabilità di un cambiamento reale.

In Europa negli ultimi anni stiamo assistendo alla diffusione crescente, a volte persino impetuosa, di movimenti razzisti, estremisti, xenofobi e populisti; potrebbero approfittare della Brexit per aprire scenari disastrosi.

Innanzitutto io non tollero l’uso giornalistico della parola “razzismo”. Razzismo significa sostenere la superiorità di una o più razze sulle restanti, e la scienza ha già ampiamente dimostrato che ciò è privo di qualunque fondamento biologico. Dirsi razzisti oggi è come negare la validità del teorema di Pitagora o la legge di gravitazione universale di Newton o pensare che preso un cubo di lati interi sufficientemente grande questo possa essere scomposto in due cubi più piccoli anch’essi di lati interi, o che si possa realizzare la quadratura del cerchio, ecc. Parlare di queste cose, tuttavia, distrae e fa perdere tempo. E dal momento che viviamo in un mondo dove il tempo è limitato se lo usiamo per discutere di idiozie simili significa che non lo stiamo impiegando per argomenti più seri.
La crescita dei movimenti estremisti non è che la diretta e prevedibilissima conseguenza dell’incapacità delle istituzioni europee di risolvere i problemi che stanno a cuore ai cittadini, come lavoro, salute, benessere, sicurezza, immigrazione. Questi movimenti sono come la spia rossa che si accende sul cruscotto della nostra auto quando ci siamo dimenticati di sostituire o di rabboccare l’olio. Quando questa spia si attiva ci si ferma dal primo carrozziere e si fa quello che si deve fare. L’Unione Europea, per contro, vede la spia accesa e la ignora o, peggio, la maledice prendendola a calci e pugni. Ma se fai così prima o poi il motore fonde e tu resti a piedi.
Se la UE saprà ricoprire il ruolo che le spetta e per cui è stata creata questi movimenti si sgonfieranno.
Anche l’uso di un termine come “populismo” meriterebbe cautela; pensa ai movimenti definiti populisti qui da noi. Lega Nord e M5S non fanno altro che proporre, molto spesso, soluzioni di buon senso, fin quasi banali nella loro formulazione. A livello istituzionale, invece, la risposta è che le cose non possono essere così semplici, che il mondo è più complesso, ecc. E questo è un grave errore, perché nella maggior parte dei casi i problemi e le soluzioni sono davvero semplicissime. Solo che danno fastidio ai poteri forti.

Resta il fatto che molti dei movimenti che fanno leva sulla Brexit sono dichiaratamente antieuropeisti.

Resta piuttosto il fatto che voi giornalisti siete maestri di quello che, in statistica, è chiamato “bad sampling”. La maggioranza di chi oggi critica l’Unione Europea lo fa perché animata da un profondo spirito europeistico. Queste persone vedono un sistema europeo che non funziona e ne vorrebbero uno migliore. Questi individui chiedono più Europa e un’Europa migliore, non di tornare indietro. Chiedono meno burocrazia, meno sprechi, più efficienza, più snellezza, più velocità, più lungimiranza. Naturalmente ci sono poi anche coloro – ma si tratta di minoranze che la stampa ama amplificare – che si dimostrano incapaci di comprendere i cambiamenti del tempo. C’è chi vede nell’Europa un problema e pensa di risolverlo tornando agli Stati-Nazione, cioè facendo un salto indietro di due o tre secoli. Un po’ come chi dice: il capitalismo non funziona, torniamo al comunismo. Movimenti di questo tipo ci saranno sempre, si tratta solo di mantenerli a un livello di minimo fisiologico.

Tu però proponi un modello opposto basato su tanti piccoli “regni moderni”, ma non è questo il caos e la frammentazione?

Io propongo un modello di Europa basato su un concetto che potremmo definire di biodiversità sociale, geografica e culturale. La biodiversità è uno dei valori più preziosi che esistono e questo principio di fondo ha la caratteristica di essere così profondo e universale da funzionare praticamente sempre e ovunque. Non a caso oggi dobbiamo proteggerci da una preoccupante riduzione della biodiversità delle forme di vita che abitano il nostro pianeta. Spostando il concetto di biodiversità dalla natura animale e vegetale a quella umana e sociale si capisce quello che intendo.
Mettiamola in questi termini, pensiamo a Vallonia e Fiandre; non è un valore che in questi due piccoli Paesi si producano centinaia di varietà di ottime birre? E non è un valore che qui da noi esista una diversificazione immensa di salumi, formaggi, vini, piatti e ricette in generale? Bisogna puntare sulla diversità e combattere ogni elemento che vada nella direzione di ridurre o eliminare le differenze.
In questo senso le istituzioni europee dovrebbero solo definire la cornice, i principi, le regole generali, e ognuno deve poi avere le possibilità di disegnare il quadro che vuole.

Penso alla pagliacciata delle dimensioni delle vongole.

In realtà non è una pagliacciata. Il principio di fondo è corretto perché consiste, saggiamente, nel tutelare un eccesso di pescato che nel medio e lungo periodo potrebbe avere conseguenze dannose per l’ambiente e, a cascata, per l’uomo stesso. Quello che è folle è pensare che un principio del genere possa e debba tradursi in una regola uguale per tutti e dappertutto. Le dimensioni “limite” delle vongole non sono le stesse nel Mar Adriatico e negli altri mari europei; addirittura questo valore critico è diverso tra Adriatico settentrionale e meridionale. Ci sono altri ambiti, invece, in cui è corretto che le regole siano applicate in modo uniforme sull’intero territorio continentale; per esempio se pensiamo alle limitazioni su pesticidi, inquinanti, sostanze tossiche o stupefacenti è evidente che non vi possono essere diversità tra Paese e Paese.

Guardando al futuro pensi che sia giusto far entrare nell’Unione Europea Paesi come Israele e Turchia? Una Turchia dentro l’Europa potrebbe essere meno peggio di una Turchia lasciata fuori. Inoltre, se è vero che la Turchia di oggi non rispetta molte delle libertà di base che noi Europei diamo per scontate è altrettanto vero che il suo ingresso nella UE potrebbe accelerare questo processo.

Sono contrario. Solo poco più del 3% del territorio turco – la regione della Tracia orientale – appartiene geograficamente all’Europa. Turchia e Israele semplicemente non sono Europa e questo è il motivo imprescindibile per cui non possono far parte dell’Unione. Se non si rispettano nemmeno più la logica e la geografia siamo arrivati al punto di non ritorno, dunque meglio trasferirsi in Canada o in Nuova Zelanda. Con Israele e Turchia si possono benissimo instaurare delle partnership commerciali e culturali, anzi è bene farlo.
Pensa a un concorso di bellezza femminile in cui le candidate devono rispettare una serie di requisiti; supponiamo che uno di questi sia l’aver compiuto diciotto anni. Si presenta la rappresentante della Turchia che ha diciassette anni. Le viene detto: non puoi partecipare, sei troppo giovane, ma puoi tornare l’anno prossimo. L’anno successivo la candidata è maggiorenne, si ripresenta e viene ammessa al concorso. Poi però si scopre che è un uomo, un travestito, ma alla fine viene accettata lo stesso. Ecco, il requisito dei diciotto anni equivale al rispetto delle libertà e dei diritti umani, l’essere donna è ciò che viene ancor prima, una regola non scritta, ma implicita nel fatto che stiamo parlando di un concorso di bellezza femminile. Se domani improvvisamente la Turchia fosse uno Stato così avanzato da far sembrare la Norvegia un Paese di trogloditi io continuerei a sostenere l’impossibilità di un suo ingresso nella UE. In altre parole, deve valere un prerequisito geografico, altrimenti domani potremmo pensare di tirar dentro anche il Giappone, no? O cambiamo il nome del club, una roba tipo Unione Euroasiatica, o Turchia e Israele devono restare fuori. Come sempre, per quanto mi riguarda, prima di tutto è un fatto di rispetto della logica.

La Turchia creerebbe quasi certamente problemi di integrazione religiosa. A tuo parere la costituzione europea dovrebbe contenere un riferimento alle radici cristiane del nostro continente?

Questo è uno dei cavalli di battaglia della Lega Nord, e anche una delle più incredibili panzane di tutti i tempi. Se vogliamo cercare delle radici continentali queste sono quelle del paganesimo. Il cristianesimo, come l’ebraismo e l’islam, è roba che non ci appartiene. Il cristianesimo è stato importato nel nostro continente duemila anni fa dal vicino oriente, con una scia di sangue spaventosa – cosa che tendiamo a dimenticare – e sarebbe il caso che ce ne liberassimo una volta per tutte. Le tre grandi religioni monoteiste hanno tutte una caratteristica di base: sono l’espressione della prevalenza e della superiorità dell’uomo sulla natura. Una caratteristica non propria dell’ambiente europeo del passato, dove l’uomo si è sempre sentito al pari e in comunione con la natura, anche per via della forza immensa di quest’ultima. Il paganesimo di una volta, d’altra parte, non è che l’approccio ecologista e ambientalista di oggi.

Pensi a un’Europa laica, dunque.

Niente affatto: penso a un’Europa atea.

E l’ateismo andrebbe imposto dall’alto e scritto in costituzione?

Questo è quello che pensavo una volta, poi mi sono ricreduto.

Per quale motivo?

Mia moglie è lituana. Durante l’occupazione sovietica in Lituania, come altrove, era vietato il culto religioso, l’ateismo era appunto “di Stato”. La conseguenza di ciò è che la popolazione, pur di contrastare il potere, ha finito per vedere nell’espressione della religiosità un mezzo di lotta al regime. Dopo l’indipendenza del 1991 c’è stato un risveglio del sentimento religioso che oggi va fortunatamente scemando.

Sei sicuro che uno Stato senza Dio oggi possa essere un punto di riferimento?

Oggi l’Estonia è il Paese dove la popolazione ha il più basso senso religioso di tutta Europa. Allo stesso tempo è, a mio avviso, la nazione più avanzata, o potenzialmente più avanzata, di tutto il continente. Coincidenze?

Questo Papa a detti di molti è il migliore di sempre. Sei d’accordo?

Se avessi vissuto per venti secoli e avessi visto tutti i Papi potrei formulare un giudizio completo, ma non è così. Senza dubbio questo Papa è migliore dei suoi predecessori, ma la mia idea di miglior Papa è molto diversa; un Papa di questo tipo direbbe: ragazzi, abbiamo scherzato per duemila anni, è giunto il tempo di sbaraccare il circo.

Insomma, secondo te può esistere un’Europa senza religione.

Penso che sia auspicabile e che questa sia la direzione da intraprendere. Capisco il senso di religiosità dell’uomo, lo capisco dal punto di vista antropologico, ma come i bambini crescono e smettono di credere alle favole, altrettanto dovrebbero fare gli adulti.
Scienza e conoscenza sono ciò che fa progredire l’uomo; le religioni, invece, tranne rari casi per i quali sarebbe più opportuno parlare di filosofie, sono degli straordinari strumenti di ignoranza, buoni solo per prepararsi a combattere inutili guerre.
Non troverai mai uno scienziato israeliano e uno scienziato palestinese in disaccordo su questioni scientifiche, tipo la termodinamica o le leggi di Keplero.
Qualcosa di simile alla scienza risiede nella bellezza e nell’universalità della musica, ma già per le arti figurative si torna a dividersi. In poche parole, la scienza è sviluppo, pace e tolleranza. E sai perché? Perché il motore della scienza è il dubbio e la consapevolezza che il mondo non è conoscibile in senso classico. Lo hanno insegnato, in ambiti diversi, Gödel, Heisenberg e Bell con i loto teoremi e principi. La religione è l’esatto opposto; ci parla di verità, addirittura di verità rivelata, che viene dal passato. E così ognuno ha la sua verità su misura, i suoi profeti, la sua giustizia; e tutto ciò è un succulento pretesto di scontro continuo e un formidabile generatore di odio.

Ritorniamo alla Brexit, cosa pensi succederà in termini economici?

Poco o nulla. Ci sarà qualche scossone iniziale e poi il colpo verrà riassorbito. Come andranno le cose lo capiremo tra qualche anno. Può darsi che la Brexit porti nuova linfa e nuovo sviluppo agli abitanti del Regno Unito, ammesso che continuerà a esistere una realtà statuale con quel nome, e io – come detto – mi auguro di no.
Nel breve periodo, invece, la sterlina si è deprezzata molto. Per quanto mi riguarda, da appassionato di musica, valuterò quanto sarà più conveniente comprare i prossimi CD oltremanica anziché qui.

La Brexit potrebbe facilitare il processo di indipendenza della Padania?

Direi proprio di no e non vedo come.

Dunque, non c’è futuro per la Padania secondo te?

La Padania è un’area geografica, come per esempio lo sono la Svevia e la Scandinavia. Difficile che la Padania possa esistere come Stato. La famosa frase del torinese Massimo D’Azeglio “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” è rivelatrice dell’artificiosità di quella operazione. La Padania-Stato rischia di essere un concetto altrettanto artificiale. E poi il processo dovrebbe essere quello inverso: prima di fare la Padania si dovrebbero fare i Padani. Cosa che tuttavia ha poco senso. Ciò che si dovrebbe ricercare, invece, è l’indipendenza delle regioni – brutto termine in questo caso – che compongono l’attuale Padania geografica. Lombardia e Veneto hanno alle spalle secoli di storia che la cosidetta Italia si sogna. E le genti si sentono lombarde e venete ben prima che padane. Quindi non ha senso sostituire a concetti con un altissimo senso di appartenenza – Lombardia e Veneto, appunto – un qualcosa di molto più debole – la Padania. Anche in termini di dimensioni e di demografia è molto più intelligente avere uno Stato lombardo e uno veneto. La Padania è un concetto sacrosanto, ma più a livello di macro-regione europea. Quello che è intollerabile è l’ostracismo nei confronti del termine Padania da parte di politici, giornalisti, intellettuali ovvero di ciò che io preferisco chiamare “Sub-Intelligencija”, e che voi giornalisti scrivereste ovviamente Sub-Intellighenzia.

Vedo che non ami particolarmente la categoria dei giornalisti.

Assieme a giudici e insegnanti, voi giornalisti siete, nella maggioranza dei casi – perché è ovvio che le eccezioni ci sono – una delle cause dell’arretratezza di questa specie di Paese in cui viviamo. Avete un ruolo importantissimo e delicato nella formazione delle generazioni future, ma non ne avete alcuna consapevolezza; piuttosto siete una dinamo di inesauribile ignoranza. Anziché fare inchieste vi dedicate alla più comoda e poltronara attività di copia-e-incolla, non verificate le fonti, abboccate a bufale che definire ridicole è poco, distorcete le informazioni, ne omettete altre. Non conoscete la distinzione tra Olanda e Paesi Bassi, tra Stati Uniti e America, per non parlare di Inghilterra, Gran Bretagna e Regno Unito; credete che la Finlandia sia un Paese scandinavo e che le Repubbliche baltiche siano est Europa al pari dell’area balcanica. Fa appena appena freddo e parlate di temperature polari; parlate di colonnine di mercurio quando il mercurio non si usa più da anni; gli Austriaci per voi sono turisti del nord Europa. Non sapete scrivere né tanto meno pronunciare i nomi stranieri, per i quali non avete alcun rispetto. Addirittura non sapete nemmeno scrivere correttamente la vostra lingua, che chiamate Italiano quando invece è Toscano: mettete apostrofi al posto degli accenti e quanto azzeccate gli accenti scambiate quelli acuti con quelli gravi, e viceversa. E non parliamo degli acronimi. Così come non parliamo di scienza, fisica, logica, matematica, biologia, nuove tecnologie. Può bastare?

Forse è meglio tornare all’argomento base. Cosa ne pensi dell’euro? Un bene o un male?

L’euro è la giusta evoluzione del concetto di Unione Europea, quindi quello che posso dire è: in teoria è una cosa giustissima, nella pratica è stato realizzato male. Non sono un esperto di questioni economiche, ma mi pare di poter affarmare che abbiamo una moneta comune che però non ha annullato certi meccanismi differenziali tra Paese e Paese. E se esistono queste “crepe” ci saranno sempre degli speculatori pronti a infilarvisi dentro per generare profitto, per sé o per pochi, a svantaggio del benessere collettivo. La mia opinione è che ciò non sia un qualcosa di non previsto o sfuggito di mano, ma scientemente pianificato sin dal principio.

Nella parte conclusiva di questa intervista vorrei affrontare un tema complesso come quello dell’immigrazione, che in questi anni ha cominciato a premere fortemente sull’Europa; immagino questo sia un argomento che ti sta molto a cuore.

A dire la verità è un tema che mi interessa abbastanza poco; mi interessa di più, ancora una volta, capire come fate voi giornalisti a definire complesso un tema di una semplicità disarmante. Ovviamente si tratta di utilizzare il corretto modello interpretativo, che tuttavia è difficile avere se si è privi di una formazione scientifica adeguata e di attenzione per il cosidetto “metodo”.

Sono curioso di capire quali affinità ci sono tra immigrazione e metodo scientifico.

Basta avere ben chiaro il concetto di flusso, che tra l’altro è alla base di qualunque forma di energia. Facciamo un esempio pratico: quello dell’energia elettrica. Affinché vi sia energia elettrica sono necessarie tre condizioni: una differenza di potenziale tra due poli opposti, un elemento di connessione tra i due poli e un sistema che mantenga la differenza di potenziale, altrimenti il flusso di energia prima o poi si esaurisce, come nel caso delle pile per capirci. Per spiegare il concetto di immigrazione non serve altro. La differenza di potenziale è la differenza di condizioni di benessere e di diritti fondamentali tra gli abitanti di Africa e Asia e quelli dell’Europa, e l’elemento di connessione è qualunque mezzo di trasporto che permetta a quelle genti di passare da un continente all’altro. A questo punto è immediato capire quali sono le soluzioni al problema: o interrompiamo il canale comunicativo, cioè la possibilità di viaggiare da una parte all’altra, o accettiamo un flusso migratorio così imponente che prima o poi vada a livellare le differenze di condizioni tra migranti e residenti, oppure ancora – e questa è ovviamente la soluzione più saggia – aumentiamo le condizioni di benessere in loco, in modo tale da rendere i trasferimenti inutili o comunque ridotti a un livello fisiologico.

E come la mettiamo con chi, da una parte, sfrutta il traffico di esseri umani e chi – dall’altra, cioè qui da noi – fa affari con i dittatori di Stati che affamano i loro popoli garantendo loro il potere in cambio dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo?

Homo homini lupus, diceva qualcuno. Dunque di che stupirsi? Ma il detto, che si adatta perfettamente all’uomo, è in realtà ingiusto nei confronti dei lupi.

Come vedi, infine, il futuro prossimo venturo? Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Credo tu sia scivolato sul connettivo logico.

Prego?

Il bicchiere non è mezzo pieno “o” mezzo vuoto, ma mezzo pieno “e” mezzo vuoto. E così è come io vedo il futuro dei prossimi anni.

2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Andrea
    Giu 28, 2016 @ 11:31:16

    Condivido appieno il tuo giudizio sulla Brexit. L’uscita dal mercato unico europeo inizialmente potrebbe avere qualche effetto negativo sull’economia britannica, ma bisogna vedere come verranno rinegoziati i rapporti commerciali, che dovrebbero restare sostanzialmente gli stessi e con condizioni simili. E’ interesse di entrambe le parti fare così. La GB rischia di frazionarsi con l’indipendenza di Scozia e Ulster, ma sebbene in tali condizioni sarebbe meno rilevante geopoliticamente, il benessere delle nazioni interessate non ne verrebbe intaccato più di tanto. La Scozia per esempio si terrebbe il suo petrolio e l’Inghilterra i suoi ingentissimi emolumenti che le manda. L’Ulster, dal canto suo, potrebbe riorganizzarsi in qualche modo.

    Speriamo inoltre che l’Unione Europea inizi a disintegrarsi e che altri stati europei trovino il coraggio dei Britannici, uscendo dal club di questi loschi figuri.

    In pochi rilevano il fatto che i Britannici e soprattutto gli Inglesi non vogliono sottomettersi scelleratamente a Berlino. Se comprendessero questo concetto quelli che in terra d’Albione piangono come mammolette e infantilmente chiedono già un altro referendum per rivotare sul Brexit, forse sarebbero più contenti di non frequentare cattive compagnie.

    Non sapevo però che la Toscana dei Medici fosse “Padania”. Machiavelli, ne Il Principe ad esempio, non la cita, ma di Padania ne sai di più tu.

    Un abbraccio,

    tuo

    Andrea

  2. Nautilus
    Giu 28, 2016 @ 16:37:51

    @ Andrea

    Grazie per il contributo. L’autointervista è in espansione🙂 quindi puoi seguirne gli sviluppi per altri due o tre giorni. La Brexit è ovviamente un pretesto per esporre le idee che mi stanno più a cuore.

    La Toscana, ovviamente, non fa parte della Padania in senso stretto. E la Padania, almeno per qualche secolo, difficilmente potrà esistere come entità statuale. Di questo parlo in una parte dell’autointervista che ho preparato, ma non ancora sistemato. La Padania è una regione geografica come può esserlo la Svevia. Se vogliamo parlare di Stati indipendenti è meglio fare riferimento a Lombardia e Veneto, che hanno dimensioni più consone e inoltre esistono da molti più secoli.

    Ricambio l’abbraccio!

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